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Le parole per non dirlo

Un lungo, importante articolo di un giornalista israeliano su come i media del suo paese trattano la guerra con i palestinesi. Il "vocabolario ad hoc" che discrimina i palestinesi e giustifica l'esercito israeliano; la sua adozione volontaria da parte dei giornalisti; il rifiuto di chiamare certe cose (il razzismo, l'apartheid) con il loro nome. E' un caso molto particolare, ma è possibile ritrovarvi gli stessi meccanismi utilizzati in altri contesti
29 ottobre 2008 - Yonatan Mendel
Fonte: London Review of books (poi Internazionale 736, 21 marzo 2008)

Le parole per non dirlo


I palestinesi sequestrano, aggrediscono, uccidono. I militari di Tel Aviv arrestano, reagiscono, sgombrano. Un giornalista israeliano analizza come la stampa del suo paese parla del conflitto


Nel 2007 ho provato a farmi assumere dal quotidiano israeliano Maariv come corrispondente dai Territori occupati. Oltre a parlare arabo e ad aver insegnato nelle scuole palestinesi, avevo partecipato a molti progetti congiunti israelo-palestinesi. Durante il colloquio con il direttore mi ha chiesto come potevo pensare di essere obiettivo: avevo trascorso troppo tempo con i palestinesi, quindi sicuramente avevo un pregiudizio favorevole nei loro confronti. Così non ho avuto il posto.

Il colloquio successivo l'ho fatto con Walla, il sito web più frequentato di Israele. Quella volta mi è andata bene e sono diventato il corrispondente di Walla dal Medioriente. Non mi ci è voluto molto a capire cosa voleva dire Tamar Liebes, direttrice dello Smart Institute of Communication della Hebrew University, quando affermava: "I giornalisti e gli editori si comportano come degli attivisti del movimento sionista e non come  osservatori esterni".

Con questo non voglio dire che i giornalisti israeliani manchino di professionalità. Giornali, tv e radio denunciano con una determinazione lodevole la corruzione, la decadenza sociale e la disonestà dilaganti. Il fatto che gli israeliani abbiano saputo quello che ha fatto l'ex presidente Moshe Katsav con le sue segretarie dimostra che i mezzi d'informazione del paese fanno il loro dovere anche a rischio di suscitare scandali.

Gli intrallazzi di Ehud Olmert per l'acquisto di un appartamento, le relazioni clandestine di Benyamin Netanyahu, il conto segreto aperto da Yitzhak Rabin in una banca statunitense sono tutti argomenti che la stampa israeliana ha trattato con la massima libertà.

Altrettanta libertà non esiste invece sulle questioni che riguardano la sicurezza. In quel caso, ci siamo "noi" e "loro", le forze armate israeliane e il "nemico". Le valutazioni di ordine militare - le uniche consentite - sovrastano qualsiasi altro discorso. Il problema non è che i giornalisti israeliani obbediscono a degli ordini o si attengano ad un codice scritto: è solo che si fidano delle forze di sicurezza del paese.

Nella maggior parte degli articoli sul conflitto arabo-palestinese si contrappongono due schieramenti: da una parte le Forze di difesa israeliane (Idf) e dall'altra i palestinesi. Quando si parla di uno scontro violento, le Idf confermano oppure l'esercito dichiara, mentre i palestinesi sostengono: "I palestinesi sostengono che negli scontri a fuoco con le Idf è stato gravemente ferito un neonato". Sono invenzioni? "I palestinesi sostengono di essere stati minacciati dai coloni israeliani".

Ma chi sono questi palestinesi? L'intero popolo palestinese, gli arabi israeliani, gli abitanti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, quelli che vivono nei campi profughi dei paesi confinanti, quelli della diaspora? Perchè un articolo parla di una tesi sostenuta dai palestinesi? Perché non si cita quasi mai un nome, un ufficio, un'organizzazione, insomma una qualsiasi fonte a cui attribuire le dichiarazioni? Forse perchè questo le farebbe apparire più credibili?

Quando i palesinesi non sostengono nulla, il loro punto di vista rimane semplicemente inascoltato. Il Centro per la difesa della democrazia in Israele (Keshev) ha analizzato il modo in cui le principali tv e i grandi giornali israeliani hanno parlato delle vittime palestinesi nel dicembre del 2005. Risultato: in 48 articoli si dava notizia della morte di 22 palestinesi, ma solo in otto si riportava anche una dichiarazione dei palestinesi, oltre alla versione dell'esercito israeliano. Negli altri quaranta articoli la notizia era data solo dal punto di vista delle Idf.

Un altro esempio: secondo la stampa israeliana, nel giugno del 2006 - quattro giorni dopo il rapimento del soldato Gilad Shalit nel versante israeliano della barriera di sicurezza che circonda Gaza - Israele ha arrestato una sessantina di militari di Hamas, di cui trenta erano parlamentari e otto erano militari del  governo palestinese.

Con un'operazione accuratamente pianificata Israele ha catturato e imprigionato il ministro palestinese per gli affari di Gerusalemme, i ministeri delle finanze, dell'istruzione, degli affari religiosi e di quelli strategici, dell'interno, dell'edilizia e degli istituti carcerari, nonché i sindaci di Betlemme, di Jenin e di Qalqilya, più il presidente del parlamento palestinese e un quarto dei suoi deputati. Il fatto che questi alti funzionari siano stati prelevati dai loro letti in piena notte e trasferiti in territorio israeliano non era un rapimento. Israele non rapisce: Israele arresta.

L'esercito israeliano non uccide quasi mai nessuno intenzionalmente, figurarsi se commette un assassinio. Anche quando sgancia una bomba da una tonnellata su una zona di Gaza densamente popolata, provocando la morte di un uomo armato e di 14 civili innocenti tra cui 9 bambini, non si tratta di un'uccisione intenzionale o di un assassinio, ma di un omicidio mirato. Un giornalista israeliano può dire che i militari delle Idf hanno colpito dei palestinesi, o li hanno uccisi, o uccisi per errore, e che i palestinesi sono stati colpiti, o uccisi, o perfino che hanno trovato la morte (come se l'avessero cercata), ma non scriverà mai che sono stati assassinati.

Qualunque termine si voglia usare, resta il fatto che dall'inizio della seconda intifada sono morti per mano delle Idf 2087 palestinesi che non avevano niente a che fare con la lotta armata. Per come le dipingono i mezzi di informazione israeliani, le Idf hanno anche un'altra strana caratteristica: non sono mai loro che cominciano, decidono o lanciano un'operazione. Le Idf si limitano a reagire. Reagiscono ai lanci di razzi, reagiscono agli attentati terroristici, reagiscono alle violenza dei palestinesi. Così tutto sembra molto più civile e ordinato: le forze armate israeliane sono costrette a ingaggiare dei combattimenti, a distruggere case, a sparare ai palestinesi (uccidendone 4.485 in sette anni), ma i soldati non sono responsabili di nessuno di questi fatti.

Si trovano davanti a un nemico insidioso e, com'è doveroso, reagiscono. Il fatto che le loro operazioni (il coprifuoco, gli arresti, le sparatorie, le uccisioni) siano la prima causa delle reazioni dei palestinesi, alla stampa israeliana non interessa. Dato che ai palestinesi non è dato reagire, i giornalisti israeliani usano un altro vocabolario: vendicare, provocare, aggredire, incitare, lanciare pietre o sparare razzi Qassam.

Nel giugno del 2007, intervistando Abu Qusay, portavoce delle Brigate di Aqsa a Gaza, gli ho chiesto perchè fossero stati lanciati dei razzi Qassam contro la cittadina israeliana di Sderot: "L'esercito potrebbe reagire", ho osservato senza rendermi conto che le mie parole contenevano già un pregiudizio. "Ma la nostra è una reazione", ha obiettato Abu Qusay. "Noi non siamo terroristi, non abbiamo intenzione di uccidere. Resistiamo alle continue incursioni dell'esercito israeliano in Cisgiordania, alle sue aggressioni, all'assedio alle nostre risorse idriche, alla chiusura dei nostri territori".

Le parole di Abu Qusay sono state tradotte in ebraico, ma l'esercito israeliano ha continuato a penetrare in Cisgiordania ogni notte. In fin dei conti, era solo una reazione. In un periodo in cui i raid israeliani contro Gaza erano frequenti, ho chiesto ad alcuni colleghi: "Se un palestinese armato varca il confine, entra in Israele, arriva a Tel Aviv e si mette a sparare alla gente per la strada, lui sarà il terrorista e noi le vittime, giusto?

Ma se le forze armate israeliane varcano il confine, penetrano nella Striscia di Gaza per chilometri con i loro  mezzi corazzati e cominciano a sparare ai palestinesi armati, chi sarà il terrorista e chi il difensore della sua terra?

Perché i palestinesi che abitano nei Territori occupati non hanno mai il diritto di praticare l'autodifesa, mentre l'esercito israeliano difende il paese?". Uno dei grafici del giornale, il mio amico Shai, mi ha chiarito come stanno le cose: "Se tu vai a Gaza e ti metti a sparare a casaccio alle persone, sei un terrorista. Ma quando lo fa l'esercito, è un'operazione per la sicurezza di Israele. è l'attuazione di una decisione del governo!".

Dei tipi resistenti

Un'altra interessante distinzione tra loro e noi è emersa quando Hamas ha chiesto il rilascio di 450 militanti prigionieri in cambio del soldato Gilad Shalit. Israele ha annunciato che ne avrebbe liberato alcuni ma non quelli con le mani sporche di sangue. Sono sempre i palestinesi, mai gli israeliani ad avere le mani sporche di sangue. Il che non significa che un ebreo non possa uccidere un arabo: ma anche se lo fa non avrà mai le mani sporche di sangue. E se viene arrestato sarà scarcerato dopo qualche anno. Per non parlare di quegli israeliani che si sono sporcati le mani di sangue e poi sono diventati primi ministri.

Noi israeliani non solo siamo più innocenti quando uccidiamo: siamo anche più sensibili quando ci fanno del male. Ecco come suona una tipica descrizione del missile Qassam che colpisce Sderot: "Un Qassam è caduto nei pressi di un edificio abitato da civili. Tre israeliani sono rimasti lievemente feriti e altri dieci sono in stato di shock". Non bisogna sottovalutare queste conseguenze: un missile che colpisce una casa in piena notte può effettivamente provocare un forte shock. Ma lo shock è solo per gli ebrei. I palestinesi, a quanto pare, sono molto resistenti.

Le Idf - invidia di tutti gli altri eserciti del mondo - uccidono solo le persone importanti. "Un altro esponente di Hamas", sulla stampa israeliana, è diventato quasi un ritornello. Gli esponenti minori di Hamas o non si trovano oppure non vengono mai uccisi. Shlomi Eldar, che fa il corrispondente da Gaza per conto di una rete televisiva israeliana, ha coraggiosamente affrontato il fenomeno nel suo libro del 2005 Eyeless in Gaza (A Gaza senza occhi).

Nel 2003, quando è stato assassinato Riyad Abu Zaid, la stampa israeliana ha riportato il comunicato stampa dell'esercito secondo cui il morto era capo dell'ala militare di Hamas nella Striscia di Gaza. Eldar, che è uno dei pochi giornalisti investigativi israeliani, ha poi scoperto che in realtà si trattava semplicemente del
segretario dell'associazione dei prigionieri di Hamas. "E' una delle tante occasioni in cui Israele ha promosso sul campo un militante palestinese", ha commentato Eldar.

"Dopo ogni assassinio mirato, qualsiasi militante di base viene elevato al rango di capo". Questo fenomeno per cui i comunicati delle forze armate diventano direttamente notizie è frutto sia dello scarso accesso alle informazioni sia della scarsa volontà dei giornalisti di cogliere in fallo i militari o di denunciarli come criminali. "Le Idf sono in azione a Gaza" (o a Jenin o a Tulkarem o a Hebron) è la formula usata  dall'esercito e ripetuta dalla stampa.

Perché rattristare i lettori? Perché raccontargli quello che fanno i soldati, descrivere il terrore che seminano, il fatto che arrivano armati a bordo di veicoli pesanti e soffocano la vita di una città, suscitando ancora più odio, dolore e desiderio di vendetta?

A febbraio scorso, uno dei provvedimenti contro il lancio di razzi Qassam verso Israele è stato di tagliare la corrente a Gaza per qualche ora al giorno. Anche se questo comporta, tra l'altro, la mancata erogazione di elettricità agli ospedali, è stato scritto che "il governo israeliano ha deciso di approvare questo provvedimento considerandolo un'arma non letale".

Un'altra operazione che i militari effettuano spesso è lo sgombero, in ebraico khisuf. Khisuf significa precisamente "mettere a nudo qualcosa di nascosto", ma nell'uso che ne fanno le forze armate assume il significato di ripulire una zona che potenzialmente può offrire riparo ai ribelli palestinesi. Nel corso dell'ultima intifada, le ruspe israeliane hanno abbattuto migliaia di case palestinesi, sradicato migliaia di alberi, ridotto in macerie migliaia di serre. Meglio sapere che l'esercito ha sgomberato il posto, invece di guardare in faccia la realtà: le forze armate israeliane distruggono le proprietà, l'orgoglio e la speranza dei palestinesi.

Allo stesso modo, le zone di guerra sono i luoghi in cui i palestinesi possono restare uccisi anche se sono bambini ma non sanno di essere entrati in una zona di guerra. A proposito: tendenzialmente, i bambini palestinesi sono promossi ad adolescenti palestinesi, soprattutto quando vengono uccisi accidentalmente. Altri esempi? Gli avamposti israeliani in Cisgiordania sono definiti avamposti illegali, forse per distinguerli dagli insediamenti israeliani, che a quanto pare sono legali. E ancora: l'Olp viene sempre designato con la sigla ebraica, Ashaf, e mai con la sua denominazione completa.

La parola Palestina non si usa quasi mai: esiste un presidente palestinese, ma non un presidente
della Palestina.

Negare la realtà

"Una società in crisi si reinventa un nuovo vocabolario", ha scritto David Grossman, "e pian piano sviluppa una nuova varietà di parole che non descrivono la realtà ma piuttosto cercano di nasconderla". La stampa israeliana ha adottato questa "nuova lingua" spontaneamente, ma chi fosse in cerca di direttive ufficiali può trovarle nel rapporto Nakdi, scritto dall'Autorità israeliana per le trasmissioni radiotelevisive. Il documento, redatto nel 1972 e aggiornato per tre volte, doveva servire a "esporre chiaramente alcune delle norme deontologiche che governano la professione giornalistica".

Tra queste c'era il divieto di usare l'espressione Gerusalemme est. Ma le restrizioni non si limitano alla geografia. Il 20 maggio 2006 la rete tv più seguita di Israele, Canale 2, ha dato la notizia di "un altro omicidio mirato a Gaza, un omicidio che potrà forse fermare i lanci di razzi Qassam" (negli omicidi mirati sono morte almeno 376 persone, tra cui 150 civili che non erano i bersagli designati). In studio c'era il corrispondente israeliano ed esperto di questioni arabe, Ehud Ya'ari, che ha affermato: "L'ucciso è Muhammad Dahdouh, della Jihad islamica. Questo episodio fa parte dell'altra guerra in corso, una guerra che mira a sfoltire le fila di quelli che lanciano razzi Qassam". Né Ya'ari né il portavoce delle forze armate si sono dati la pena di riferire che nell'operazione erano rimasti uccisi anche quattro civili palestinesi innocenti e altri tre erano stati gravemente feriti, tra cui una bambina di cinque anni, Maria, che è rimasta paralizzata.


Un altro aspetto interessante è che da quando Hamas ha preso il potere nella Striscia di Gaza, uno dei nuovi termini dispregiativi usati dai mezzi d'informazione israeliani è Hamastan. E i movimenti come Hamas o il libanese Hezbollah sono definiti organizzazioni, e non movimenti o partiti politici. Anche il termine arabo Intifada, rivolta, è usato senza mai spiegarne il significato. A febbraio ho fatto un'esperienza curiosa: ho studiato le reazioni dei giornali all'assassinio, in Siria, di Imad Moughniyeh. In quell'occasione si è assistito a una specie di gara in cui ciascuno cercava di indicare il morto con una definizione più efficace di quella scelta dagli altri: ultraterrorista, maestro dei terroristi, il più grande terrorista sulla Terra.

Ci sono voluti molti giorni prima che la stampa israeliana smettesse di inneggiare agli assassini di Moughniyeh e cominciasse a fare quello che avrebbe dovuto fare fin dal primo momento, cioè sollevare degli interrogativi sulle conseguenze di quell'uccisione.

Com'è ovvio, i corrispondenti israeliani che si occupano del mondo arabo devono parlare arabo e devono conoscere a fondo la storia e la politica del Medio Oriente. E poi, devono essere ebrei. Stranamente però, i mezzi d'informazione israeliani preferiscono assumere giornalisti con una conoscenza mediocre dell'arabo, invece di reporter madrelingua, perché in questo caso di tratterebbe certamente di arabo-israeliani.


Se le parole occupazione, apartheid e razzismo (figuriamoci poi palestinesi con cittadinanza israeliana, bantustan, pulizia etnica e nakba) sono completamente assenti dai loro discorsi pubblici, gli israeliani possono passare tutta la vita senza conoscere la realtà in cui vivono. Prendiamo per esempio il razzismo, in ebraico giz'anut. Se una legge del parlamento israeliano prescrive che il 13 per cento dei terreni del paese può essere venduto esclusivamente ad acquirenti ebrei, il parlamento è razzista.

Se in sessant'anni il paese ha avuto un unico ministro arabo, allora Israele ha avuto dei governi razzisti. Se in sessant'anni di manifestazioni i proiettili di gomma e le munizioni sono stati usati solo contro i manifestanti arabi, vuol dire che Israele ha una polizia razzista. Se il 75 per cento degli israeliani ammette che non vorrebbe avere un arabo per vicino di casa, allora la società israeliana è razzista. Se non si riconosce apertamente che Israele è un paese dove le relazioni tra gli ebrei e gli arabi sono segnate dal razzismo, sarà impossibile per gli ebrei israeliani affrontare la realtà.

Lo stesso atteggiamento di negazione dell'evidenza si riscontra nella tendenza a evitare il termine apartheid. Per gli israeliani è molto difficile usarlo perchè il termine si riferisce al Sudafrica bianco. Questo non significa che oggi nei Territori occupati ci sia un regime identico a quello del Sudafrica razzista.

Ma per instaurare un regime di apartheid non occorre che ci siano delle panchine pubbliche riservate ai bianchi. In fin dei conti apartheid significa separazione, e se nei Territori occupati i coloni israeliani hanno una strada solo per loro, mentre i palestinesi sono costretti a usare strade alternative o addirittura dei tunnel, significa che il sistema stradale è all'insegna dell'apartheid.

Se il muro di sperazione costruito sulle terre confiscate agli abitanti della Cisgiordania separa le persone, allora è un muro dell'apartheid. Se nei Territori occupati esistono due sistemi giudiziari, uno per i coloni ebrei e l'altro per i palestinesi, allora siamo di fronte a una giustizia dell'apartheid.

Nei ranghi


Ma veniamo proprio ai Territori occupati. Sembra incredibile, ma in Israele non ci sono Territori occupati. Questo termine viene usato di tanto in tanto da qualche politico o commentatore di sinistra, ma non compare mai nelle pagine di politica. In passato si diceva Territori amministrati, per nascondere il fatto che si trattasse di un'occupazione. Poi si è passati a chiamarli Giudea o Sanmaria.

Oggi i mezzi di informazione israeliani li chiamano i Territori. Questo termine serve a confermare l'idea che gli ebrei sono le vittime, quelli che agiscono soltanto per autodifesa, la metà morale dell'equazione, mentre i palestinesi sono gli attaccanti, i cattici, quelli che separano senza ragione. A spiegare questo stato di cose basta un semplice esempio: "Un cittadino dei Territori è stato catturato mentre faceva entrare illegalmente delle armi". Per il cittadino di un territorio occupato, potrebbe forse avere un senso cercare di resistere all'occupante, ma per chi è solo cittadino dei Territori la cosa è del tutto priva di senso.

I giornalisti israeliani non sono embedded e nessuno gli ha chiesto di convincere l'opinione pubblica che la politica militare di Israele sia buona. Quindi le loro restrizioni linguistiche sono una scelta volontaria, quasi inconsapevole, e per questo ancora più pericolosa. Eppure, la maggioranza degli israeliani giudica i mezzi d'informazione del paese troppo di sinistra e non abbastanza patriottici. E il giudizio sulla stampa straniera è anche peggiore. Durante l'ultima Intifada, Avraham Hirschson, che era ministro delle finanze, ha chiesto di sospendere le trasmissioni della Cnn da Israele,  accusandola di "programmi non equilibrati e tendenziosi: una campagna per istigare alla rivolta contro Israele".

Tutti i maschi israeliani devono fare ogni anno un mese di servizio militare come riservisti finché non compiono cinquant'anni. "I civili israeliani", ha affermato un ex capo di stato maggiore, "sono dei soldati con undici mesi di congedo all'anno". La stampa israeliana, invece, non si prende  neanche un giorno di congedo.

 

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