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12 febbraio 2011 - Carlo Gubitosa

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Accesso alla professione giornalistica

Botta e risposta con Franco Abruzzo: che fare coi pubblicisti?

Secondo Abruzzo "chi scrive gratis sui quotidiani e' un dilettante o un volontario". Ma io continuo a pensare che sia uno sfruttato.
26 dicembre 2011 - Carlo Gubitosa

Giornalismo

Giorni fa ho scritto una lettera aperta a Franco Abruzzo, esponente di rilievo del giornalismo lombardo e italiano, che di fronte all'imminente chiusura dell'albo dei pubblicisti propone di ammettere all'esame di stato da professionisti solo chi guadagna abbastanza per dimostrare che vive di giornalismo. Io gli ho fatto presente che c'e' gente sottopagata, pagata in nero o non pagata affatto, e che per molti precari sarebbe difficile dimostrare un reddito significativo associato alla propria attivita' giornalistica. Negargli l'accesso all'esame di stato sarebbe un'ulteriore immeritata penalizzazione. Di seguito la risposta in sei punti di Abruzzo, cosi' come l'ha pubblicata sul suo sito, intercalata dalle mie osservazioni:

a Carlo Gubitosa sfugge che quella di giornalista è una professione intellettuale che si può svolgere in due modi come ha affermato l'Europa per tutte le professioni: da dipendente o da autonomo. Dare del "mercenario" a chi svolge una professione è soltanto un fatto provocatorio, e, quindi, inutile. Lavorare gratuitamente si può, ma chi lo fa è un dilettante o un volontario.

Mia obiezione: questo ragionamento e' forte con i deboli e debole con i forti.

E' facile fare i forti con i deboli, e chiedere che sia proibito il lavoro giornalistico ai "dilettanti volontari", ignorando o facendo finta di ignorare che invece in molti casi i lavoratori sottopagati o non pagati del giornalismo sono seri professionisti che accettano condizioni di pagamento altrimenti inaccettabili, per mantenere il valore della propria firma e sperare che la visibilita' porti anche lavoro.

Esempio concreto: io ho scritto dodici libri, faccio il giornalista dal 1996, ho vinto due premi giornalistici di cui uno erogato dallo stesso Ordine dei Giornalisti che ora vorrebbe proibirmi di provare le mie competenze in un esame di stato da professionista, in tempi di vacche grasse avevo redditi significativi prima che i miei compensi da freelance venissero tagliati anche del 75% a parita' di prestazioni, ma ora secondo Abruzzo non dovrei essere ammesso come Pubblicista all'esame di Stato da Professionista pur avendo una rubrica fissa su un quotidiano nazionale dove ho scritto anche editoriali, e questo non perche' io sia indegno di vedere riconosciuta quella che e' la mia professione, ma perche' il quotidiano "Liberazione", in profonda crisi strutturale, ha deciso di chiedere ai suoi collaboratori un sostegno "militante" con la sospensione dei pagamenti per le collaborazioni, come ha fatto anche con i redattori della testata che hanno visto ridursi drasticamente le loro ore di lavoro e i loro compensi.

Ma non si capisce che riconoscendo come giornalista solo chi guadagna una certa cifra si mortifica l'anima del giornalismo appassionato premiando solamente chi interpreta questa professione in senso prezzolato come una qualunque prestazione d'opera a pagamento e non come un fondamentale servizio sociale reso alla comunita'?

Questo ragionamento e' anche debole con i forti, perche' da una parte si vorrebbero estromettere dalla professione i giornalisti non pagati o pagati poco, ma dall'altra non si propone nulla per impedire alle redazioni di erogare compensi nulli, prossimi allo zero o comunque ridicoli. Prendiamo atto che con il libero mercato e le normative europee non possono esserci piu' dei "tariffari", e che quello sottoscritto da FNSI e USPI va considerato un "massimario", ma anziche' proibire l'esame di stato ai "pubblicisti squattrinati", non sarebbe meglio stabilire anche un "minimario" e fare delle verifiche sui pezzi firmati dai pubblicisti e dai non iscritti all'Ordine per controllare che quei pezzi siano stati pagati con una cifra decente, almeno il 20% del "massimario", per impedire che sia varcato il confine tra il libero mercato e lo sfruttamento legalizzato della manodopera?

Perche' si vuole chiedere ai pubblicisti di nome o di fatto di rinunciare all'albo che riconosceva la loro professionalita', di smettere di lavorare se le paghe non sono adeguate, di portare da soli tutto il carico dei problemi della loro categoria, mentre si lascia mano libera agli editori di utilizzare professionisti, pubblicisti, non iscritti all'albo e manovali del copia incolla, e di utilizzarli pagandoli quanto gli pare, senza nessun controllo a priori o verifica a posteriori?

Allora mi sta bene che Abruzzo dica "e' impossibile che un giornalista non sia pagato", ma non mi convince il sillogismo "allora chi non e' pagato non e' un giornalista e non puo' essere riconosciuto come tale". Anziche' dire agli sfruttati "tu non sei un giornalista" si vada a verificare quanti giornalisti vengono pagati poco e male, e si dica agli editori "e' impossibile che tu non paghi con una cifra decente chi svolge mansioni da giornalista nella tua testata".

"Ammettere tutti i pubblicisti all'esame di Stato"? Anche quelli che lavorano svolgendo altre professioni, altri impieghi o altri mestieri? O solo quelli precari, che lavorano da giornalisti e che sono pagati malissimo da editori senza scrupoli? La subordinazione dell'ammissione all'esame di Stato al reddito è solo un metodo per ricavarne una regola empirica: fanno l'esame di Stato coloro che vivono di giornalismo, e non tutti, perché nell'esercito dei pubblicisti figurano anche coloro che scrivono per diletto due articoletti all'anno. "Anche i pubblicisti sfruttati possano essere degni di sostenere un esame di stato?" Chi si prenda la briga di esaminare gli atti dell'Ordine di Milano dal maggio 1989 al giugno 2007 si renderà conto che questo principio è stato rispettato sul presupposto che chi lavora intensamente ed è pagato poco non deve pagare due volte l'irresponsabilità degli editori.

Mia obiezione: L'albo dei pubblicisti e' nato proprio con l'intenzione di coinvolgere "non professionisti" a tutela del lettore. L'idea era quella di costringere chi scrive articoli, anche se svolge altre professioni diverse dal giornalismo, a rispettare le regole della buona pratica giornalistica come membro di una specifica categoria professionale.

Seconda obiezione: non si capisce come mai si vogliono fare epurazioni solo tra i pubblicisti mentre invece nessuno protesta se nell'albo dei professionisti, l'unico che in teoria obbliga i suoi iscritti all'"esclusivita' della professione" rimangono iscritti parlamentari, pensionati di lungo corso, gente che nel giornalismo ha fatto il sindacalista per gran parte della propria carriera senza scrivere articoli, o persone iscritte ad altri ordini professionali che possono continuare ad essere nominalmente giornalisti professionisti pur esercitando contestualmente il mestiere di notai o avvocati con iscrizioni multiple a vari albi professionali.

Ancora una volta, il punto e' la coerenza e la deontologia. Se si vuole fare una "scrematura" espellendo dall'ordine chi fa altri mestieri, per coerenza la si faccia anche nella categoria piu' tutelata e piu' potente, e non solo tra i pubblicisti. Se invece il punto e' la difesa della deontologia, e vogliamo affermare il principio che l'Ordine e' il custode delle regole di un mestiere, e non un ente contabile che decide la professionalita' degli individui in base al saldo del loro conto in banca, si verifichi con un esame di stato aperto a tutti chi e' dotato di queste professionalita' ed e' idoneo a rispettare le regole della buona professione giornalistica indipendentemente dalla sua fonte di reddito prevalente.

Abruzzo propone una "soluzione empirica" basata sulla misurazione del reddito per verificare chi e' "giornalista vero", e io invece ne propongo un'altra: facciamo riconoscere i giornalisti da altri giornalisti gia' riconosciuti, e ammettiamo all'esame di stato chiunque sia in grado di produrre una lettera firmata da un direttore di testata che riconosca la natura giornalistica delle mansioni svolte per quella testata, indipendentemente dal reddito che hanno prodotto queste prestazioni d'opera.

E se proprio si vogliono fare distinzioni in base al reddito dal sapore di dubbia costituzionalita', allora non prendiamocela solo con i pubblicisti che "guadagnano poco" come giornalisti, ma anche con gli iscritti all'albo dei professionisti che "guadagnano troppo" come avvocati o parlamentari e hanno uno status lavorativo incompatibile con i requisiti di esclusivita' della professione giornalistica richiesti dalla legge (almeno in teoria) per l'appartenenza all'albo dei professionisti.

"Gli ingegneri e gli avvocati possono fare un esame di stato anche senza aver mai guadagnato un centesimo". Ciò accade perché gli stessi hanno una laurea specifica alle spalle, che presuppone l'esame di Stato per l'abilitazione alla professione (ex art. 33, comma V, della Costituzione).

Questo conferma che una professionalita' puo' essere riconosciuta in base alle conoscenze e alla preparazione anche senza essere collegata ad un reddito percepito.

"Il tradimento della tua generazione". Da presidente dell'Ordine di Milano, come è noto alle masse, ha attuato una politica aperta e trasparente. Forse perché sono stato il primo praticante d'ufficio d'Italia negli anni Sessanta ("abusivo" a "Il Giorno"). Oggi Fnsi e Ordine sbarrano la strada ai precari perché "i professionisti sono troppi".

E allora si faccia una riforma seria della categoria, a cominciare dai suoi vertici sindacali, professionali e deontologici, anziche' chiudere le porte in faccia ai pubblicisti di domani che non avranno piu' un albo dal quale farsi riconoscere e ai pubblicisti di oggi che non potranno dimostrare di essere professionisti se hanno la sfortuna di lavorare per un giornale che paga poco.

"Per riformare la professione di giornalista, l'ex presidente dell'OdG della Lombardia vuole togliere riconoscimenti e tutele a chi ne ha di meno": questa è una infamia e una calunnia contro chi ha pagato prezzi inauditi per diventare professionista dopo anni di sfruttamento. e che da presidente dell'Ordine di Milano ha portato avanti una linea a tutela dei giornalisti "deboli". Non si può addossare ad Abruzzo le conseguenze di una legge (dl 138/2011 convertito con la legge 148/2011) votata dal Parlamento e che elimina l'Albo dei pubblicisti, in quanto gli stessi non svolgono il praticantato e non sostengono l'esame di Stato. Abruzzo ha suggerito il recupero dell'Albo dei pubblicisti come "Albo ad esaurimento".

Cio' che e' stato messo in discussione non e' la proposta dell'"Albo a esaurimento", ma la proposta di vincolare l'ammissione all'esame di stato al conseguimento di un determinato reddito, e questa proposta e' oggettivamente discriminatoria verso i pubblicisti sottopagati, ai quali verrebbe negato lo stesso riconoscimento dei loro colleghi che magari scrivono di meno ma vengono pagati di piu.

Ancora una volta rilancio la mia proposta: si lasci ai direttori di testata il compito di certificare le professionalita' che hanno impiegato a sostegno del loro piano editoriale, e si ammetta all'esame di stato chiunque viene riconosciuto come giornalista da un direttore responsabile di una testata registrata, indipendentemente dalla capacita' di monetizzare il proprio impegno dimostrata da quel giornalista.

Nei piccoli e grandi giornali firmano "non giornalisti". Si tratta spesso di persone che scrivono per almeno due anni al fine di potersi poi iscrivere nell'Albo dei pubblicisti (art. 35 della legge 69/1963)

E qui rinnovo la mia scommessa: prendiamo una mesata di giornali pubblicati due anni fa, e vediamo quante di quelle firme erano di giornalisti professionisti, quante di pubblicisti e quante di "non giornalisti", e tra le firme dei "non giornalisti" contiamo quante sono comparse oggi nell'albo dei pubblicisti, quante di loro hanno avuto un contratto da praticante, e a quanti di loro e' stato riconosciuto un praticantato d'ufficio.

Se i "giornalisti di fatto" di due anni fa sono diventati in maggioranza i pubblicisti di oggi, allora ha ragione Abruzzo, e il lavoro dei "non giornalisti" e' temporaneo e propedeutico all'accesso all'albo.

Se invece quelle firme sono scomparse nel nulla senza apparire nell'albo, o peggio ancora continuano a comparire sui giornali senza che siano inserite nell'albo, allora avro' ragione io, ed esiste un precariato "strutturale", che contribuisce a tenere in piedi il settore editoriale.

Un precariato che a causa delle attuali condizioni del mercato del lavoro in molti casi non riesce neppure ad ottenere l'iscrizione all'albo dei pubblicisti, e resta condannato a restare nel limbo dei "non giornalisti" perche' i grandi editori trovano piu' comodo trattare con una categoria professionale che oggi non e' organizzata, tutelata, e legittimata dall'iscrizione a un albo e che in futuro non sara' nemmeno in condizione di poter aspirare all'ingresso in una categoria professionale per i propri meriti lavorativi.

Infatti con la scomparsa dei pubblicisti il giornalismo e' destinato a diventare l'ennesima professione "di casta", che si trasmette per parentele e conoscenze o si conquista per censo, e non contera'piu' l'esperienza diretta maturata sul campo e riconosciuta da un ordine professionale.

Io sono diventato giornalista pubblicista con una variegata collezione di collaborazioni retribuite e sudate pezzo per pezzo, dove ho dovuto imparare non solo a scrivere, ma anche a rapportarmi con mille redazioni facendo proposte senza avere mai la garanzia di essere pubblicato, conquistando a fatica ogni centimetro quadrato di carta su cui e' apparsa la mia firma.

Da domani la mia categoria verra' condannata all'estinzione, e diventera' giornalista soltanto chi ha abbastanza agganci da strappare un contratto da praticante in una redazione dove la pubblicazione dei tuoi pezzi e' piu' o meno garantita, oppure chi avra' abbastanza soldi e tempo libero da potersi permettere di trascorrere vari anni senza lavorare, iscrivendosi in una costosa scuola di giornalismo dove il percorso per l'accesso alla professione e' sgomberato da ogni ostacolo, il praticantato e' garantito perche' le redazioni attingono alle scuole come bacino di manodopera a basso costo, e conquistare un tesserino da professionista e' il naturale punto di arrivo di una strada spianata in partenza.

E non restera' piu' traccia di noi giornalisti "irregolari", che hanno avuto come unica scuola la pratica diretta e il confronto con i colleghi, e si sono conquistati a fatica un riconoscimento professionale che non avrebbero potuto ottenere con percorsi facilitati a pagamento.

Se e' questo che si vuole, lo si dica chiaramente, e ci si assuma la responsabilita' di questa scelta dal chiaro orientamento classista senza accampare scuse per la "rottamazione" di tanti bravissimi colleghi che hanno l'unica colpa di non guadagnare abbastanza e che supererebbero tranquillamente un esame di stato se solo qualcuno gli desse la possibilita' di sostenerlo.

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