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Sette giorni fra media e razzismo

6 febbraio 2010 - l. g.

30 gennaio
Clandestini e criminali, come diamo i numeri


Il presidente del consiglio ha mandato al paese un altro messaggio dei suoi: “La riduzione degli extracomunitari clandestini significa meno forze che ingrossano la criminalità”. Il discorso è di apparente buon senso: molti “extracomunitari clandestini” commettono reati, quindi meno sono, meno reati avremo. Non è difficile far notare le numerose incongruenze e la natura demagogica di quest’affermazione. Intanto, la nozione di “extracomunitari clandestini” ha una pura connotazione amministrativa: riguarda ad esempio migliaia di assistenti domestiche ucraine, russe, moldave prive di permesso di soggiorno, perché escluse da “quote” troppo basse, e poi braccianti, operai, lavoratori spesso impiegati al nero, loro malgrado, o con permessi scaduti, o in attesa di averlo. Ma il presidente del consiglio, ovviamente, voleva suggerire che in Italia ci sono molti, troppi “extracomunitari” entrati “clandestinamente” e assoldati dalla delinquenza o arrivati da noi per commettere reati e certamente voleva ribadire un punto di forza del messaggio politico sostenuto dal suo governo e cioè la diretta connessione fra immigrazione e criminalità.

Come sappiamo, è possibile dimostrare che questa connessione è inesistente, o comunque di dimensioni tali da destituire di fondamento l’osservazione del presidente del consiglio. E’ l’osservazione opposta da monsignor Crociata - e ripresa da tutti i giornali - citando in particolare la ricerca di Caritas Migrantes e Redattore sociale. Non vale la pena dilungarsi oltre su questo tema, vista la natura prettamente strumentale dell’allarme criminalità; è però interessante la reazione avuta da alcuni media.

I più, come è loro solito, si sono limitati a riportare prima le dichiarazioni del presidente del consiglio, poi la replica di monsignor Crociata, condendo il tutto con un pot pourri di dichiarazioni e interventi di uomini politici, esercitando un ruolo diciamo notarile: l’affermazione del leader politico, in questo caso il presidente del consiglio, è riportata in quanto tale, e non importa se è fondata o no; i giornalisti - stando a questa filosofia - non devono mettere becco.

Qualcuno ha però tentato un approfondimento, attingendo a un altro filone di cultura giornalistica, più attento alla veridicità dei fatti e al diritto del lettore ad avere informazioni accurate e non solo dichiarazioni e prese di posizione. Ma l’approfondimento, in una materia così scottante politicamente, sembra poco nelle corde del giornalismo italiano. Prendiamo La Stampa: il 30 gennaio ha pubblicato un articolo zeppo di dati, che arriva a una conclusione salomonica: hanno torto sia il governo sia il Vaticano.  Peccato che i dati siano trattati in modo assai poco rigoroso, per non dire confuso, con incerte citazioni delle fonti e senza distinzioni fra denunce e reati effettivamente commessi, né riflessioni sulla relazione fra le due fattispecie e sui criteri di rilevamento delle nazionalità dei denunciati o degli autori di reato, insomma senza quegli accorgimenti - assolutamente indipensabili - che ogni studioso serio è tenuto a seguire e che ogni giornalista dovrebbe considerare. Altrimenti si arriva, come si arriva, ad affermazioni così: “E’ di mano straniera circa metà delle rapine nelle abitazioni, il 19% delle estorsioni, il 29% delle frodi informatiche”.

La frase sembra una fotografia di certi comportamenti criminali, ma in realtà dall’articolo si evince che il riferimento è alle denunce ricevute dalle forze dell’ordine e quindi non ha assolutamente il senso che l’articolista sembra attribuirgli: non sappiamo quante sono le denunce rispetto ai reati effettivamente commessi, né chi e come abbia identificato la nazionalità dei presunti autori dei reati, né se vi sia una maggiore propensione a denunciare gli stranieri degli italiani. Insomma quelle cifre non permettono assolutamente di affermare che circa la metà delle rapine nelle abitazioni sono di mano straniera. Al massimo dicono che fra le denunce di rapine in abitazioni ricevute dalle forze dell’ordine la metà riguardano stranieri (ma com’è stato possibile avere questa indicazione? E ci sono denunce senza attribuzione di nazionalità? Peccato non saprelo, perché il quadro poitrebbe  cambiare anche radicalmente).

Il giornalista della Stampa è incappato in una “lettura” delle statistiche criminali fuorviante, ripetendo un errore di leggerezza assai tipico nel giornalismo italiano degli ultimi anni. Vale la pena tenere a mente che questa “lettura” non è innocente e anzi è fortemente sostenuta da una bella fetta del potere politico, che in questa materia semplifica, manipola, ragiona per slogan di apparente buon senso come quello riportato all’inizio dell’articolo.

Due parole su un altro modo di commentare l’affermazione del presidente del consiglio e le reazioni che ha suscitato. Sul Giornale Paolo Granzotto ha accusato la sinistra di travisamento: il presidente del consiglio non parlava di semplici “extracomunitari” ma di “extracomunitari clandestini”, quindi nessun pregiudizio, nessun attacco gratuito agli immigrati, ma un’osservazione del tutto corretta, perché i “clandestini”, si sa, sono portatori di criminalità. E qui si torna alla tossicità di una parola - anzi di un concetto - che ha avvelenato non solo la nostra informazione ma anche le menti di molti di noi.


3 febbraio
A che serve un osservatorio?

   
Sembra che l’Unar, l’Ufficio antidiscriminazioni razziali istituito da qualche anno nell’ambito della presidenza del Consiglio, abbia deciso di avviare il monitoraggio di stampa e siti web, in modo che ogni notizia con “contenuti razzisti” sia segnalata alla sezione dell’Ordine dei giornalisti competente per territorio. E’ una buona notizia, perché siamo alle prese con un’autentica emergenza, e un osservatorio è sempre meglio di niente, ma c’è da domandarsi se l’Unar riuscirà davvero a svolgere un ruolo attivo, di stimolo e di denuncia, con piena indipendenza: finora non è stato così, se non in minima parte.
Preoccupa un po’, a dire il vero, la fiducia riposta nella capacità d’intervento dell’Ordine professionale, che ha dimostrato in questi anni un’attenzione intermittente al tema delle discriminazioni a mezzo stampa e che ha uno stile di funzionamento piuttosto burocratizzato. Il 20 gennaio scorso, come ricorda Redattore sociale nel dare notizia del nuovo osservatorio, il Giornale titolava “Il sindacato vieta lo sciopero ai negri”.

L’Ordine, se volesse intervenire, potrebbe già farlo, anche senza la sollecitazione dell’Unar. Ma non fa niente. A meno che, naturalmente, l’Unar o chicchessia non formalizzi una contestazione e avvii una procedura, ma sono meccanismi così poco attraenti, intempestivi e di dubbia efficacia, che solitamente nessuno fa niente. E’ probabile che nessuno abbia presentato esposti per il titolo del 20 gennaio, e se anche qualcuno l’avesse fatto non ne sapremmo niente, a riprova della scarsa efficacia di uno schema così burocratico: su un caso così volgare e plateale, servirebbe un serio, immediato dibattito pubblico e non un dossier da discutere fra avvocati in qualche ufficio dell’Ordine.

Vedremo se gli interventi dell’Unar cambieranno qualcosa, ma ci vorrebbe ben più che l’apertura di un fascicolo e un lungo procedimento destinato - casomai - a produrre deboli sanzioni. Ci vorrebbe che l’Ordine avvertisse il tema delle discriminazioni, del razzismo a mezzo stampa, della cattiva e tendenziosa informazione sugli stranieri come un suo problema, quindi come una priorità culturale e professionale da affrontare con strumenti davvero efficaci, persuasivi, tempestivi, a cominciare da una vasta campagna di formazione per giornalisti.

4 febbraio
Il livello della discussione


Tito Boeri su Repubblica, giornale che in passato ha contribuito non poco a fomentare la cosiddetta “emergenza sicurezza” (in mezzo, certo, anche a buona informazione), mette qualche puntino sulle i a proposito della relazione fra immigrazione e criminalità, negando in sostanza che un nesso reale vi sia, e fa notare - bontà sua - la deteriore tendenza dei giornali a riportare le affermazioni dei politici così come sono, a prescindere dalla loro attendibilità. Speriamo che la lezione di Boeri sia accolta fino in fondo dal giornale che oggi lo pubblica (e che naturalmente si stenda presto agli altri). In un dibattito a Radio 3 Boeri è stato contestato da Umberto Melotti, sociologo, che ha teorizzato - al solito - il nesso immigrati-criminalità attingendo ai dati Istat sulle denunce: anche qui nessun avvertimento sulle statistiche criminali, sulla relazione denunce-reati, sul ruolo delle politiche di polizia. Addirittura Melotti è arrivato a citare le statistiche sul reato di introduzione di immigrati irregolari nel territorio per dimostrare che gli stranieri hanno una maggiore propensione a delinquere, fingendo di non sapere che quello è un reato che per forza di cose coinvolge delinquenza straniera (in collaborazione, peraltro, con quella autoctona). Boeri ha facilmente replicato che allora potremmo prendere le cifre sul falso in bilancio per “dimostrare” che gli immigrati non commettono reati, visto che i dirigenti d’impresa specializzati nel ramo sono in grande maggioranza autoctoni. Purtroppo questo è il meschino stato del dibattito “scientifico” in Italia.

L’esortazione del commissario

Mentre a Radio 3 si argomentava così, alcuni quotidiani riferivano di un rapporto della commissione Diritti umani del Consiglio d’Europa, che contiene un messaggio molto netto rivolto alle istituzioni comuntarie e ai media: la criminalizzazione degli ingressi degli stranieri e degli immigrati irregolari va contro le norme del diritto internazionale; in aggiunta, si si sta diffondendo un linguaggio discriminatorio in materia di immigrazione e occorre intervenire per cambiarlo. Il commissario, Thomas Hammarberg, in particolare censura l’uso del termini “illegale”  per le persone prive di documenti di soggiorno e suggerisce l’uso del vocabolo “irregolare”. Le parole di Hammarberg sono molto forti, ma saranno immancabilmente ignorate, per quanto illuminanti. Ci fanno capire, con la loro schiettezza, quanto capi di stato e di governo, ministri, leader politici abbiano sviluppato un’assoluta refrattarietà all’onestà intellettuale e alla sincerità politica. Il commissario dice verità ormai consolidate, che i potenti però non sono disposti ad ascoltare; il loro linguaggio, i loro pensieri resteranno quello che sono: coerenti con un  progetto politico di esclusione e di eclissi del principio di uguaglianza che sta portando l’Europa - proprio come dice Hammarberg - fuori dal diritto internazionale e quindi lontano da quei canoni democratici che i nostri leader - impuniti - tuttavia continuano a declamare.

Allegati

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