La Verita', cos'e' la Verita'...
VERITA', COS'E' LA VERITA'
di Aldo Vincent
Sembra una definizione semplice: una affermazione può dirsi vera se si riferisce a ciò che realmente esiste. Questa concezione della verità viene generalmente definita "teoria della corrispondenza", e coincide sostanzialmente con l'idea della verità che viene offerta dal linguaggio comune.
Si possono distinguere affermazioni vere o false secondo alcuni criteri di base:
1- Il consenso di una comunità che stabilisce (spontaneamente o forzatamente) cosa all'interno della propria collettività si debba ritenere vero o falso.
2- L'utilità pratica di un concetto ritenuto vero se presenta soluzioni efficaci.
3- La coerenza con altri elementi ritenuti veri che costituiscono un sistema.
4- Plausibilità dell'enunciato attraverso osservazioni.
Si potrebbe obiettare che per esempio al punto 1-, se in un sistema chiuso e praticamente inaccessibile (per esempio Cuba) il colore bianco, per ragioni ambientali storiche o chimiche virasse fino a diventare un grigiastro indefinito e le autorità locali comunicassero al popolo che in nome della rivoluzione, della tradizione e della memoria questo colore indefinito si continuerà a chiamare bianco, essendo il popolo stato informato, non si tratterebbe di una menzogna, però agli occhi degli Americani o di chiunque altro fuori da detto sistema, l'affermazione risulterebbe menzognera, perché mancante - per loro - dei punti 3 e 4 dei criteri con il quale abbiamo definito la verità.
Anche l'utilità pratica del punto 2- può essere messa in dubbio in quanto non è detto che altrettante menzogne non siano, all'atto pratico, vantaggiose e si potrebbe obiettare che l'evidenza del punto 4
Potrebbe anche essere frutto d'inganni.
Nella filosofia contemporanea si sta facendo strada una teoria secondo la quale i concetti assoluti come libertà, verità e consimili, vadano collocati nel campo che sta tra l'immaginazione e il non attuato. Emanuele Severino, in una suam recente conferenza, in questo campo ci metteva pure il concetto di Pace...
Tutti sogniamo un mondo in cui ognuno è sincero e fiducioso nei confronti dell'altro e viene a sua volta ripagato con pari sincerità. Ma un mondo senza menzogna sarebbe migliore?
Potremmo sopravvivere senza mentire?
Se tutti dicessero sempre la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità ci sarebbe ancora una differenza, per esempio, tra buona educazione ed ipocrisia?
In questo mondo, la menzogna e l'inganno convivono con la sincerità e la correttezza.
Appare dunque difficile catalogare verità e menzogne nei processi, nell'arte, nella propaganda, e soprattutto nella comunicazione.
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Citazioni:
Una psicologa francese e una ricerca durata 30 anni
"Siamo bugiardi per indole, è indispensabile"
Studio sull'arte della menzogna
"Mentiamo due volte al giorno"
I bambini e le coppie lo fanno ancora più spesso
PARIGI - Per educazione, per interesse, per paura, i motivi si moltiplicano ma il risultato è sempre quello: tutti quanti raccontiamo almeno due bugie al giorno. Detto in altri termini, passiamo un quarto della vita sociale a mentire. Sono i risultati di trent'anni di lavoro sulle menzogne, riassunti in un libro apparso in Francia dal titolo "Psychologie du menteur" (Psicologia del mentitore) della psicologa sociale Claudine Biland, di cui scrive oggi il quotidiano Le Parisien.
Sul lavoro come nell'amore, si sprecano le menzogne, smascherate solo nel 18% dei casi. "Mentire - afferma l'autrice - è una pratica che s'impara molto presto". E non potrebbe essere altrimenti, anche considerando ciò che suggerisce l'educazione.
"Sebbene i genitori non smettano di ripetere ai loro bambini che è 'brutto' mentire, fanno loro gli occhiacci perché non ripetano alla vicina che non sopportano il suo cane, le convenienze sono piene di bugie".
Così, se verso i tre anni il 62% dei bambini ha imparato a negare di aver trasgredito un divieto, a 5 anni la percentuale raggiunge il 100%.
Ma questa sorta di "sindrome di Pinocchio" va ben oltre l'infanzia. Per esempio, all'inizio di una storia d'amore, quando ancora è in gioco il meccanismo della seduzione, due persone si mentono in media una volta ogni dieci minuti.
E se nelle coppie consolidate si mente meno, è pur vero che spesso si pecca di "bugie per omissione", verità non travisate ma nemmeno raccontate.
Con qualche differenza tra i due sessi. Le donne "sono grandi specialiste di bugie altruiste - spiega Claudine Biland - quelle che si dicono per fare piacere, 'Oh! com'è carino il tuo vestito'". Gli uomini ne raccontano di "più discrete e più egoiste. Tipo: 'Ho lavorato come un matto tutto il week-end' - esemplifica la psicologa - per descrivere due ore di lavoro".
Non parliamo poi del posto di lavoro, dove tutti non fanno che raccontarsi frottole, soprattutto per rispetto delle gerarchie. Al punto che, sostiene Luc Loquen, giurista in diritto sociale e autore del libro "Le mensonge dans l'entreprise", (Le menzogne nel mondo dell'impresa), "la bugia si è generalizzata e si è insinuata negli ingranaggi dell'impresa".
Talvolta con conseguenze gravi, come nel caso del crollo di una parte dell'aeroporto di Roissy-Charles de Gaulle, lo scorso maggio: "Si tratta di una tipica bugia di struttura. Per ragioni di organizzazione o rispetto dei termini - sostiene Loquen - i dipendenti non hanno segnalato i rischi relativi ai materiali usati".
Tuttavia, spiega Claudine Biland, mentire è normale e fa parte dei rapporti sociali. "Più ci sono relazioni umane, più ci sono bugie. Mentire è una valvola, un regolatore, una protezione... uno strumento di comunicazione come un altro".
La Menzogna
I valori comunemente accettati dalla società contemporanea sono basati su delle menzogne: Nietzsche demitizza e dissacra i sistemi metafisici, morali e religiosi che l'uomo si è costruito per resistere alla paura della vita.
La menzogna della cultura
Nietzsche si interessò alla cultura, sia a quella classica che a quella contemporanea.
Affrontò in modo originale l'analisi della cultura classica, come documenta la sua tesi sulla Nascita della tragedia (1872), con la celebre distinzione tra apollineo e dionisiaco.
Apollo
luminoso, ben definito
forma, plasticità, arti figurative;
razionalità, controllo degli istinti, misura e equilibrio;
distacco (Apollo l'obliquo, che uccide con le frecce, distaccato dalla vittima)
Dioniso
oscuro e irrazionale, indefinito/ambiguo
informità, musica e danza;
vitale, spontaneità, ebbrezza, orgiastico;
si unisce alle sue vittime. la vita è pervasa dal dolore e dall'assurdo: l'arte tende a trasfigurare tali aspetti sia nella commedia, sia nella tragedia
La tragedia greca univa questi due aspetti: quello apollineo, espresso dalle arti figurative con la loro scenicità, e quello dionisiaco, espresso dalle musica con la sua incontenibilità in forme determinate, simbolo della vita spontanea.
Nella visione di Nietzsche, la tragedia nasce dallo spirito della musica. Il coro infatti, narra dell'esistenza di un dio (Dionisio) la cui ebbrezza si oppone all'autocoscienza e alla ragione di un altro dio (Apollo). Il primo e' il dio delle belle forme, dell'armonia, della semplicità e dell'autocoscienza, ma esso può essere tale solo nel confronto con lo spirito orgiastico di Dioniso, di modo che la bellezza delle forme classiche e' la reazione alla virilità e della vitalità del dionisiaco.
(La Gaia scienza, n.125).
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Bene, dopo aver analizzato (purtroppo superficialmente) il concetto di verità e menzogna, veniamo a quella sezione grigia che sta fra le due cose:
LE STRONZATE
Non so come non abbia fatto clamore Silvio Nazionale che ha definito stronzate gli argomenti portati da Prodi nell'ultima campagna elettorale.
Eppure ci hanno già scritto sopra, con estrema competenza, Max Black, Harry Frankfurt e Umberto Eco. Parrebbe superfluo ritornarci sopra, e invece sì.
Il mio dizionario non riporta la parola in questione, ma si avvicina molto con la definizione del termine SCIOCCHEZZA (gli inglesi la definiscono bullshit, cioè merda di toro):
"Azione o parola fatta o detta senza riflettere, cosa da nulla."
Invece a parer mio, la stronzata va molto più in là della cosa da nulla. Essa è infatti una frase o un'azione scientemente premeditata con lo scopo di fornire una falsa rappresentazione ingannante - senza con ciò arrivare alla menzogna, che sarebbe facilmente smontabile - dei propri reali pensieri sentimenti o attitudini.
''Si tratta dunque, primo, di definire in che senso una stronzata sia cosa più forte di una sciocchezza e, secondo, che cosa significhi fornire una falsa rappresentazione di qualcosa senza mentire. Quello che caratterizza la stronzata rispetto alla sciocchezza è che essa è una affermazione certamente errata, pronunciata per far credere qualcosa di noi, ma chi parla non si preoccupa affatto di sapere se dice il vero o il falso'' (Eco)
. "Quello che di sé ci nasconde chi racconta stronzate. è che i valori di verità delle sue asserzioni non sono al centro del suo interesse. I campi della pubblicità e delle pubbliche relazioni e quello, oggi strettamente correlato, della politica, sono pieni di stronzate così assolute da essere diventati ormai indiscussi paradigmi del concetto" (Frankfurt).
Il fine della stronzata non è quello di ingannare sullo stato delle cose, perché basterebbe mentire.
Il suo compito, invece, specie in politica, è quello di ingannare un pubblico dalle scarse capacità di
distinguere il vero dal falso, o approfittare del fatto che esso non si interessi a queste sfumature.
''Chi pronuncia stronzate confida soprattutto nella debole memoria del suo uditorio, il che gli consente anche di dire stronzate a catena che si contraddicono tra loro.'' (Black)
Chi si ricorda il ministro dell'informazione Al Sahaf, che mentre i soldati iracheni fuggivano in mutande, mentre la bandiera USA sventolava sui palazzi di Saddam, intratteneva i giornalisti negando l'evidenza?
Credo sia l'esempio più classico di un relatore di stronzate posto come terminale di un ufficio elaboratore al servizio del regime.
Qui giuppersù succede lo stesso.
Ecco perché non me la sento di condannare $ua Emittenza quando asserisce che Prodi in campagna elettorale abbia detto stronzate, perché alla luce degli argomenti che vi ho esposto, parrebbe proprio di sì.
Allo stesso modo però, quando Egli incita alla rivolta fiscale, o dice che porterà in piazza cinque milioni di manifestanti, sta dicendo altrettante stronzate. E stronzate sono anche le azioni di quei ministri che si scandalizzano di cotante stronzate e convocano un consiglio dei ministri! (sic) per stigmatizzare le stronzate di Berlusconi.
E Visco che dichiarava: "Se vogliono le mie dimissioni, me lo devono dire" non è forse nel suo genere una stronzata?
O forse il viceministro era diventato improvvisamente sordo?
documenti
MAESTRO:
"la verità non esiste, esistono punti di vista
davanti a qualsiasi verità, dubitate
dubitate sempre
dubitate fortemente..."
DISCEPOLO:
"Maestro, ma se dici che dobbiamo sempre dubitare, allora dobbiamo dubitare anche quando dici che dobbiamo sempre dubitare?
MAESTRO:
"La risposta è sì..."
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UN PARADISO DI BUGIE
Era il titolo di una commedia di discreto successo, per la regia di Stefania Casini.
Ricordo anche una canzone dei tempi dia mia madre: la vita e' un paradiso di bugie, quelle tue e quelle mie...
Anche al cinema, SESSO BUGIE E VIDEOTAPE si guadagno' ben 5 nomination mentre SEGRETI E BUGIE prese una Palma d'Oro e premio come miglior attrice a Brenda Blethyn .
Altri film di successo, anche se non hanno le bugie nel titolo, hanno impostato la campagna promozionale sugli effetti speciali, come il Titanic, Matrix , Godzilla, il quarto elemento di Besson e altri con alieni, spiritelli o mostricciattoli del Signore degli Anelli o Harry Potter e li' tutti a stupirrci o spaventarci eppoi un bello special di due ore per farci vedere come hanno costruito i trucchi, cioe' le bugie.
Il Department of French & Italian Studies dell'University of Melbourne ha organizzato un seminario che aveva per tema:
"Sesso, Bugie e Politica? Lo Stato dell'Italia contemporanea"
Durante i vari convegni gli argomenti piu' dibattuti sono stati:
Sono davvero cambiate le cose in Italia?
Puo' essere eliminata la corruzione?
Cosa puo' imparare l'Australia dall'esperienza italiana?
Non manca la letteratura.
Se in passato la bugia serpeggiava qua e la', dalle bugie di Odisseo che facevano sorridere Athena, all'"Arte della menzogna in politica" di Jonathan Swift o alla meno celebre "Della dissimulazione onesta" di Accetto o alla "Decadenza della menzogna" di O.Wilde, oggi torna di prepotenza l'argomento con "La cicatrice di Montaigne" di Lavagetto, "I bugiardi" di Almansi, "Perche' diciamo le bugie" della Schelotto, fino all'ultimo lavoro di due ricercatori serissimi quali Cristiano Castelfranchi e Isabella Poggi, che sono rispettivamente psicologo e linguista che hanno fondato presso il CNR una "Banca delle bugie" e hanno pubblicato "BUGIE FINZIONI SOTTERFUGI" fondando una nuova scienza: l'Ingannologia, con le sue belle categorie.
Innanzi tutto chi mente?
Mentono i buoni ed i cattivi, i bambini, gli adulti, i maschi, le femmine e quelli un po' cosi', i deboli ai potenti ed i potenti al popolo, gli amici agli amici per amicizia, i nemici tra di loro, qualcuno mente perche' lo vuole, altri coi lapsus.
(Hanno lasciato fuori qualcuno? Mi sembra proprio di no)
Ma senza voler approfondire questo argomento che invece merita molta attenzione, vorrei solo richiamare la vostra attenzione al COME la bugia abbia occupato con autorita' un posto centrale nella societa' odierna.
Basta scorrere i giornali di ieri e di oggi, con il caso Ustica, Clinton e Monica, Berlusconi Blair e Bush al popolo, il popolo alla Guardia di Finanza, la Guardia di Finanza ai Giudici, i Giudici ai politici , i politici ai giornalisti, e cosi' via.
Ma pure la televisione con le sue trasmissioni dove non si distingue piu' il falso dal vero, presentatori vestiti da Capitan Findus che tra un cartone animato e l'altro mangiano merendine che poi appaiono in spot fatti coi cartoni animati finche' un cartone animato esce dal suo mondo disegnato ed entra in una vera cucina ad aprire il frigorifero per prendere i sofficini da portare a Capitan Findus con una grande confusione mentale dei nostri figli che cominciano a credere che la felicita' sia comprare lo zainetto della Barbie o che si trovi dentro la Playstation
E cos'altro e' questa pubblicita' se non bugie e bugie che vanno ad interrompere film che altro non sono che un'altra magnifica illusione?
E dove andare a prendere i parametri, da dove attingere gli esempi se neppure nella vita reale si puo' piu' distinguere tra il bene e il male?
Prendete Tangentopoli.
Cusani, era il buono o il cattivo?
Un uomo che intrallazza coi suoi compari, ma una volta scoperto affronta Di Pietro a viso aperto, perde e rimane l'unico personaggio di Tangentopoli in galera, esce e aiuta i detenuti. Si puo' considerare, a suo modo onesto?
Chi lo sa.
E quel Greganti che invece non "collabora" con la giustizia e da' l'impressione di proteggere i suoi compagni di merende, facendola franca, e' meglio o peggio?
Abbiamo perso ogni punto di riferimento e allora, cosa dovremo insegnare ai nostri figli?
A dire tutta la verita' fino alle estreme conseguenze, o a tacerla fino all'omerta'?
Chissachilosa'.
Notizie da internet.
Se vai a: www.truster. com , ti troverai davanti all'invenzione del secolo:
Grazie ad una scheda audio potrai filtrare le telefonate in arrivo e
riconoscre immediatamente le bugie. Cari, dolci, ingenui americani!
Oppure, imbroglioni grandi figli di puttana. Dopo la bomba atomica infatti
ecco l'arma piu' micidiale mai inventata dall'Uomo. E da oggi, basta false
promesse dei politici, basta giuramenti d'amore, basta tornare a casa e
dirgli che sei stata da un'amica per il the... Crollera' finalmente questo
Impero del Male e torneremo finalmente liberi dalle bugie, nelle nostre
caverne... Non lo trovi fantastico?
MEDIO ORIENTE, GIORNALISMO E VERITA'
Postato il Friday, 13 January @ 21:15:00 CST di vichi
DI ROBERT FISK
Mi sono accorto a quale enorme pressione sono sottoposti i giornalisti americani nel medio Oriente qualche anno fa, quando sono andato a salutare un collega del Boston Globe. Dopo avergli espresso il mio rincrescimento per la sua partenza da una regione che, ovviamente, gli stava a cuore egli mi rispose che potevo riservare il mio rincrescimento per qualcun altro. Infatti era ben contento di andarsene perché, ed era uno dei motivi principali, nei suoi articoli non doveva più forzare la verità per compiacere i lettori più esigenti del suo giornale.
"Per esempio quando ho definito il Likud un "partito di destra", mi ha raccontato, " subito l'editore mi ha chiesto di non usare più quell'espressione, perché molti lettori avevano protestato. E allora? Bastava non chiamarlo più 'partito di destra.'"
Ahi, ahi.
Così imparai che questi 'lettori' erano considerati dalla redazione del giornale amici di Israele, però mi risultava anche che il Likud, con Benjamin Netanyau, era proprio un 'partito di destra' come lo è sempre stato.
Questo esempio rappresenta soltanto la punta dell'iceberg semantico che è precipitato sul giornalismo americano impegnato in Medio oriente. Gli insediamenti illegali di ebrei, e solo di ebrei, nel territorio arabo erano chiaramente delle "colonie", e noi così li abbiamo sempre chiamati. Non ricordo il momento preciso in cui, invece, abbiamo cominciato a chiamarli 'insediamenti'. Però mi ricordo bene il momento, circa due anni fa, quando la parola "insediamento" è stata sostituita da "periferia ebrea" o, in alcuni casi, 'avamposti'.
Allo stesso modo i territori 'occupati' palestinesi sono stati sostituiti, in molti giornali americani, in territori palestinesi "contesi", proprio dopo che l'allora segretario di stato Colin Powell, nel 2001, aveva dato istruzione alle ambasciate in Medio Oriente di fare riferimento alla "Riva occidentale" come territorio "conteso" invece che "occupato".
Poi c'è il "muro", la grossa costruzione di cemento il cui scopo, secondo le autorità di Israele, è quello di impedire agli attentatori suicidi palestinesi di mietere vittime innocenti fra la popolazione civile. Effettivamente sembra che a questo scopo il muro stia funzionando. Però il suo tracciato non segue i confini di Israele nel 1967 ma penetra profondamente nei territori arabi. E un po' troppo spesso in questi giorni alcuni giornalisti non lo chiamano più 'muro' ma 'recinto, steccato', oppure 'barriera di sicurezza' come Israele preferisce che venga chiamato. In alcuni punti, ci hanno detto, il muro non c'è per niente, così non lo possiamo chiamare 'muro' anche se il grande serpente di cemento e acciaio che attraversa la parte est di Gerusalemme è più alto del vecchio muro di Berlino.
L'effetto semantico di questa operazione di depistaggio giornalistico è chiaro. Se il territorio palestinese non è più terra occupata ma oggetto solo di una disputa legale che può essere risolta nelle aule di un tribunale o in una discussione all'ora del tè, allora un ragazzo palestinese che lancia sassi contro i soldati israeliani in questi territori è uno che, chiaramente, non si sta comportando in modo corretto.
Se una colonia ebrea costruita illegalmente in territorio arabo viene definita amichevolmente 'periferia', allora i palestinesi che osano attaccarla stanno compiendo un atto terroristico senza senso.
E naturalmente non c'è motivo di protestare contro uno 'steccato' o 'una barriera di sicurezza', dal momento che si tratta di parole che evocano lo steccato di un giardino oppure l'entrata di un complesso residenziale privato recintato. Così se i palestinesi protestano violentemente contro questi manufatti allora vengono automaticamente considerati delle persone generalmente malsane. E così, semplicemente con l'uso della nostra lingua, li condanniamo.
Queste sono regole non scritte che vengono seguite in tutta la regione. I giornalisti americani hanno usato spesso le stesse definizioni dei funzionari USA nei primi giorni di guerra in Irak, definendo coloro che attaccavano gli americani 'ribelli', 'terroristi' o 'ultimi seguaci' dell'ex regime. I giornalisti americani hanno adottato obbedientemente, e grottescamente, pari pari il linguaggio del secondo pro-console USA in Irak, Paul Bremer III.
La televisione americana, intanto, continua a presentare la guerra come una contesa senza spargimento di sangue in cui gli orrori del conflitto, corpi mutilati dai bombardamenti aerei, cadaveri strascinati nel deserto dai cani selvatici, non vengono minimamente rappresentati in TV. Gli editori di New York e Londra si preoccupano che la sensibilità dei telespettatori non venga ferita, che venga loro risparmiata la 'pornografia' della morte (ciò che è esattamente la guerra) e che i morti, che noi abbiamo appena ucciso, non vengano 'disonorati', facendoli vedere.
Il modo schizzinoso con cui vengono trattati gli atti di guerra la rendono più facile da sopportare e i giornalisti da lungo tempo sono ormai diventati i complici del governo nel far accettare dai telespettatori la morte e il conflitto. I giornalisti televisivi sono così diventati una arma letale in più della guerra.
In passato, ai vecchi tempi, credevamo, o no?, che i giornalisti dovessero "dire le cose come stanno". Basta rileggersi le corrispondenze di guerra della seconda guerra mondiale e si capisce subito che cosa intendo. Ed Murrows e Richard Dimblebys, Howard K. Smiths e Alan Moorheads non usavano eufemismi nè cambiavano le loro descrizioni o nascondevano la verità dietro parole mielate solo perchè i loro ascoltatori o lettori non le gradivano o avrebbero preferito una versione diversa.
Così dovremmo ricominciare a chiamare una colonia una colonia, una occupazione quello che è, un muro un muro. E diciamo qual è la realtà della guerra che non è, principalmente, vittoria o sconfitta, ma soprattutto il fallimento totale dello spirito umano.
Robert Fisk
Los Angeles Times
Fonte: www.informationcleringhouse.info
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La BBC
ha inviato un comunicato in cui invita i suoi giornalisti a non esprimere giudizi o commenti sui fatti che accadono nel mondo. Questo, spiega Richard Sambrok direttore dell'emittente televisiva britannica, per salvaguardare la reputazione di servizio pubblico d'informazione imparziale.
Piu' volte il primo ministro Blair ha contestato servizi della Bbc perche' raccontavano troppo la verita'.
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PARTE \SECONDA
Informazione e guerra. La televisione nella guerra del Vietnam e del Golfo Persico.
di Mirko Nozzi
(pdf, 132 kb)
Introduzione
L'argomento di questo scritto è l'informazione televisiva della guerra. Si analizzano i casi della guerra del Vietnam, la prima in cui la tv è la principale fonte di informazione per la maggior parte dei cittadini, e la guerra del Golfo, la prima trasmessa in diretta. Il punto centrale di osservazione dell'argomento sarà il rapporto che si instaura tra i mezzi di informazione e il sistema politico: rapporto che può essere di collaborazione e ricerca di consenso (i mezzi di informazione sono istituzioni e dipendono da altre istituzioni che costituiscono la loro fonte primaria di notizie; i politici hanno bisogno dei media, in primo luogo per comunicare con la gente, per occupare la scena pubblica) oppure di contrasto e ricerca di autonomia (per il giornalista l'informazione è una merce con un proprio valore, al di là di qualunque convenienza politica; e l'uomo politico non in ogni circostanza vuole rendere pubblici i propri atti e pensieri). Di questo rapporto di interdipendenza, di reciproche influenze più o meno forti, la guerra rappresenta sempre una messa in discussione, intensificando sia la mutua dipendenza, il legame istituzionale di fronte alla minaccia del nemico, al sacrificio non criticabile dei connazionali in battaglia, sia il contrasto, perché proprio durante la guerra cresce contemporaneamente la domanda di senso, di racconto, rivolta ai mezzi di informazione e la volontà del governo e dei comandi militari di nascondere le verità ritenute non opportune.
Per capire il comportamento di politici e giornalisti è utile tracciare il contesto storico dei due casi; per il Vietnam: la presa di coscienza dopo le due guerre mondiali dell'importanza della propaganda in guerra e della gestione dell'opinione pubblica in tempo di pace o guerra fredda, la nascita del mezzo televisivo; per il Golfo: lo sviluppo delle tecnologie degli armamenti e delle comunicazioni, la media diplomacy degli anni '80, le guerre condotte con armi intelligenti e nel silenzio (forzato) dell'informazione.
Interessante, riguardo al Vietnam e al Golfo, è notare come la televisione sia un mezzo dotato di un peculiare racconto giornalistico, che si esprime con modalità proprie sia in presenza che in assenza di censura, sia con immagini di morte e orrore che con i puliti voli degli aerei e delle armi intelligenti. L'immagine televisiva sembra parlare da sola, avere un senso compiuto in sé, immediato, anche in assenza della mediazione giornalistica, di chi dovrebbe fare diventare il fatto una notizia. Di fronte a questa novità nella rappresentazione della guerra muta profondamente l'interdipendenza tra sistema dell'informazione e sistema politico.
Cap. I - L'informazione negli Stati Uniti dopo il 1945
Con le due guerre mondiali emerge la consapevolezza di un diverso ruolo dell'informazione, rispetto alla guerra e, più in generale, rispetto alla politica. Il generale Eisenhower, a un convegno degli editori americani durante la II guerra mondiale, afferma che è "l'opinione pubblica che vince la guerra" [1]. Dalla I guerra mondiale è l'intero apparato dello stato che gestisce l'opinione pubblica in guerra al fine della mobilitazione della società [2] (convincendo la gente che la guerra sia una giusta causa e perciò a sostenere sacrifici, innanzitutto arruolandosi), tramite ministeri dell'informazione o organi controllati direttamente dall'esecutivo (il primo modello è quello dell'efficiente Ministero delle Informazioni britannico di Beaverbrook). La propaganda si serve dello strumento della censura (occultare i fatti sgraditi) e della produzione di un flusso alternativo di notizie (una manipolazione, attraverso la menzogna, dei fatti graditi). Con l'utilizzo della radio nella II guerra mondiale [3] l'apparato propagandistico può rivolgersi direttamente al nemico: è la novità della guerra psicologica, si trasmettono programmi aventi lo scopo di cambiare l'atteggiamento della popolazione e dell'esercito contro cui si sta combattendo.
Negli Stati Uniti l'esperienza della propaganda di guerra e il nascente ricorso alle pubbliche relazioni da parte dei cosiddetti "interessi" (le conferenze stampa, i comunicati di istituzioni politiche, di poteri economici), resero i più attenti tra i giornalisti sospettosi verso i fatti loro presentati e dubbiosi delle verità che sembravano costruite apposta in favore dei gruppi di interesse. Il news management governativo dell'informazione, specialmente in politica estera, diventa un maggiore problema dopo la II guerra mondiale con l'emergere di un establishment della sicurezza nazionale, che intendeva preparare la nazione a un conflitto internazionale permanente. Durante la guerra fredda la cultura, l'informazione e l'ideologia sono un fronte importante, poiché l'equilibrio internazionale basato sul terrore di una guerra nucleare sposta il conflitto su un piano simbolico, in cui decisivo diventa il controllo del flusso delle informazioni [4]. Secondo la definizione di McLuhan, la guerra fredda è una battaglia elettrica di informazioni e immagini [5].
In questa sfida indiretta tra USA e URSS si combattono anche guerre reali: i conflitti regionali della Corea e del Vietnam. Nella guerra di Corea (1950-53) [6], dopo alcuni articoli di critica sul cattivo equipaggiamento dell'esercito e sul regime sudcoreano violento e corrotto, viene imposta una ferrea censura militare, per cui la Corea è una guerra poco conosciuta e presto dimenticata. Hollywood rappresenta la guerra secondo i modelli di patriottismo ed eroismo della II guerra mondiale, mentre la televisione era ancora in una fase di esordio, ma destinata a svilupparsi velocemente.
Scrive nel 1963 D. Bell che la cultura popolare
"ha procurato all'insieme della nazione un fondo comune di immagini, di idee e di divertimento. La società, alla quale mancavano delle istituzioni nazionali ben definite e una classe dirigente cosciente di esserlo, si amalgama grazie ai mezzi di comunicazione di massa. Nella misura in cui è possibile attribuire una data precisa a una rivoluzione sociale, si potrebbe forse prendere come punto di riferimento la sera del 7 marzo 1955; quella sera un americano su due guardò Mary Martin impersonare Peter Pan alla televisione. Era la prima volta nella storia che una sola persona si faceva vedere, o sentire, in un'unica occasione, da un pubblico così esteso" [7].
La televisione può collegare un solo individuo a un ampio pubblico attraverso un flusso simbolico istantaneo e discendente, ponendosi come memoria collettiva del presente. Nel 1963 il notiziario della CBS passa da 15 a 30 minuti, la tv è ormai la principale fonte di notizie; nel 1967 la maggior parte dei network trasmette a colori. Di fronte a questo nuovo potere la risposta istituzionale consiste nel news management, pratica utilizzata da Kennedy [8] (ex giornalista, corrispondente nella II guerra mondiale): la sua immagine televisiva incarna il mito politico di una nazione giovane e progressista per una società e un futuro migliore, i media diventano canale interno della comunicazione politica permettendo un rapporto diretto con l'elettorato (Kennedy si rivolge in diretta televisiva agli americani, la prima volta accade il 25 gennaio 1961 con un ascolto di 60 milioni). Il news management si basa sulla produzione di fatti, eventi capaci di fare notizia, che circolano attraverso la stampa commerciale o indipendente. Gli attori politici intervengono nel processo di produzione delle notizie (con dichiarazioni, comunicati, briefings, eventi per media...): non si tratta quindi di limitare l'informazione, ma di estenderla entro una strategia, mettendo in circolazione le informazioni desiderate e prevenendo quella delle notizie sgradite.
Cap. II - La guerra del Vietnam
La guerra del Vietnam (1954-75) fu combattuta come un'altra Corea, in nome dell'anticomunismo. All'inizio l'intervento americano è defilato e di solo appoggio al Vietnam del Sud, per poi intensificarsi progressivamente. Il governo Kennedy vuole nascondere l'esistenza di una vera guerra in Vietnam. Sully, inviato della rivista "Newsweek" dotato di forte senso critico, scrive nel 1962 che l'impresa nel Vietnam era destinata al fallimento; dopo le proteste ufficiali viene sostituito da un altro corrispondente. Ma la crisi ha una brusca impennata con l'incidente del Golfo di Tonchino, al quale il Presidente Johnson fa seguire un news management da guerra fredda (i comunisti hanno attaccato le navi americane, dobbiamo difenderci). La stampa accetta la versione del Pentagono, in televisione l'ambasciatore americano in Vietnam dichiara che i Vietcong tagliano le teste ai capi-villaggio e, dopo averle infilate su punte di bastoni, le mostrano per terrorizzare i contadini. Ormai la presenza americana significa guerra aperta e il generale Westmoreland (capo delle operazioni terrestri) vuole avviare una politica di larga costruzione del consenso, lasciando via libera a tutti i media: non c'è censura, agli accreditati viene fornita ogni cooperazione e assistenza, comprensiva di razioni e alloggio, e la possibilità di muoversi liberamente [9].
All'inizio la guerra è raccontata come una marcia trionfale, giustificata dalla difesa della democrazia contro il totalitarismo. La copertura televisiva della guerra è bassa e occasionale fino al 1965, per poi crescere fino all'aprile del'68 e diventare più regolare fino al 1973. Vero e proprio spartiacque nella rappresentazione della guerra è la rottura del 1968 (per il nuovo clima politico che vede il decrescere del consenso interno ed anche per innovazioni tecnologiche di trasmissione delle immagini e l'uso delle prime telecamere portatili). Per il Vietnam fino al '68 [10] (come poi accadrà per l'intera guerra del Golfo) l'orrore non è mostrato, gli anchorman hanno la funzione di parlare di patrioti, del coraggio dei nostri ragazzi, della precisione delle armi ad alta tecnologia, mentre il nemico è demonizzato come crudele e fanatico, e chi dissente sul conflitto ha un atteggiamento riduttivo e antipatriottico. È una telecronaca soft della guerra, solo il 22% dei filmati mostra scene di violenza, morti o feriti; le storie prevalenti sono quelle degli american boys in azione, non per motivi di censura, ma per una condivisione di cultura, ideologia e punto di vista tra giornalisti e militari. Ecco un esempio di resoconto televisivo:
"I coraggiosi hanno bisogno di leader. Questo è un leader di uomini coraggiosi. Si chiama Hal Moore. Viene da Bardstown, Kentucky. È sposato e padre di 5 figli. Sono i migliori soldati del mondo. In effetti, sono i migliori uomini del mondo. Sono ben preparati, ben disciplinati [...] La loro motivazione è formidabile. Sono venuti qui per vincere" [11].
Inoltre la guerra aerea fa sì che le informazioni a riguardo provengano dai militari e non dall'osservazione diretta. I piloti sono i più intervistati tra i militari, tra essi e il giornalista spesso si verifica un'identificazione: entrambi sono col morale alto, partecipano a un evento che può essere la svolta per la loro carriera e vita.
Per McLuhan il Vietnam è la "prima guerra televisiva". Lo spettatore ha la sensazione concreta di essere testimone della guerra nel suo stesso farsi, partecipa "ad ogni fase della guerra, e le azioni principali vengono ora combattute in ogni casa americana" [12]. La rappresentazione televisiva porta a una teatralizzazione della cronaca di guerra (simile al cinema western e al romanzo d'avventura più che al resoconto), con la quale si idealizza il conflitto e si diffonde la mistica dell'eroe americano. La nuova tecnologia permette una maggiore quantità di informazioni e lo spettatore, ricevendo una molteplicità di stimoli visivi e sonori in un tempo estremamente breve, ha bisogno di una semplificazione, perciò gli si forniscono storie animate da personaggi in contrapposizione che facilitino la comprensione. È l'applicazione dello schema narrativo dei racconti della tradizione popolare, in cui le diverse parti si risolvono nell'antinomia fondamentale eroe / antieroe. Al compiacimento dell'intervista agli eroi, corrispondono le denominazioni del nordvietnamita (nemico, rosso, comunista); i danni alla popolazione civile in televisione diventano la politica calcolata del terrore, se causati dal nemico, fatale errore, se causati dai nostri ragazzi. In questo tipo di cronaca è impensabile che ci sia lo spazio per la critica ("Mentre gli americani combattono e muoiono in Vietnam, vi sono alcuni in questo paese che simpatizzano con i Vietcong", afferma un notiziario dell'ABC del '65, riferendosi ai pacifisti americani).
I bombardamenti massicci dei villaggi vietnamiti provocano sì nel 1965 un dibattito sull'efficacia delle operazioni e sui danni civili, ma la televisione tralascia la questione politica, ponendo piuttosto l'attenzione sull'esperienza personale dei piloti, sulla descrizione delle tecnologie dei sistemi d'arma. Un'eccezione al consenso è il telegiornale della CBS che nell'agosto '65 dà la notizia dell'incendio del villaggio di Cam Ne da parte degli americani, commentando duramente ("non c'è dubbio che il fuoco militare americano può ottenere una vittoria qui. Ma ci vorrà ben più di una promessa della presidenza per convincerlo che noi siamo dalla sua parte"). Nonostante la telefonata del Presidente Johnson all'amico Stanton (dirigente della rete) viene trasmesso anche il filmato, dove si vedono i marine che usano il lanciafiamme contro il villaggio, bambini e anziani compresi, ed abitazioni rase al suolo per rappresaglia. Alla messa in onda seguono telefonate di protesta dei telespettatori, che si lamentano della propaganda comunista e del sostegno dato alla causa del nemico.
La guerra contro un paese nettamente inferiore tecnologicamente stava durando più del previsto, e il Pentagono fa credere che la vittoria sia imminente, nonostante le divergenze interne allo stesso establishment sulla tattica da seguire (una pesante escalation per il generale Westmoreland, una graduale intensificazione per il Segretario di Stato McNamara). Nell'autunno '67, anche per l'approssimarsi delle elezioni presidenziali, l'amministrazione Johnson tenta di convincere l'opinione pubblica che la guerra stesse finendo con successo. Ma l'azione offensiva terrestre del Tet (gennaio '68) non porta i risultati sperati e quando alcuni nordvietnamiti penetrano per qualche attimo nel recinto dell'ambasciata americana a Saigon, Cronkite della CBS commenta sbigottito: "che diavolo sta succedendo? Credevo che stessimo vincendo la guerra". Sempre Cronkite, recatosi di persona in Vietnam un mese dopo, definì la guerra uno stallo di sangue; per l'opinione pubblica era ormai chiaro che l'America stava perdendo la guerra (come annunciato dalla NBC). Johnson rimuove Westmoreland e il 31 marzo 1968 annuncia in televisione la sospensione dei bombardamenti e la propria non ricandidatura.
Con l'offensiva del Tet la cronaca televisiva era cambiata, diventando più drammatica e critica [13]: il news management governativo era entrato in collisione con la crescente contestazione nelle università, nel giornalismo, nel governo stesso e nella popolazione in generale, che ora forniva l'audience per un giornalismo più aggressivo e scettico. D'un colpo crolla lo schema semplificatorio di un Vietnam del Sud democratico contro l'invasione del Nord comunista e con l'intensificazione dell'attività giornalistica aumentano le immagini di vittime civili e di distruzioni urbane: per la prima volta la guerra appare in televisione come un brutto affare. Lo spettatore, di fronte a immagini di combattimenti in campo aperto e di forti perdite americane si convince di una sconfitta, che per i militari è da attribuirsi senza dubbio alla televisione. Per Westmoreland
"la svolta ci fu con la battaglia del Tet. Militarmente la vincemmo noi, ma due giorni dopo il suo inizio Walter Cronkite annunciò in tv che noi avevamo perso, e quella diventò la verità. Se potessi tornare indietro, convocherei una conferenza stampa e darei la mia versione dei fatti." [14].
Un simbolo del nuovo clima politico e giornalistico è la notizia dell'eccidio di My Lai [15] (109 civili vietnamiti uccisi dai soldati americani nel marzo '68). Grazie al lavoro di un giornalista indipendente vengono pubblicate nel novembre '69 le fotografie e un mese dopo compaiono articoli su "Time" e "Newsweek". Solo adesso l'opinione pubblica americana era disposta a leggere e accettare cronache del genere. Con il pentimento in televisione di un soldato reduce da My Lai, mentre la madre accusa l'esercito di avere trasformato il proprio figlio in un assassino, scompaiono i pudori a parlare della natura della guerra e a My Lai seguiranno altri racconti di atrocità (si vedono reduci in televisione che confessano di avere ucciso bambini). Questo a dimostrazione che My Lai è solo un esempio della guerra, non un fatto eclatante in sé; in Vietnam aveva infatti raggiunto l'apice il razzismo americano contro gli asiatici, destato su scala nazionale durante la II guerra mondiale, ma prima di My Lai l'informazione aveva passato sotto silenzio la natura razzista e brutale della guerra e la maniera in cui gli americani trattavano i vietnamiti (l'odio era esteso verso tutti i vietnamiti, poiché il nemico era fisicamente indistinguibile dall'alleato).
Si era ormai rotto il tacito patto consensuale tra media e potere politico e la perdita di fiducia nelle istituzioni aiutò l'emancipazione della televisione. I mass media, che in Vietnam godevano di ampia autonomia, all'inizio avevano come sempre accettato il linguaggio, le prospettive e l'agenda dell'establishment. Solo nel periodo anomalo 1968 - 1973 la televisione documenta la breccia aperta nel consenso americano, portando, secondo l'opinione di molti uomini dei media e dell'esercito, la verità crudele della guerra dentro le case delle famiglie americane in primo piano e a colori, causando la disillusione nei confronti delle istituzioni, il collasso morale della nazione e l'antimilitarismo dell'opinione pubblica. Per i conservatori si tratta di una guerra vinta sul campo e persa in salotto. Si devono però attenuare queste affermazioni: i commentatori televisivi si mostravano sgomenti per le perdite americane, le vite spezzate inutilmente; non veniva certo preso in considerazione il movimento pacifista e di critica radicale alle istituzioni. I corrispondenti non mettevano in dubbio l'opportunità dell'intervento americano, ma solo la sua efficacia, le eventuali critiche sono non per la politica, ma per la tattica americana e per il corrotto e inaffidabile Diem. Quasi tutti desideravano che l'America vincesse la guerra e solamente quando fu evidente che l'opposizione alla guerra era in aumento e che l'establishment stava tentennando, la televisione riprese anche i contrari alla guerra (ovvero i critici moderati parte dell'élite politica della capitale, mentre il 15 gennaio '69 non veniva trasmessa in diretta la maggiore manifestazione contro la guerra). Inoltre in televisione le scene di guerra appaiono irreali, si vedono inquadrati piccoli ometti, i telegiornali sono una selezione di tre minuti del totale delle riprese e questo segmento di scena non è più realistico di una scena di guerra di un film di Hollywood, nel quale il protagonista è il corrispondente e tutto finisce sicuramente bene.
Più che al potere sovversivo della televisione, la perdita del consenso sarebbe piuttosto da imputare alla campagna propagandistica nell'ambito delle relazioni pubbliche nel tentativo di fare accettare la versione ufficiale della guerra, che aveva lasciato totale libertà di movimento a qualsiasi corrispondente, fino al punto in cui fu impossibile per l'esercito controllare quella massa di inviati vaganti in tutta l'Indocina (nel '68, momento di maggiore audience, erano quasi 700). Tanto più decisiva fu questa mancanza di controllo, quanto il fatto che il Vietnam fosse una guerra senza un fronte ben definito, priva di un'immagine chiara del nemico sulla quale la nazione potesse concentrare il proprio odio, combattuta lontano dal suolo americano e perciò senza che fosse sentita la necessità di un sacrificio generale.
Si può pensare che con il '68 era scoppiata una critica vitale, dopo che il trauma nazionale per gli attentati a Kennedy e M.L. King aveva fatto cadere a pezzi un mondo comprensibile ed apparire i simboli di sicurezza contro la minaccia comunista (CIA, FBI) essi stessi una minaccia. I media americani non avevano del tutto abbandonato il ruolo di istituzione interna all'establishment, ma non potevano non segnalare l'ondeggiamento della politica estera americana, evidente con l'amministrazione Nixon che annuncia il progressivo disimpegno nel conflitto e intanto fa proseguire i bombardamenti intensivi. Per queste contraddizioni interne alle istituzioni politiche può trovare spazio un giornalismo critico, che causerà le dimissioni di Nixon in seguito alle rivelazioni dello scandalo Watergate. Nel giugno '71 il "New York Times" aveva pubblicato i Pentagon Papers (le carte segrete del Dipartimento della Difesa, comprensive degli inganni durante l'impegno militare in Vietnam) e la consapevolezza del pericolo rappresentato dall'ingerenza militare sulla vita civile e nel condizionamento dell'opinione pubblica [16] raggiunge il centro del sistema politico: nel marzo '72 viene istituita una Commissione d'inchiesta del Senato, presieduta da Fulbright, sulle attività di relazioni pubbliche del Pentagono ("The Pentagon Propaganda Machine", secondo il titolo del libro dello stesso sen. Fulbright).
A fianco dei casi dell'emergente giornalismo critico, in generale l'informazione continua a replicare le fonti ufficiali. Dopo la presa di coscienza nazionale esplosa con My Lai che la guerra non fosse più una giusta causa e che si stesse pagando un prezzo troppo alto, i mass media pensano e scrivono che la guerra sia praticamente finita e le dedicano sempre meno spazio e tempo (inizia a scendere progressivamente anche il numero degli accreditati ufficiali). Il progressivo ritiro delle truppe americane e il conseguente disinteresse dei lettori rende il 1971, anno dei maggiori danni in Indocina per l'aumento esponenziale delle incursioni aeree (bombardati Vietnam, Laos e Cambogia) il periodo meno seguito dai mezzi di informazione, in conformità agli interessi delle autorità militari di indurre l'opinione pubblica all'apatia nei confronti della guerra e all'oscuro dell'escalation dei bombardamenti (il totale delle bombe sganciate sull'Indocina è di circa 4 milioni di tonnellate, pari per potenziale distruttivo a centinaia di Hiroshima). I giornali continuano a denunciare le condizioni dell'esercito americano, pubblicando storie di abusi di droga, di assassini di ufficiali non graditi, ma per quanto critiche queste sono pur sempre cronache giorno per giorno; pochi corrispondenti hanno dimostrato una percezione della dimensione storica degli avvenimenti, pochi hanno investigato insoddisfatti delle versioni ufficiali, pochi hanno fornito analisi di insieme.
Cap. III - L'informazione prima della guerra del Golfo: l'onnipresenza globale della televisione e le nuove guerre invisibili
Dalla fine degli anni '70, con lo sviluppo delle tecnologie informatiche applicate agli armamenti, si afferma un concetto di guerra come sistema di informazione, comando e controllo. Già nel Vietnam la Divisione Jasons (formata da un gruppo di esperti e scienziati) aveva sperimentato le prime applicazioni dell'elettronica e dei sensori per la localizzazione dell'avversario [17]. La ricerca scientifica su queste tecnologie per scopi militari dà l'avvio a grandi cambiamenti nel settore delle telecomunicazioni. Negli anni '70 si verificano le prime controversie diplomatiche sulla regolazione dei satelliti a diffusione diretta, il cui carattere transnazionale rende difficile l'esercizio della sovranità nazionale formalizzato in una legge coercitiva. Godendo del monopolio di fatto sulla tecnologia satellitare, gli Stati Uniti invocano il principio del libero flusso delle informazioni e quello del "primo arrivato primo servito" [18].
Dagli anni '80 l'uso frequente della tecnologia satellitare per le trasmissioni televisive permette la comunicazione in tempo reale in tutto il pianeta. I satelliti diventano strumenti di diffusione sovranazionale, la dimensione enorme del pubblico potenziale fa sviluppare televisioni per target, settori e argomenti precisi. Il 1 giugno 1980 è la data della prima trasmissione della CNN [19], canale tematico di sole news, che diventerà pioniere e leader (per diffusione e audience) di questo settore, diffondendosi via satellite in tutto il mondo, all'inizio grazie a un accordo con multinazionali alberghiere. Nel 1988 la CNN ha quasi 50 milioni di utenze negli Stati Uniti (più della metà di tutte le utenze), nel 1992 salite a 120 milioni. Il motto del network è "dovunque accade qualcosa, e prima ancora!"
Con la CNN la notizia sta accadendo nel momento stesso in cui si ascolta; questa contemporaneità delle notizie rispetto ai fatti fa sì che la televisione satellitare diventi uno strumento della diplomazia internazionale [20] (quando gli Stati Uniti invadono Panama, Mosca ha protestato chiamando il corrispondente della CNN!). Per il portavoce della Casa Bianca Fitzwater "la CNN ha inaugurato un nuovo metodo di comunicazione tra i governi che permette immediatezza e franchezza"; grazie al satellite, infatti, l'utilizzo governativo della televisione può ora estendersi oltre i confini, è possibile trasmettere direttamente le proprie posizioni ufficiali in tutto il mondo. Diplomatici, politici e militari seguono la CNN. L'ex presidente Carter, osservatore ufficiale alle elezioni di Panama (1989) assiste direttamente a disordini scoppiati nelle strade; per capire cosa stesse accadendo, va in albergo e si sintonizza sulla CNN. La CNN diventa l'immagine dell'informazione contemporanea, anche rispetto all'effettivo ascolto; è come se fosse un'agenzia di stampa in tempo reale che fornisce immagini invece di parole. Di fronte a questo nuovo tipo di informazione planetaria, ci si domanda se esso porti a nuove forme di colonizzazione culturale americana [21]. Ricordiamo che al tempo della guerra del Golfo l'80% del flusso di notizie di tutto il mondo è controllato da 4 grandi agenzie occidentali (Associated Press, United Press International, Agence France Press, Reuter) e l'informazione estera dei Paesi in via di sviluppo è dipendente per le immagini dalle agenzie Visnews, World Television News, CBS News International e CNN [22].
La media diplomacy viene utilizzata consapevolmente sotto la presidenza Reagan, durante la quale si sviluppano tecniche di marketing politico e un uso costante dei media come canale di comunicazione politica. Per Janka, addetto stampa prima di Nixon e poi dello stesso Reagan, gli anni di Reagan videro una manipolazione dell'informazione attraverso l'inondazione [23]. Deaver, il coordinatore della comunicazione dello staff presidenziale, progetta eventi e azioni capaci di attirare i media, programmati come grandi produzioni cinematografiche. Esempi sono le "photo opportunities" (cioè fotografare Reagan in atteggiamenti "spontanei"), la "storia del giorno" (notizia già confezionata per l'uso immediato giornalistico), la "frase del giorno" (lo stesso concetto sviluppato contemporaneamente in diversi luoghi da vari uomini politici, amministratori locali, personaggi pubblici, in modo da avere visibilità sui media intorno a quella determinata tematica).
Caso da manuale di media diplomacy e di politica spettacolo sono i vertici USA - URSS (da quello di Ginevra del 1985 a quello di Malta, 1989) [24]: il mondo guarda i due leader che assumono la parte degli eroi positivi del disarmo e della pace, protagonisti di una recita collettiva che attira le speranze di tutto il pianeta. Anche il sovietico Gorbacev sa utilizzare la media diplomacy, dichiara ad effetto il disarmo unilaterale (a New York, in casa del nemico) e si rivolge direttamente agli americani come un amico, interessato come loro alla pace (scrive su questo tema un volume a puntate, pubblicato sul "Washington Post"). Al di là dei risultati concreti sul piano politico e diplomatico raggiunti nei singoli vertici, conta l'atmosfera amplificata dai media delle strette di mano, delle espressioni facciali, dei colloqui privati, dell'amicizia tra le rispettive mogli. Si realizzano le intuizioni di McLuhan, nel villaggio tribale su scala planetaria in assenza di contenuto è il contenitore (televisivo) stesso che può farsi contenuto, il medium diventa il messaggio [25].
Per questi vertici è utile la ricerca sociologica di Dayan e Katz sui "media events" [26], definiti come quegli eventi storici, soprattutto avvenimenti di stato, trasmessi in diretta e che destano l'attenzione di un'intera società. I media events sono narrati impiagando il potenziale specifico dei media elettronici, in modo da dirigere l'attenzione al racconto di una storia eccezionale, che spezza la routine delle vite dei singoli e dei palinsesti televisivi, storia che diventa archetipo dell'attualità. Essi hanno un carattere di cerimonia, celebrano l'ordine e la condivisione di valori di una società intorno a figure eroiche, ricordando a quella società ciò che essa aspira ad essere piuttosto che ciò che realmente è. La televisione partecipa alla funzione cerimoniale e mette in esecuzione il significato dell'evento, non limitandosi a narrarlo ma realizzandolo effettivamente. Accettando di diffondere l'evento la tv accetta una missione apostolica e rende pubblica la propria condivisione ai valori e agli obiettivi delle istituzioni organizzatrici. Questi rituali moderni possiedono una coerenza narrativa simile alle opere di fiction, che ha poco a che fare con l'aspirazione all'obiettività del giornalista, trasformato da osservatore imparziale in figura sacerdotale, egli stesso partecipante alla cerimonia.
Non tutto funziona, comunque, nella spettacolarità della storia in diretta, nella pretesa obiettività di un occhio neutralmente testimone. Nell'immediatezza della diretta televisiva, si può perdere la distinzione giornalistica tra fatti e notizie, tra realtà e racconto. L'operazione "Restore Hope" in Somalia [27] (nel dicembre '92, causata anche dalle immagini televisive dei morti per fame) vede lo sbarco dei marines in assetto da guerra sulla spiaggia somala già occupata da cameraman e fotoreporter. La storia in diretta diventa allora l'autorappresentazione dei media, che filmano una storia che diventa spettacolo, evento costruito appositamente per i media, ottenendo un estraniante effetto di irrealtà. La rivoluzione romena del dicembre '89 trasmessa in diretta (persino le riunioni del Comitato Rivoluzionario), crea un vero e proprio deragliamento dell'informazione [28], durante il quale la notizia dei massacri compiuti dalla polizia di Ceausescu, certificata dall'autorità delle immagini via satellite, acriticamente amplificata dalla stampa, si rivelerà una clamorosa montatura. Un mese dopo i giornali smentiranno quanto scritto e le fosse comuni piene di morti ammazzati recanti segni di tortura, le decine di migliaia di uccisi e feriti, si ridimensionano in scontri violenti tra manifestanti e polizia che causarono qualche decina di morti. Ma nella coscienza dell'opinione pubblica resta la smentita scritta in articoli di pagine interne, o la forza emotiva delle immagini in diretta dalla storia?
Negli anni '80 il confronto più diretto tra media e politica segna la volontà di ridurre l'informazione giornalistica a canale interno della comunicazione politica e, nel caso di guerra, di escluderla. La guerra delle Falklands-Malvine [29] (1982) è la prima guerra invisibile al tempo della civiltà televisiva dell'immagine. Sono accreditati a partire con la flotta soltanto 29 tra corrispondenti e tecnici (tutti britannici), che subiscono una doppia censura (gli articoli sono controllati prima della trasmissione e, all'arrivo a Londra, dal Ministero della Difesa) e si trovano impossibilitati fisicamente a vedere il conflitto, situazione che causa dipendenza dai portavoce del governo, diventati l'unica fonte. Altrettanto invisibili sono l'attacco americano a Grenada (1983) e l'invasione di Panama (1989) [30], avvenuti in assenza di giornalisti e che non destano grande interesse nei media, proprio nel momento in cui hanno la massima pubblicità rispettivamente l'intifada palestinese e la rivoluzione romena.
Questo embargo dell'informazione è possibile anche per la nuova natura delle guerre, che sono limitate e dove la forza aerea è usata per interventi rapidi e di estrema precisione, resi possibili per la raccolta di informazioni dai centri di comando del nemico [31]. Già con la guerra delle Falklands-Malvine (1982) e poi con il raid sulla Libia (1986) assistiamo alla sperimentazione delle nuove tecnologie sviluppatesi nei decenni '70 - '80 (satelliti, raggi laser, fibre ottiche, optronica, informatica, telematica, avionica), sviluppo che dà vita a una nuova generazione di sistemi d'arma centrati non solo sulla potenza, ma sulla qualità (le smart weapons). Esempi sono i satelliti militari che riprendono immagini (durante la guerra del Golfo gli USA avranno 6 satelliti operanti sulla zona); gli aerei spia che possono volare senza pilota a bassissima quota; i clandestini (stealth), aerei invisibili con un'aerodinamica studiata per disperdere l'energia del radar; i sistemi capaci di elaborare autonomamente i dati immagazzinati o dotati di guida automatica (i missili a guida televisiva e a infrarossi che possono colpire obiettivi remoti).
Cap. IV - La guerra del Golfo
Il 2 agosto 1990 l'Irak invade il Kuwait. Due giorni prima il World Service della BBC aveva trasmesso l'intervento di Kelly, Sottosegretario agli Affari del Medioriente, alla competente Commissione del Congresso, in cui affermava, tra l'altro, la non esistenza di trattati di aiuto militare tra Stati Uniti e Kuwait; è probabile che Saddam Hussein vi avesse colto un segnale di non intervento americano nel caso di invasione del Kuwait, che era ipotizzabile per le prese di posizione del leader irakeno dopo la fine della guerra con l'Iran, a causa delle quali si era venuto a creare un clima di tensione politica nell'intera area del Golfo Persico. Di questa tensione si era cercata la soluzione con la diplomazia tradizionale, a cui si sovrapponevano messaggi, prese di posizioni, giudizi politici lanciati più o meno consapevolmente attraverso i media [32]. In febbraio la "Voice of America" nei programmi trasmessi in lingua araba aveva definito Saddam Hussein come uno dei tiranni peggiori al mondo (e per questo l'ambasciata americana si dovrà scusare, di fronte a un Saddam Hussein che continua a lamentarsi per la sua immagine negativa sulla stampa americana), mentre questi nello stesso mese aveva tenuto davanti al Consiglio di Cooperazione araba un duro discorso trasmesso dalla tv giordana, nel quale si era dimostrato preoccupato dell'eccessiva influenza degli Stati Uniti sulla regione del Golfo Persico, e in aprile, parlando agli ufficiali del suo esercito, aveva minacciato l'uso di armi chimiche contro un eventuale attacco di Israele. Questa minaccia, trasmessa alla radio, aveva destato preoccupazione in Kelly, ma l'Irak non ricevette moniti ufficiali, anche per la divisione dell'amministrazione Bush tra i favorevoli a sanzioni e quelli che non credevano alle parole minacciose del leader irakeno, nel momento in cui l'attenzione diplomatica era tutta rivolta ai cambiamenti in atto in URSS.
La media diplomacy non finisce con l'invasione del Kuwait, e neanche successivamente con l'azione armata della coalizione di stati guidata dagli USA in nome dell'ONU. Dal 2 agosto assistiamo a un conflitto simbolico tra Bush e Saddam Hussein attraverso i canali della comunicazione di massa, in cui da parte di entrambi si alternano minacce e promesse, appelli rivolti all'estero in nome del diritto internazionale o dei comuni valori religiosi e culturali del mondo arabo (Saddam rende nota l'apparizione in un suo sogno di Maometto). La radio funziona anche come strumento di guerra psicologica, la "Voice of America" tenta di minare il morale dei soldati irakeni dando notizia di un avvelenamento dell'acqua dei pozzi del deserto.
Sul fronte interno, una volta cessati i dubbi sulla politica da adottare verso l'Irak, viene attuata una strategia di news management sui media americani (e di riflesso su quelli mondiali), prima per ottenere l'approvazione dell'ONU all'intervento armato, poi per il consenso interno alla guerra. L'amministrazione Bush diffonde il dato della presenza di 250.000 soldati irakeni e 1.500 carri armati in Kuwait (in settembre, ma i satelliti sovietici non li vedono), e i giornali ne parlano come un segno di una probabile invasione dell'Arabia da parte dell'esercito irakeno. La maggior parte delle notizie della stampa è ricavata da fonti ufficiali, secondo uno studio del 1991 [33] le citazioni del "New York Times" provengono per il 79% da fonti governative o da organizzazioni a esso affiliate, solamente per l'1% da esperti indipendenti. Il governo kuwaitiano in esilio si affida alla maggiore agenzia americana di pubbliche relazioni, la "Hill & Knowlton" [34], che organizza in varie sedi appelli di richiesta di aiuto da parte di uomini d'affari e studenti kuwaitiani, mentre studia il modo di influenzare l'opinione pubblica utilizzando tecniche di marketing commerciale. I suoi sondaggi indicano che la gente non conosce il Kuwait (e questo è un vantaggio per una manipolazione più libera) e, fino ad ottobre, un aumento del numero di chi crede che sia un errore un coinvolgimento militare americano. Per provare a volgere a suo favore la situazione la "Hill & Knowlton" organizza focus groups in cui studia la reazione personale ad immagini che raffigurano il Kuwait come una democrazia liberale, raffigurazione alla quale le persone coinvolte, però, non credono o comunque non sono interessate, mentre sono colpite dalle immagini che demonizzano Saddam Hussein e personalizzano il conflitto: il massimo effetto di mobilitazione viene ottenuto con l'accostamento di Saddam Hussein a Hitler [35], che si rivelerà una delle strategie vincenti per la mobilitazione dell'opinione pubblica contro l'Irak. Prova della malvagità irakena è la testimonianza portata da una ragazza quindicenne kuwaitiana a Washington davanti alla Commissione Difesa (dice che i soldati irakeni staccavano la corrente elettrica alle incubatrici degli ospedali, per fare morire i neonati kuwaitiani). Questa testimonianza si rivelerà un falso, la ragazza era in realtà la figlia dell'ambasciatore kuwaitiano all'ONU e aveva recitato un copione preparato dalla "Hill & Knowlton". Altro falso è il presunto video girato in bianco e nero e con riprese tremolanti da turisti tedeschi a Kuwait City proprio il giorno dell'invasione irakena.
Durante questa fase di preparazione del consenso alla guerra, era stato assunto come capo dell'ufficio di Washington della "Hill & Knowlton" Craig Fuller, consigliere politico di Bush (e capo del suo staff durante la Presidenza Reagan), che in questa nuova veste continuerà a collaborare durante la guerra del Golfo con lo staff di Bush. Questo sforzo di influenzare l'opinione pubblica da parte del governo americano, una volta ottenuto il consenso interno alla guerra, si rivolgerà dopo l'inizio dell'azione armata (16 gennaio 1991) ad evitare la "sindrome Cronkite": se la guerra del Vietnam era stata persa per il mancato controllo dell'impatto politico dell'informazione che aveva ostacolato l'autonomia d'azione dei militari, la guerra del Golfo viene preparata dal news management governativo, che spiega perché la guerra è giusta e quali sono i suoi obiettivi [36]. In questo senso quella del Golfo è stata la prima guerra televisiva, perché ha sfruttato pienamente le possibilità del mezzo televisivo di essere sul campo, confezionare e vendere la guerra, a differenza del Vietnam, quando politici e militari non capirono come il nuovo media avrebbe potuto controllare il messaggio e distruggere un nemico appartenente al terzo mondo. (e perciò senza voce). Da allora la leadership politica sembra avere appreso la lezione, per cui non ci sarebbe stata mai più una guerra per la quale i soldati americani venissero biasimati, mai più una vittoria sul campo e una sconfitta in salotto (la tesi politica sottintesa è questa: le nostre truppe non hanno mai perso una battaglia, se non per colpa del Congresso e della televisione). Bush rende esplicite queste credenze, dichiarando di non volere combattere con una mano dietro alla schiena (riferendosi ai condizionamenti dell'informazione; ricorda la battuta di Rambo "ce la lasceranno vincere questa volta?") e di volere lasciare il Vietnam dietro le spalle (che fu la giustificazione di Coppola per il suo film "Apocalipse Now") [37]. La lezione del Vietnam viene quindi appresa per cancellare il ricordo fastidioso del Vietnam. L'atto finale della guerra del Golfo trasmesso dalla televisione è la calata dei soldati americani da un elicottero per riconquistare l'ambasciata di Kuwait City. Di fronte a questa scena spettacolare, nessuno pone la domanda dell'utilità dell'azione (visto che la capitale era già libera da due giorni) ed inevitabile è l'associazione con altre immagini, impresse nella memoria, di una guerra alla fine: quelle dell'umiliante fuga in elicottero del personale dell'ambasciata a Saigon. Scrive il 1 marzo il "Wall Street Journal", intitolando la prima pagina "La vittoria della guerra del Golfo esorcizza i demoni degli anni del Vietnam":
"la vittoria sta spazzando via la guerra del Vietnam dalla prima linea dell'inconscio americano. Per quasi venti anni gli americani [...] hanno tristemente meditato sulle lezioni contraddittorie e l'aria di disfattismo che aveva generato [...] molte di queste ragnatele sono state tolte [...] Siamo la nazione più potente del mondo, potrebbe essere l'inizio del secondo Secolo Americano" [38].
Per evitare le pericolose interferenze dei giornalisti e dell'opinione pubblica il comando militare si serve dei due strumenti tradizionalmente a sua disposizione: la censura e la produzione di un flusso alternativo di notizie.
Tutti i corrispondenti accreditati presso il JIB (Joint Information Bureau) a Dhahran, (in Arabia, la sede del comando delle forze alleate), sono obbligati a firmare un documento in cui si impegnano a rispettare determinate condizioni, pena il ritiro dell'accredito. È proibito loro di andare al fronte senza una scorta militare, di fotografare o filmare morti e feriti, di dare informazioni su armamenti, equipaggiamento, spostamenti e consistenza numerica delle unità alleate e sulla consistenza dell'armamento nemico, di descrivere nei particolari le operazioni militari, di fornire dati sulle perdite alleate, di nominare le basi di partenza delle missioni, di intervistare i militari senza il preventivo permesso ufficiale [39]. Questo controllo quasi totale della censura militare è amplificato dalla nuova natura della guerra, che è una guerra aerea e perciò non permette l'osservazione diretta del giornalista [40]. Al fronte, poi, possono andare i soli 192 giornalisti selezionati (i "pool di combattimento", sempre tenendo conto delle restrizioni del JIB), tutti americani eccetto un paio di britannici (la motivazione era che solo una perfetta conoscenza della lingua usata dai militari poteva permettere una comunicazione rapida tra questi e i giornalisti, al fine di evitare i rischi che una guerra può sempre comportare).
La guerra del Golfo, ultimo atto di un conflitto tenuto su un piano simbolico, è così oscurata per le cronache dell'informazione vera e propria, ma non ne risulterà un'altra guerra invisibile, perché alla censura si riuscirà ad unire un'apparente ricchezza informativa, ottenuta dal news management militare grazie a quella "manipolazione tramite l'inondazione" [41] già incontrata trattando della Presidenza Reagan. Il comando militare delle forze multinazionali tiene briefings quotidiani in cui si forniscono dati, numeri, analisi delle azioni del giorno (difficilmente smentibili dal corrispondente a Dhahran) e soprattutto le immagini della guerra aerea, computerizzate o riprese da cineoperatori militari, e quelle degli aviatori in partenza o di ritorno dalla missione. Le reti televisive vi aggiungono di solito le foto dei propri corrispondenti, carte geografiche, immagini di repertorio di armamenti (spesso fornite dalle industrie produttrici), e su queste immagini possono montare la musica ritenuta adatta ("L'Eroica" di Beethoven per il telegiornale della rete italiana RAI 1 il giorno dell'annuncio del cessate-il-fuoco), o fare intervenire l'esperto per un commento. Nei primi giorni di diretta del conflitto, le notizie fresche trasmesse in tutto il mondo immergono nello scenario di guerra lo spettatore, che ora può seguire la traiettoria del missile lanciato fino al momento dell'impatto. L'esibizione mediatica delle bombe intelligenti fa sì che queste siano allo stesso tempo immagine, guerra, notizia, spettacolo e pubblicità per il Pentagono; esse fanno passare il messaggio del trionfo della nuova tecnologia delle smart weapons, il mito della guerra asettica e professionalizzata, nell'assenza di immagini cruente e di vittime visibili. Cumings usa per ciò il termine ironico "Pentavision". I militari attuano anche opere di disinformazione per motivi di sicurezza militare (es. lanciando la notizia di sbarchi di marines, in realtà non avvenuti) e riescono ad escludere i media nella delicata fase finale: l'offensiva terrestre, di cui i network televisivi americani trasmettono aggiornamenti, per dire che stava andando tutto bene, nelle brevi interruzioni della cronaca dei play-off del torneo di basket dei college, che otteneva come previsto l'interesse del pubblico; abbiamo soltanto le immagini, conclusa l'offensiva, dei soldati irakeni che si arrendono a mani alzate e l'unica testimonianza scritta e diretta di quel giorno rimane la corrispondenza di un inviato di un giornale di provincia (il "Providence Journal"), che, a bordo di una portaerei, si accorge che stava assistendo a un bombardamento frenetico, massiccio e ascoltando i piloti ricava l'idea di una carneficina dei soldati irakeni in fuga. Il suo reportage, però, non trova riscontro nel tono trionfalistico e patriottico della maggior parte dei restanti organi di informazione.
Si può quindi dire che i vertici militari attuino quel controllo sull'informazione, fallito in Vietnam, già sperimentato con i conflitti di Grenada e di Panama, ma, per la diversità della guerra del Golfo (sia per la sua durata che per le forze impiegate contro un nemico più forte rispetto ai due precedenti), debbano raffinare i metodi di news management, cercando di ottenere il risultato di portare la rappresentazione televisiva da cronaca giornalistica a celebrazione di un media event [42], a cui la guerra del Golfo poteva prestarsi per alcune sue caratteristiche [43]. A causa dell'ultimatum dell'ONU al 15 gennaio '91, l'attacco è previsto dopo quella data e ciò consente l'organizzazione dei media che possono alimentare l'attesa del pubblico per la guerra, ad esempio con le interviste ai soldati impazienti di dare una lezione a Saddam. La guerra viene presentata come la contesa tra due uomini (l'eroe Bush e l'antagonista Saddam Hussein), secondo un canovaccio narrativo costruito attorno a personaggi (si pensi alla notorietà del generale Schwarzkopf) e oggetti simbolici, che ricorda per analogia il racconto della crisi degli ostaggi in Iran (1979-80) [44]. La comunicazione dal vivo della battaglia aerea unifica spettatori televisivi e testimoni reali, autorità politiche e gente comune, in un unico abbraccio intensamente emotivo che rinsalda l'unità della società. Ma l'impossibilità di vedere la guerra (aerea e campale) impedisce l'informazione vera e propria: se non è una guerra invisibile, è allora una guerra immaginaria.
Di fronte a ciò, Cumings si chiede provocatoriamente se il Golfo sia stata una guerra o lo spettacolo di maggior successo della stagione televisiva [45]. Ma non tutto va nella direzione voluta dal news management militare e governativo. È vero che la guerra aerea non permette la presenza del cronista, ma questi, se non può situarsi dove si spara, può sempre farlo dove ricadono i colpi. È il caso della CNN, che dà vita a un nuovo modello di giornalismo sovranazionale [46]: non era mai successo prima che un corrispondente fosse rimasto per tutta la durata della guerra a mandare i suoi reportage dalla capitale del nemico. Così come era la prima volta che un giornalista assisteva in prima linea allo scoppio di una guerra: il 16 gennaio '91 lo spettatore ha appreso in diretta dalla televisione che la guerra era iniziata (mezz'ora prima dell'annuncio ufficiale della Casa Bianca) e che esisteva la CNN. Nonostante i primi bombardamenti abbiano distrutto i centri di comunicazione irakena (stazioni radiotelevisive, radiofoniche, ponti radio adibiti alla telefonia), decapitando così il "sistema nervoso centrale" del nemico, la CNN continua a trasmettere in diretta grazie a un innovativa antenna portatile per la comunicazione via satellite (il TCS-Lite, dotato di una lunga autonomia di trasmissione), diventando allo stesso tempo agenzia (di immagini) e testata giornalistica. Questo fatto nuovo evidenzia il protagonismo del giornalista e del sistema dell'informazione: adesso sono le notizie che fanno notizia, la presenza di un corrispondente in campo avversario attiva un metadiscorso, aprendo problematiche sul rapporto tra televisione e guerra, e su quello tra la CNN, network americano, e l'Irak, il paese nemico dell'America. Inoltre, essendo un possibile bersaglio del fuoco amico, interpreta il ruolo dei civili irakeni, i grandi assenti della messa in scena.
Si possono seguire i bombardamenti dall'albergo di Baghdad dove sono alloggiati i giornalisti, che, con l'inizio del bombardamento, piazzano i loro microfoni fuori dalla finestra, ottenendo uno strano connubio di immagini fisse e audio cinetico: il cielo di Baghdad striato dalle scie luminose delle bombe e dell'artiglieria antiaerea e marchiato dal logo CNN e dalla scritta "live"; il rumore dei missili e delle sirene, il tonfo delle bombe e la radiocronaca dei corrispondenti. Una visione mai vista prima, affascinante, che acceca lo spettatore abbagliato da segnali che riempiano i sensi ma che non forniscono informazione.
L'Irak caccia intanto tutti i giornalisti eccetto Arnett della CNN, già corrispondente in Vietnam. La troupe CNN farà le sue riprese sempre accompagnata da un ufficiale irakeno addetto alla censura, cosa che del resto viene dichiarata subito e messa in evidenza dalla scritta "cleared by". Arnett intervista Saddam Hussein, dando notizia della distruzione di una fabbrica irakena di latte in polvere per bambini, che viene smentita negli Stati Uniti, dove Arnett viene accusato di legami con lo spionaggio internazionale e di essersi accordato economicamente con il governo irakeno per poter restare; il senatore Simpson, amico di Bush, lo attacca definendolo collaborazionista e portavoce di Saddam Hussein, dicendo anche che è un comunista e che il fratello della moglie vietnamita era stato un Vietcong [47]. Ma il "Washington Post" e poi altri giornali confermano che si trattava di una fabbrica di latte (secondo la testimonianza di due tecnici che avevano visitato lo stabilimento).
Pur non potendo parlare di libera informazione, per la presenza della censura irakena, quella della CNN è l'unica voce che può opporsi con autorevolezza al news management del governo americano. Alla CNN si vedono le uniche immagini di distruzione e morte dell'intera guerra, quelle del bombardamento del bunker di Al Hamariah che causò la morte di circa 300 civili. Saddam Hussein, che all'inizio minimizza i bombardamenti per mostrarsi invincibile e invulnerabile, capisce che con l'esibizione delle vittime civili poteva mostrare la brutalità dell'avversario, cercando così di fare crescere la rabbia del mondo arabo e di turbare le coscienze dei cittadini occidentali.
Con questo non si vuole dire che la CNN ha una posizione antigovernativa o addirittura antiamericana, ma soltanto che riesce a difendere un minimo di indipendenza dal Pentagono grazie al proprio successo come canale di sole news reso possibile dalla sua presenza in Irak, successo di immagine, credibilità ed anche economico: la CNN diventa la finestra aperta sul mondo e durante il conflitto uno spazio pubblicitario raggiunge il costo di 20.000 dollari al minuto (prima erano 3.500) [48]. Per gli altri principali network (ABC, CBS, NBC), invece, la guerra del Golfo porta ad enormi spese e a mancati introiti pubblicitari (si calcola che abbiano perso per questo 40-50 miliardi di dollari nella sola prima settimana) [49], sia per gli spazi pubblicitari cancellati per fare posto a programmi informativi, sia per la riduzione di investimenti pubblicitari (es. McDonald's e Procter&Gamble) a causa dell'atmosfera bellica giudicata non consona ai messaggi pubblicitari. Per fare fronte a ciò la CBS ha offerto a propri clienti brani di programmi "che erano stati prodotti appositamente con immagini o messaggi positivi sulla guerra, come immagini patriottiche dal fronte interno" [50], rassicurando che i loro annunci pubblicitari non sarebbero stati trasmessi dopo immagini di realismo troppo crudo e sconveniente: si fa confusa la distinzione tra programmazione, patriottismo e commercio ancor più quando la televisione si associa allo sciovinismo e negli annunci pubblicitari proliferano i temi bellici.
Nella guerra del Golfo non è mai venuto a mancare il consenso dell'opinione pubblica alla guerra in generale, guerra che è stata vista come un atto necessario per l'aggressione al Kuwait del tiranno Saddam Hussein. I servizi della CNN sotto controllo della censura irakena non potevano certo rovesciare questa situazione (anche per un evidente incapacità del leader irakeno, che si fa riprendere, a dimostrazione della sua bontà, mentre accarezza bambini tenuti in ostaggio dall'espressione terrorizzata; oppure gli appelli alla pace dei prigionieri di guerra che mostravano chiari segni di percosse); certo, l'operazione chirurgica si rivela una tradizionale operazione di bombardamento [51], ma errori tecnici e danni collaterali non intaccano la credenza nella giusta causa di questa guerra e la gioia per la vittoria finale [52]. I servizi della CNN "cleared by", piuttosto, pongono l'interrogativo, finito il conflitto, se non fossero "cleared by" anche le immagini mostrate con l'avvallo del Pentagono. Strana impressione aveva destato un servizio giornalistico della CNN ad Israele, in cui sia gli intervistati che gli intervistatori indossavano maschere antigas, a testimonianza del terrore della popolazione lì residente per un attacco chimico dell'Irak, mentre sullo sfondo si intravede una persona senza nessuna protezione, smentita vivente dietro le quinte del racconto sul palcoscenico. E una delle immagini simbolo della guerra, quella del cormorano che agonizza nel petrolio a causa dell'incendio dei pozzi kuwaitiani, che aveva canalizzato una commozione latente del pubblico il quale non aveva morti in televisione da piangere, è oggetto dopo la guerra di forti perplessità (com'era stato possibile filmare, se quello era territorio in mano agli irakeni? Ornitologi interpellati, poi, dicono che quell'uccello non dimorerebbe nella regione in quel periodo dell'anno) [53].
Si crea così una consapevolezza da parte dell'opinione pubblica dei limiti dell'informazione giornalistica, dopo una guerra che ha visto aumentare la forbice tra le possibilità tecniche di comunicazione e la volontà politica di informare, che ha sancito la vittoria dell'importanza della velocità della comunicazione sulla qualità dell'informazione. Consapevoli del rischio di perdita di credibilità, nel maggio 1991 quindici agenzie di stampa inviano una petizione al Dipartimento della Difesa statunitense lamentandosi per il controllo praticamente totale del Pentagono sulla stampa americana, quando quattro mesi prima era stata ignorata dai mass media la causa legale di alcune riviste indipendenti (tra cui "The Nation", "Village Voice", "Mother Jones"; l'unica rivista a grande tiratura a partecipare fu "Harper's") che accusavano il Pentagono di incostituzionalità per averle escluse dal Golfo [54] .
Difficile stabilire fino a che punto si sia spinta questa autoconsapevolezza del sistema dell'informazione e quali mutamenti possa provocare nel rapporto tra esso e il sistema politico, se una maggiore libertà o legame. Di sicuro si fanno sempre più intrecciate in guerra le tecnologie della comunicazione e quelle della distruzione. Un episodio emblematico della guerra del Kosovo è stato il bombardamento della NATO sulla sede della televisione serba, che ha provocato la morte di civili, dipendenti dell'emittente, a cui è seguito uno scambio di accuse tra il governo serbo, che ha denunciato il bombardamento su un obiettivo civile, e il comando NATO, che ha sostenuto la tesi che la televisione è da considerarsi un'arma bellica e quindi un obiettivo militare. Da quello che è emerso da questa tesina, possiamo notare come la distruzione del sistema di comunicazioni, oltre allo scopo militare di impedire un coordinamento delle forze armate del nemico, ottiene anche l'obiettivo di spegnere una fonte per l'informazione globale.
Conclusioni
È stata condotta l'analisi delle "prime due guerre televisive". Prima guerra televisiva è infatti il Vietnam, in cui per la prima volta l'informazione televisiva è stata la fonte principale di notizie per la maggior parte dei cittadini, e prima guerra televisiva è il Golfo, in cui per la prima volta la guerra da evento giornalistico è stata trasformata in evento mediatico, per la capacità della televisione, che ora può trasmettere la guerra in diretta, di dare forma televisiva al racconto della guerra, anche in assenza di notizia e di mediazione giornalistica.
In queste due guerre i giornalisti si sono trovati in condizioni molto diverse (libertà di movimento e autonomia dai militari in Vietnam, assoluta dipendenza dalle fonti ufficiali nel Golfo) e diversa è risultata la percezione dell'opinione pubblica di quello che stava accadendo (una guerra sbagliata il Vietnam, una vittoria rapida il Golfo). Sarebbe facile dedurre un rapporto diretto tra la libertà del giornalista e la consapevolezza critica dell'opinione pubblica, il che evidentemente non è del tutto errato, ma non ci si deve fermare a questa semplificazione, essendo in gioco almeno anche altri due fattori molto importanti: il rapporto tra sistema dell'informazione e istituzioni politiche e la modalità narrativa propria della televisione.
In Vietnam, pur in assenza di censura, i mass media sono naturalmente restii alla cronaca della violenza, della morte (che compare raramente fino al 1968) e appoggiano la politica del proprio governo, di cui condividono ideologia, valori e cultura. Dalla I guerra mondiale è chiaro che la guerra non riguarda solo i generali e i soldati che la fanno, ma mobilita l'intera nazione, compresi i giornalisti, che solo quando una parte consistente della società e dell'establishment dubita della giusta causa della guerra possono esercitare una funzione critica. Nel Golfo, pur in presenza di censura e di un efficace news management governativo, si è visto un esempio di giornalismo sovranazionale risultato vincente: il successo economico, di immagine e di credibilità della CNN, che trasmette dal territorio nemico. In ogni caso si può dire che il giornalismo è legato sia alla società politica che al mercato. Politici e militari tendono al controllo sulle tecnologie della comunicazione e sul sistema dell'informazione, che dipende da loro in quanto fonti ufficiali e non ha interesse ad esercitare una funzione critica di queste istituzioni; ma è anche vero il fatto che la notizia è una merce con un valore in sé, per cui diventa importante l'aspettativa del pubblico (anche se spesso le aspettative del pubblico sono create dai mass media, che di solito riprendono le tematiche lanciate dalle fonti ufficiali, a loro volta influenzate dall'opinione pubblica. È il corto circuito tra domanda del pubblico, offerta dell'informazione e influenza-influenzabilità del sistema politico). L'informazione di massa è l'unica mediazione sociale, in una società dove l'individuo è sempre più isolato e in una condizione di estraneità reciproca; le notizie soddisfano la domanda melodrammatica di emozioni forti, pericolo, tragedia, dando la possibilità del formarsi di un'identità sociale (conoscenze, valori comuni) nel luogo comune del notiziario televisivo nazionale.
In entrambe le guerre, poi, il mezzo televisivo [55] ha imposto la propria modalità narrativa ed estetica, costruendo una cronaca teatralizzata, che presenta personaggi, contrapposizioni tra l'eroe e il nemico, eventi straordinari piuttosto che le tendenze di fondo derivanti dal contesto storico e politico. Di fronte a questa semplificazione e all'affascinante flusso sincronico delle immagini e dei suoni (flusso omogeneo e contraddittorio allo stesso tempo, contenente un discorso costruito da messaggi appartenenti al giornalismo, alla pubblicità e all'intrattenimento) lo spettatore ha l'impressione di un accesso immediato alla realtà, e alla verità; Baudrillard parla della televisione come produzione di una realtà più reale del reale, come simulacro (cioè una copia per la quale non è mai esistito l'originale). Anche priva della possibilità di avere notizie, a causa della censura (o dell'autocensura) che rende invisibile la guerra, la televisione stimola la produzione di eventi per il proprio funzionamento, e in assenza di informazione produce lo spettacolo della guerra, l'evento mediatico in cui l'unico messaggio è il medium stesso, l'avvenimento è la presenza stessa della televisione. L'informazione televisiva, allora, mediazione tra gli individui per la costruzione di un'identità sociale, realtà immediata e anonima, priva della mediazione personale del giornalista, diventa mediazione immediata del mondo.
Bibliografia
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Saggi
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Il brano dell'intervista che segue è riproducibile citando la fonte:
Giulia Fossà
THE BUSH SHOW
Verità e bugie della guerra infinita
pagg. 198, 11 euro
Nuovi Mondi Media
Robert Fisk: "Il nostro lavoro consiste nel controllare i centri del potere"
GIULIA FOSSA' - In questa stagione della storia del mondo il giornalista ha una responsabilità speciale?
ROBERT FISK - I giornalisti dovrebbero sempre avere una responsabilità particolare. Tutto dipende dalla definizione di giornalismo. Nel mio stile britannico, io ho sempre detto che fare giornalismo equivale a scrivere la prima pagina della storia, e questo conferisce a noi giornalisti la responsabilità di riferire quella che a noi appare come la verità, certo, la verità è indefinibile, anche in questo caso è complicato, come tentare di mangiare la zuppa con un coltello... Nelle guerre di norma siamo noi i primi testimoni indipendenti, e anche per quanto riguarda la storia in generale. Naturalmente c'è troppa parzialità nei resoconti dal Medioriente, intendo la parzialità proisraeliana, quella proamericana o qualsiasi altra forma di parzialità. Ma ci sono anche altre definizioni, attualmente la migliore che io abbia trovato mi è stata data da Amira Hass, una eccellente giornalista israeliana che scrive su Ha'aretz, un anno fa, durante una conversazione a Gerusalemme riguardo al giornalismo, io le dissi la mia definizione, quella sulla scrittura della prima pagina del libro della storia, e lei mi disse: "No, il nostro lavoro consiste nel controllare i centri del potere". Credo sia la migliore definizione di giornalismo che io abbia mai sentito.
Il 22 dicembre dello scorso anno, stavo tenendo una conferenza durante un seminario a Nottingham, e una donna fece una osservazione acuta, disse: "Anche la stampa è un centro di potere". Stiamo parlando di governi, eserciti, milizie e lobby, questi sono i centri del potere, e di norma noi non li mettiamo in discussione. Tempo fa le cose non stavano così, tempo fa gli americani stessi mettevano in discussione questi centri, oggi non è così. Basta aprire "The Herald Tribune", e guardare all'articolo di spalla, "Gli USA hanno chiesto alla NATO di fornire assistenza militare, come ha dichiarato un portavoce americano". Oggi la maggior parte dei giornali americani dovrebbe riportare, in luogo del nome della testata: "Stando a un portavoce", piuttosto che "The New York Times" o "The Washington Post" o "The Herald Tribune". In particolar modo negli Stati Uniti si riscontra un rapporto troppo affettuoso, quasi incestuoso e parassitico tra i giornalisti e il governo. I giornalisti amano essere vicini al governo, amano essere chiamati con il nome di battesimo: "John, o Bob, o Mike..." Basta guardare le conferenze stampa del Dipartimento di Stato americano, o del Pentagono. Donald Rumsfeld si rivolge ai giornalisti chiamandoli per nome, loro fanno una domanda, e di norma si tratta di domande molto leggere e indulgenti, e lui risponde loro ringraziandoli per la domanda, si danno tutti del tu. Questo accade quando i giornalisti non mettono in discussione il potere, quando hanno paura di poter perdere l'accesso, un accesso che è peraltro inutile se intendono essere così indulgenti, allora che senso ha fare del giornalismo? Ora, più ci si avvicina a una guerra, più sarà importante mettere in discussione l'operato dei governi, rendere più dura la loro vita. Questo non è antipatriottico, al contrario, è molto patriottico.
I governi considerano antipatriottico sollevare interrogativi quando i soldati del paese sono in guerra, ma molti di quei soldati si pongono quegli interrogativi, e nessuno li ascolta, per cui il nostro lavoro è quello di porre le domande, anche al posto loro. Ai tempi della Guerra di Suez, molti dei soldati britannici che stavano invadendo Port Said, eravamo nel 1956, erano fortemente contrari a ciò che stava accadendo. I soldati furono entusiasti quando il leader dei laburisti in Gran Bretagna, Hugh Gaitskell definì l'attacco britannico come una aggressione. Ma naturalmente Gaitskell e i giornali schierati contro la guerra, in particolar modo "The Observer", vennero definiti come antipatriottici, e si sosteneva che in quel momento, con i rischi che correvano i militari, quelle posizioni fossero inopportune. L'America riuscì a entrare in Vietnam perché gli americani non misero in discussione l'operato del governo. Quando si accorsero dell'errore ebbero il coraggio di protestare, ma era già troppo tardi, e migliaia di giovani americani erano già morti. Il punto è che il giornalismo deve mettere in discussione l'operato del governo, soprattutto in tempi di guerra, e porre le domande più difficili, e se il popolo è sinceramente schierato per la guerra, accetterà le risposte del governo stabilendo se sono giuste o sbagliate. Nel 1940, in Gran Bretagna c'era ancora chi sosteneva che avremmo dovuto raggiungere un accordo con Hitler, ma il popolo britannico non la pensava così, e queste persone non riuscirono a far trionfare la loro tesi. Questo fronte aveva un suo programma, era libero di scrivere e discutere in proposito, ma non ottenne ciò che desiderava, perché il popolo voleva affrontare Hitler. Allora perché oggi si considera scontato che la gente sia troppo debole per poter sostenere un dibattito pubblico su una guerra molto meno importante? Infatti Saddam Hussein non è Hitler, così come Nasser non era Mussolini. Quindi, il punto è tenere sotto controllo i centri di potere.
Come ho detto, il problema è che molti giornalisti, e soprattutto i giornalisti americani, hanno smesso di farlo. Basta guardare la CNN: "Il Pentagono ha detto che... a te la linea!" "Grazie Mike, il testo diffuso dal Pentagono..." Queste persone sono diventate poco più che dei semplici portavoce. Sono i mendicanti del potere, pietiscono le informazioni, sono semplici rappresentanti dei centri di potere. Basta osservare i giornalisti americani quando giungono nel Medio Oriente dopo un periodo di assenza, immaginiamo che giungano a Damasco o nel Golfo, qual è il primo posto dove si recano? L'Ambasciata Americana, per una riunione informativa. E subito leggeremo: "Diplomatici americani, che hanno chiesto di restare anonimi, sostengono che... eccetera eccetera". Ma per fare questo tipo di lavoro si potrebbe restare a Washington, a Londra, o a Parigi, perché venire fino a qui per parlare ai propri concittadini o ai propri diplomatici? Non dedicano tempo a sufficienza al lavoro... Magari si recano al Ministero dell'Informazione del governo locale, che certo non sarà il regno della verità, non serve a nulla. Quindi tutto viene riflesso dalla cassa armonica delle politiche statunitensi: anche se magari parleranno con qualcuno in un bar o se viaggeranno in un paese, tutte le informazioni saranno dominate da ciò che hanno ascoltato nelle riunioni informative, con i rappresentanti della CIA, o con il sottosegretario dell'Ambasciatore, o con qualunque altra autorità.
Ricordo quando un grande gruppo di giornalisti americani giunse ad Algeri durante il peggiore periodo dei massacri, negli anni '90, giunsero tutti a bordo di un convoglio di auto, e un'ora dopo tutto il convoglio partì alla volta dell'Ambasciata, per una riunione informativa. Quando tornarono, mi misi sulla porta a belare al loro indirizzo, e tutti mi ignorarono stizzosi: non erano disposti ad accettare neanche la più piccola ironia sul loro modo di operare. E' il caso di tante storie, basate su agenzie americane, ora stiamo parlando della CIA, che come qualsiasi altro servizio di spionaggio del mondo, come l'FBI, l'MI6, il MOSSAD e i servizi segreti siriani, mente sapendo di mentire, e ha una lunga tradizione in questo senso. Se pensiamo a tutte le storie riportate sui giornali americani e basate sulla CIA e l'FBI, dobbiamo ricordarci che questi dovrebbero essere quegli eroi che non sono riusciti a impedire il più grave attacco agli Stati Uniti mai accaduto nella storia mondiale. Queste persone che stando alle autorità e alla stampa dovrebbero dimostrare di essersi liberate completamente di qualunque collegamento tra loro e quella catastrofe, sono stati nuovamente accettati come autorità, come persone in possesso di informazioni accurate.
Guardiamo a cosa è accaduto dopo l'11 settembre, chi avrebbe pensato che dopo l'11 settembre 2001 avremmo finito con l'attaccare Saddam, noi pensavamo che fosse stato Bin Laden, giusto? A un certo punto, lo scorso anno, l'immagine del volto di Bin Laden è stata gradualmente sfumata, perché non era stato trovato, ed è entrato in scena Saddam Hussein. Ho cercato di individuare esattamente in quale momento sia accaduto questo negli Stati Uniti. I giornalisti americani avrebbero dovuto sottolineare questo fatto, avrebbero dovuto chiedersi il perché di questa uscita di scena. Bin Laden è stato semplicemente cancellato, i giornalisti hanno dichiarato che gli Stati Uniti erano sempre più preoccupati per le armi di distruzione di massa dell'Iraq, e il governo se l'è cavata agevolmente, con sollievo dell'amministrazione Bush. Un mio amico, un professore di New York, ha effettuato delle analisi al computer sull'uso che è stato fatto di Bin Laden, di Saddam Hussein e dell'Iraq, durante lo scorso anno: il momento in cui si è verificato il grande cambiamento di scena, la sostituzione tra i due obiettivi, è stato il momento dello scandalo Enron. Il principale sospetto che è emerso da quella vicenda è che il problema dell'economia americana potesse essere quello della corruzione piuttosto che l'11 settembre, e allora: Bingo! Hanno ritirato fuori Saddam Hussein e lo hanno messo al centro della scena, dove è rimasto fino ad oggi. E oggi chi si ricorda più dello scandalo Enron? In questo caso i giornalisti americani hanno fallito, e soprattutto non hanno mai chiesto il perché di questo.
Lo scorso anno ho tenuto una serie di conferenze negli USA, intitolate: "11 settembre: chiedete chi è stato, ma per l'amor del cielo non chiedete il perché". E' interessante notare che durante ciascuna di quelle conferenze ho parlato di fronte a un minimo di 2.000 persone. Da una costa all'altra degli USA, nell'arco di 14 giorni, ho parlato a 32.000 americani. C'era interesse, volevano conoscere il perché. Ma nei giornali americani, dopo l'11 settembre, nessuno ha potuto porre quella domanda. Io mi sono posto subito quella domanda sul mio giornale, e ho ricevuto moltissime lettere di protesta, che mi accusavano di essere a favore dei terroristi, di essere malvagio come Bin Laden, che avrei dovuto essere licenziato dal giornale. Ho ascoltato un presunto accademico di Harvard, che urlava dal telefono alla radio: "Lei è un uomo pericoloso! Lei è antiamericano ed essere antiamericani è come essere antisemiti!". Quindi ora se si critica il Presidente Bush si è antisemiti, nazisti. E la ragione per la quale non si può discutere di questo è legata alla questione tabù negli Stati Uniti riferita al rapporto degli USA con il Medio Oriente e, in particolare, il rapporto degli americani con Israele. Ho descritto questo come l'ultimo tabù americano, oggi è possibile parlare di lesbiche, di neri, di gay, ma non del rapporto dell'America con Israele e con il resto del Medio Oriente. E naturalmente questi sono gli aspetti più pericolosi, il mondo arabo è indignato proprio per le questioni sollevate da Bin Laden, indipendentemente dal fatto che le abbia sollevate strumentalmente o meno, e cioè l'occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza da parte di Israele, il sostegno incondizionato degli USA per Israele, o per i dittatori arabi filoccidentali.
L'America non vuole che qui ci sia la democrazia, e assistiamo a una crescente occupazione dei paesi arabi da parte dell'America. Oggi ci sono militari americani in Giordania, Egitto, istruttori militari in Algeria, in Kuwait, Arabia Saudita, Oman, Qatar, Bahrein e Yemen, come minimo! Queste sono tutte problematiche che vengono sollevate dagli arabi, e si tratta dei punti specifici sollevati da Bin Laden: è per questa ragione Bin Laden ha un seguito così grande nel Medio Oriente, non perché ha abbattuto il World Trade Center, o perché ha commesso crimini contro l'umanità negli Stati Uniti, ma perché ciò che sostiene riflette il pensiero della maggior parte degli arabi, ma non dei loro leader. L'unico modo in cui possono sentire parlare delle questioni che stanno loro a cuore è attraverso un arabo che parla da una caverna, e questa è una grande umiliazione per gli arabi. Ma queste problematiche dovevano essere completamente cancellate dopo l'11 settembre, una cosa assolutamente ridicola.
In occasione di una conferenza a New York ho detto: "Se viene commesso un crimine a New York, la prima cosa che i poliziotti cercheranno è un movente, ma nell'ambito di questo crimine internazionale contro l'umanità ci viene vietata proprio la ricerca del movente, ci vietano di chiedere il perché". E i giornalisti in generale, compresi quelli europei, sono stati criminali per il modo in cui si sono rifiutati di porre quella domanda. Finché, poi, non è stato troppo tardi per porla.
Robert Fisk, corrispondente da Beirut del quotidiano britannico The Independent, è un esperto di questioni mediorientali. Nei suoi reportage ha documentato l'invasione del Libano da parte di Israele (1978-82), la rivoluzione in Iran (1979), la guerra tra Iran e Iraq (1980-88), l'invasione sovietica dell'Afghanistan (1980), la Guerra del Golfo (1991), la guerra in Bosnia (1992-96) e il conflitto in Algeria (dal 1992 in poi).
THE BUSH SHOW
Mentre incombe la nuova guerra con l'Iraq, primo di una serie di conflitti annunciati, l'autrice mette a nudo attraverso le testimonianze delle più autorevoli voci della comunicazione italiana e internazionale, verità e bugie della macchina di propaganda che alimenta e condiziona il sistema mondiale dell'informazione.
In conversazioni ricche di aneddoti gli intervistati svelano le pressioni quotidiane a cui sono sottoposti: Riccardo BARENGHI, direttore del Manifesto;Padre Jean Marie BENJAMIN, ex funzionario Onu e presidente del "Benjamin Committee for Iraq"; Dennis BERNSTEIN, avvocato, giornalista e docente californiano; Giorgio BOCCA, scrittore, giornalista e opinionista; Franco CARDINI, storico; Giulietto CHIESA, giornalista esperto di questioni internazionali; Furio COLOMBO, direttore de L'Unità; Noam CHOMSKY, linguista; Robert FISK, corrispondente da Beirut di The Independent; Carlo GUBITOSA, giornalista di Peacelink; M'hamed Krichene, giornalista e conduttore di Al Jazeera; Massimo NAVA, inviato del Corriere della Sera; Alberto NEGRI, giornalista de Il Sole 24 ore; John PILGER, giornalista di The Guardian e BBC; Ennio REMONDINO, inviato Rai; Ornella SANGIOVANNI, associazione "Un ponte per"; Antonio SCIORTINO, direttore di Famiglia Cristiana; Marcello VENEZIANI, opinionista, filosofo; Gino STRADA, fondatore di Emergency; Giovanni BOLLEA, psicologo.
Giulia Fossà, giornalista media-creative, autrice e conduttrice di programmi televisivi, prosegue la sua esplorazione del mondo dopo l'11 settembre: dopo aver indagato gli aspetti delle limitazioni dei diritti, affronta il campo dell'influenza delle decisioni politico-militari-economiche sull'opinione pubblica. Che guerra sarà? Che cosa se ne saprà?
Un percorso critico aperto dalle parole di Gino STRADA testimone diretto di tanti orrori: spiega perché il cancro della guerra non deve essere considerato inevitabile. Esiste ancora un giornalismo indipendente? Come riesce a muoversi l'informazione nel campo minato della propaganda? Come evitare le trappole della disinformazione? Quale il sottile confine tra realtà e finzione del tragico show di cui siamo spettatori? Dal ring di conversazioni ricche di aneddoti gli intervistati svelano pressioni e condizionamenti.
Un libro inchiesta che nelle intenzioni dell'autrice vuol essere anche uno strumento critico per aiutare il lettore a decifrare correttamente le informazioni "ufficiali". E inoltre una piccola mappa alternativa per non soccombere alle notizie del The Bush Show, il più pericoloso spettacolo del mondo.
Dalla 4a di copertina:
"Il sistema economico degli Stati Uniti, che è il sistema economico prevalente nel mondo, sta inventando questa guerra necessaria, sta inventando questo pericolo terribile dell'Iraq, che in realtà fa ridere, non esiste. Si è riusciti - e credo che sia l'esempio massimo della disinformazia - a dimostrare che un paese, che non ha la bomba atomica, fa paura a un paese che ha mille bombe e missili atomici."
GIORGIO BOCCA
"I leader del moderno imperialismo sanno che prima di poter attaccare altri paesi devono fare il lavaggio del cervello ai loro popoli, perchè ne hanno paura. I giornalisti svolgono un ruolo chiave in questo senso. Non sono realmente dei giornalisti."
JOHN PILGER
"Ho il legittimo sospetto che la grande stampa sia collusa e partecipi come parte a questa campagna politico militare."
ENNIO REMONDINO
"I media ufficiali sono ormai diventati gli stenografi del Pentagono. Prendiamo la NBC, il più grande network televisivo commerciale. Che cosa è la NBC? La General Electric! E chi è la General Electric? Il più grande produttore di armi del mondo! Pensate che la General Electric voglia la guerra o la pace? Vogliono vendere i loro armamenti o no?"
DENNIS BERNSTEIN
"L'amministrazione Bush sta portando un attacco contro la gente e le future generazioni nell'interesse di ristretti settori ricchi e potenti. In queste circostanze è opportuno sviare l'attenzione dalla sanità, dalla sicurezza sociale, dai debiti, dalla distruzione dell'ambiente e da una lunga lista di sgraditi problemi. Lo stratagemma è quello di far paura alla gente. Come ha scritto il grande satirico americano H.L.Mencken: "L'autentico obiettivo della politica reale è tenere il pubblico in allarme (e quindi farlo rumoreggiare per essere condotto alla salvezza), minacciandolo con serie infinite di spauracchi tutti immaginari"
NOAM CHOMSKY
www.nuovimondimedia.it
Le guerre nascoste dall'informazione
Chi comanda in Congo? Chi raccoglierà diamanti in Sierra Leone? Chi ha coperto i massacri e i genocidi in America latina? E chi ha armato, negli anni passati, Saddam Hussein? Le notizie, le analisi dei commentatori italiani spesso nascondono una verità scomoda e dunque ignorata
GIANNI MINA' - http://www.ilmanifesto.it
L'esercizio della verità, nel momento che stiamo vivendo, è certamente il più disagevole per molti giornalisti intellettuali, politici, carenti di memoria. La spregiudicata deposizione, sabato scorso, di Cesare Previti al tribunale di Milano (deposizione nella quale l'ex avvocato delle cause scabrose di Berlusconi teorizzava sostanzialmente il suo diritto a commettere reati trattandosi di «fatti suoi») ha costretto, in questi giorni, molti opinionisti fino a ieri propensi alla tesi della persecuzione dei giudici di Milano verso Berlusconi e i suoi fidi, a prendere le distanze e a chiedere addirittura, come Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, che Forza Italia dimetta Previti dal mandato di senatore. Una richiesta tardiva, ma evidentemente suggerita da un contesto inquietante, nel quale proprio Previti, qualche settimana fa, aveva mandato un avvertimento esplicito al presidente del Consiglio: «Berlusconi sa come sono andati i fatti».
Costa sempre più fatica, evidentemente, raccontare o analizzare con onestà una realtà che ormai smentisce ogni sicurezza sulla bontà del sistema che prevale nel mondo. E questa fatica è ancora più palese nelle risicate due paginette che i grandi quotidiani in Italia riservano agli accadimenti del resto del mondo.
La preoccupante piega che ha preso, per esempio, la politica interna ed estera degli Stati Uniti, ha trovato, recentemente, una spiegazione seria ed esplicita solo in un fondo di Luigi Pintor uscito sul manifesto. Un fondo che qualche ipocrita stava sicuramente per definire «antiamericano» se, proprio il giorno dopo, George W. Bush non avesse reso noto le 33 inquietanti pagine del «National security strategy of the United States», cioè la insensata logica della guerra preventiva.
La scusa di chi sminuisce o fa finta di dimenticare fatti inoppugnabili, è che bisogna essere «politicamente corretti». Come se mentire sulla realtà, o eludere, ignorare, nascondere accadimenti fosse un esercizio morale, giusto e accettabile. E la guerra preventiva, decisa senza l'autorizzazione di nessuno, oltre «a stabilire un precedente imbarazzante», come ha segnalato l'ex presidente degli Stati uniti Bill Clinton, è una realtà che può essere spiegata con le sordide esigenze della grande industria delle armi, dell'energia e del petrolio, non con motivazioni strategiche come, con poca dignità, sostengono opinionisti provenienti perfino dall'intellighenzia di sinistra.
Recentemente Galli della Loggia si dispiaceva del senso di rimorso molto cattolico che buona parte dell'opinione pubblica sente verso le popolazioni povere, mentre secondo lui dei guasti e dei disastri di questi paesi sarebbero responsabili solo i loro governanti, megalomani e corrotti. Corrotti da chi, professore? Avrebbe qualche indicazione da darci? Perché Galli della Loggia, nella sua requisitoria, si è dimenticato di chiarirci perché, ad esempio, le ricchezze minerarie del Congo non sono in mano dei cittadini, ma proprietà della Compagnia generale delle miniere belga che, per quasi 40 anni, dopo l'assassinio di Lumumba (voluto dalle nazioni coloniali), ha imposto a Kinshasha, un dittatore come Mobutu Sese Seku. E il professore si è dimenticato di spiegarci anche perché in Sierra Leone è in corso da tempo una guerra dimenticata per il possesso dei diamanti. Un conflitto feroce combattuto da fazioni che utilizzano anche i bambini come soldati, al soldo di alcune delle democratiche nazioni d'Europa. Questi stati, ufficialmente alleati tra loro, non possono farsi la guerra in prima persona perché «sarebbe sconveniente». E allora in vece loro combattono adolescenti che imbracciano, spesso maldestramente, le armi più moderne in circolazione. La fazione che vincerà questo conflitto porterà in dote alla nazione «democratica» che l'ha sovvenzionata i diamanti della Sierra Leone.
Galli della Loggia per rafforzare la sua teoria sulle colpe dei poveri, comunque responsabili dei propri disastri (anche di quelli imposti dagli speculatori della finanza) faceva l'esempio di Saddam Hussein che, per smania di potere, ha fatto guerra per dieci anni all'Iran, dilapidando la ricchezza che il petrolio regala all'Iraq. Per una disdicevole dimenticanza però l'opinionista non ha segnalato che quella guerra fra fratelli la vollero e la sostennero, per motivi strategici legati al mercato dei gas e del greggio, proprio gli Stati uniti (Bush senior era il capo della Cia) che crearono e armarono Saddam insieme ad alcune civili nazioni europee. Fra cui l'Italia che costruì per il rais, alla Oto Melara di La Spezia, il super cannone e per oliare l'affare utilizzò la sede di Atlanta della Banca Nazionale del lavoro.
Qual è l'idea di verità che hanno questi intellettuali? In questi giorni i maggiori giornali italiani hanno scandalosamente ignorato il tiro a segno contro la casa, a La Plata (Argentina) di Estella Carlotto, presidentessa delle nonne di Piazza di maggio. Un avvertimento macabro, con pallottole dello stesso calibro di quelle usate per uccidere, 25 anni fa la figlia Laura, allora incinta, i cui resti sono stati ritrovati dopo anni di «desaparecion». La colpa di Estella Carlotto? Aver denunciato, proprio alla vigilia dell'attentato, la violenza della polizia argentina che il fotografo Diego Levy ha documentato in un saggio pubblicato nel n. 78 della rivista Latinoamerica. Il messaggio, specie in questo momento di disgregazione dell'Argentina è chiaro, mafioso e rivelatore, come ha spiegato Estella Carlotto, che il clima di impunità e di incubo già vissuto nella recente storia argentina sta per tornare, favorito proprio dalle presunte misure «antiterrorismo» volute dagli Stati uniti in America Latina. Purtroppo questa deriva in una nazione come l'Argentina, che era l'allieva più ubbidiente delle ricette neoliberali del Fondo monetario e della Banca mondiale, è sfuggita all'attenzione dei più importanti mezzi d'informazione italiani.
Paolo Mieli, nella prestigiosa rubrica delle lettere del Corriere della Sera, rispondendo ad un lettore che lo invitava a parlare dei gulag dei paesi comunisti alcuni dei quali sarebbero ancora in funzione, ha dimenticato questa realtà consueta anche nella «macelleria» Colombia del presidente Uribe, sodale di George W. Bush, oltre che dei narcotrafficanti e degli squadroni della morte, e normale anche nel Messico del presidente Fox, dove più di 200 persone sono scomparse negli ultimi anni nei commissariati di polizia. Mieli non ha accennato nemmeno alla Birmania o all'Indonesia dei feroci militari, alleati del governo di Washington, che, in un recente passato, hanno fatto fuori 500 mila «comunisti», e messa a ferro e fuoco, fino a ieri, Timor est. In compenso ha indicato il Vietnam e perfino Cuba, incurante del fatto che qualunque rapporto annuale di Amnesty International lo smentirebbe. L'unico gulag in funzione a Cuba è infatti quello creato a Guantanamo dal governo degli Stati uniti per rinchiudere, in condizioni penose, i prigionieri talebani.
Se ne dimenticano anche molte belle anime riformiste del contraddittorio mondo della sinistra italiana, giustamente attente ai dissidenti cubani, ma colpevolmente disinteressati invece a conoscere la reale situazione dei diritti della gente in molte presunte democrazie latinoamericane, africane o asiatiche dove, al contrario di Cuba, non c'è nessun rispetto per la dignità dell'uomo. A molte di queste nazioni convenienti per i nostri commerci viene quasi sempre perdonato tutto, come all'Argentina dell'epoca dei desaparecidos. Ed è triste notare come anche questi famosi riformisti, siano incapaci di proporre qualunque iniziativa che vincoli la possibilità di stabilire rapporti economici con questi governanti all'impegno di instaurare nei loro paesi una credibile realtà sociale, civile e democratica.
Il problema di fondo è che tutte le efferatezze commesse nel nome del capitalismo sono considerate deprecabili «effetti collaterali», come le bombe che in Iraq o in Afghanistan colpivano i civili innocenti, e comunque accadimenti ineluttabili. Così il fatto che l'amministrazione di George W. Bush stia ricattando il governo del Costarica per istituire in quel paese una super scuola di polizia che controlli il disagio crescente delle masse povere del continente, magari con i metodi crudeli usati dai militari latinoamericani formati a Fort Benning o nella «Escuela de las americas», non interessa più né all'informazione di quella che fu la borghesia illuminata, né alla politica rinunciataria di parte di quella che fu la sinistra italiana.
Anzi crea fastidio come l'appello del grande poeta argentino Juan Gelman che, dopo aver ritrovato la nipote partorita dalla nuora desaparecida e data in adozione dagli aguzzini della dittatura alla famiglia di una poliziotto di Montevideo, ora insiste con un appello via internet perché l'opinione pubblica internazionale costringa il presidente uruguaiano Battle a impegnarsi a ritrovare i resti della nuora in una delle tante fosse comuni sorte in America latina negli anni `70. Le fosse comuni come gli squadroni della morte o il terrorismo di stato, erano gli «effetti collaterali» dell'Operazione Condor, una delle più spietate campagne di repressione contro qualunque opposizione, messa in atto dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, e voluta in America Latina, negli anni `70, dal presidente nordamericano Richard Nixon.
All'Operazione Condor si deve fra l'altro il genocidio, negli anni `80 delle popolazione Maya in Guatemala, l'ultimo sfregio del secolo dopo quello nazista. I dati che il rapporto Onu «Memoria del silenzio» ha documentato, solo tre anni fa, sono agghiaccianti: duecentomila morti, trentamila desaparecidos, seicentoventisette massacri accertati, quattrocento villaggi scomparsi dalla carta geografica, quasi tremila fosse comuni. Il rapporto documentò anche la complicità del governo di Washington nel genocidio tanto che Bill Clinton volò a Città del Guatemala per chiedere scusa agli eredi dei Maya. E' per storie indecenti come questa che Bush junior osteggia e rifiuta il Tribunale penale internazionale.
Ho ricordato questi accadimenti tante volte e anche in una lettera a Mieli che mi aveva chiamato in causa nella sua rubrica. Purtroppo di questo terrorismo di stato tanto recente e ancora incombente nella società che viviamo, quella della «guerra continua», pochi si vogliono ricordare forse perché più inquietanti di molte efferatezze del comunismo.
L'esercizio della verità, il rispetto della memoria, la forza inconfutabile di certe realtà non sono convenienti e quindi vanno elusi. Con buona pace dell'etica dell'informazione.
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Guerra e comunicazione di massa
In una zona di guerra molto lontana, i media sono gli occhi e le orecchie del mondo. Ma se è l'esercito a controllare l'accesso alle informazioni, il pubblico cosa verrà a sapere? In questo articolo tradotto dal Collier's Year Book del 1992, Bill Kovach, giornalista americano di lunga esperienza (dopo essere stato caporedattore della redazione di Washington del "New York Times", è attualmente direttore della Fondazione Nieman per il Giornalismo dell'Università di Harvard), spiega come la Guerra del Golfo del 1991 abbia portato alla ribalta proprio tale questione. Diversi giornalisti hanno sostenuto di non aver potuto fare reportage veritieri dalla zona di guerra, perché avevano accesso solo a informazioni accuratamente selezionate e perché era concesso loro fare sopralluoghi in posti altrettanto prescelti. L'esercito, adducendo a motivo la preoccupazione per i rischi che i giornalisti avrebbero corso trasmettendo dal campo di battaglia, impose misure di sicurezza molto vincolanti. La Guerra del Golfo è durata pochissimo, ma il conflitto tra media e forze militari potrebbe andare avanti per parecchio tempo.
I giornalisti che guardano indietro nel tempo, ripensando alla Guerra del Golfo arrivano inevitabilmente all'inquietante conclusione che mentre Saddam Hussein sembra aver resistito all'aggressione dell'esercito americano, i veri sconfitti sono stati proprio gli organi di stampa e di informazione. Lo strettissimo controllo esercitato dai militari statunitensi sui media durante il breve conflitto è stato così descritto in una relazione redatta nel giugno del 1991 da un comitato di una delle più grandi organizzazioni di giornalisti: "Alla fin fine, tra le misure di sicurezza e il sistema 'a visite guidate' come forma di censura, la Guerra del Golfo è stato l'avvenimento più oscurato segreto della storia contemporanea. In una società libera non può esserci posto per un così schiacciante controllo da parte delle istituzioni... Televisione, stampa e radio sono stati costretti a constatare amaramente che non c'è stata informazione sulla Guerra del Golfo fino a quando non è finita".
Dal giorno stesso in cui ha risposto con le armi all'occupazione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, la preoccupazione principale dell'esercito americano è stata controllare l'atmosfera psicologica entro cui l'intera operazione si sarebbe svolta, attraverso un elaborato sistema di controllo degli inviati stampa sul terreno delle operazioni militari.
Il ruolo della tecnologia
La Guerra del Golfo ha segnato la separazione netta e inequivocabile tra stampa e forze militari. La moderna tecnologia delle comunicazioni permette di trasmettere in diretta mondiale le immagini di un avvenimento, e l'abilità delle reti televisive che trasmettono via satellite informazione in diretta ventiquattr'ore su ventiquattro, come la CNN, lanciano nuove sfide e offrono nuove opportunità. Tali innovazioni hanno fatto sorgere nell'esercito il timore che in questo modo venissero passate al nemico informazioni di vitale importanza tattica e strategica. Via via che il conflitto proseguiva, l'unica copertura informativa non soggetta al controllo militare degli americani furono i reportage televisivi degli attacchi missilistici su Baghdad, Tel Aviv e Riyadh, che le forze armate non riuscirono a impedire.
Peter Arnett, inviato della CNN, che rimase a Baghdad anche quando gli altri giornalisti se n'erano andati, spedì in patria le immagini-shock di una città dilaniata da missili teleguidati e bombe. Sui suoi servizi, che a volte mostravano gli effetti della guerra sui civili, si concentrarono accesi dibattiti sul ruolo dei giornalisti in tempo di guerra. Nel frattempo Saddam Hussein usava la tecnologia dell'informazione come mezzo di propaganda; anche se in modo piuttosto goffo e imbarazzato, tentò parecchie volte di guadagnare il sostegno mondiale per la sua causa con interviste e appelli televisivi. In effetti i generali del XX secolo hanno reagito alle innovazioni nel campo della comunicazione nello stesso modo in cui i generali della guerra civile americana reagirono all'introduzione del telegrafo: considerarono la diffusione delle notizie come armi in un arsenale, e cercarono di avere il controllo assoluto sulle informazioni che i giornalisti riuscivano ad ottenere e a trasmettere. Il sistema messo a punto nei deserti del Medio Oriente permise ai militari di decidere chi sarebbe stato autorizzato a trasmettere dalle zone di guerra e quali avvenimenti sarebbero stati coperti.
Da Grenada al Golfo
Questa nuova politica di controllo delle informazioni era già stata testata nel 1986, in occasione dell'invasione di Grenada da parte dell'esercito statunitense. I combattimenti, in quel caso, erano confinati a un'isoletta dei Caraibi completamente inaccessibile ai media. Al pubblico non arrivò nemmeno un'immagine del conflitto. Dall'intero mondo dell'informazione si levarono unanimi cori di protesta e gli esperti del Pentagono furono costretti a trarne le conseguenze; n

