Un Uomo chiamato GESU'
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UN
UOMO
CHIAMATO
GESU’
*
TUTTO
QUELLO
CHE AVRESTE
VOLUTO SAPERE
SU
GESU’ IL NAZAREO
E
CHE NON
AVETE
MAI
OSATO
CHIEDERE
INTRODUZIONE
- Gesu’ e’ veramente esistito?
Questa semplice domanda se la puo’ porre qualsiasi persona che abbia un briciolo di buonsenso e che appartenga a qualsiasi religione fuorche’ la mia.
Infatti, se Gesu’ sia un personaggio storico oppure un mito se lo puo’ chiedere un ebreo, un maomettano, un buddista uno scintoista e persino un animista del Togo o un seguace della dea Kahli’ ma a me, che sono cristiano, non e’ consentito. Infatti, tutto cio’ che noi cristiani sappiamo su Gesu’ ci e’ stato insegnato dalla nostra Chiesa che come condizione inderogabile ha posto la Fede, la rinuncia cioe’ al piu’ elementare uso della ragione per poter separare realta’ storica dalla leggenda.
Eppure negli ultimi cinquant’anni sono stati scritti 30.000 libri su Gesu’ e ben 3.000 dopo i ritrovamenti dei cosiddetti papiri del Mar Morto a cui hanno fatto seguito i 4.000 libri pubblicati con le interpretazioni e le traduzioni dei libri di Nag Hammadi, ma in Italia, salvo rare eccezioni, la materia e’ stata trattata da studiosi di comprovata fede secondo i canoni della Commissione Pontificia per gli Studi Biblici, e alla Propaganda Fides che fanno capo alla gerarchia ecclesiastica e alla Congregazione del Santo Uffizio .
Persino il grande Leone Tolstoj in un periodo molto tormentato della sua vita si mise a tradurre e a trascrivere i Vangeli ottenendone 60 volumi scritti a partire dal 1870, purtroppo senza un esito definitivo. Perche’ la questione centrale di questa materia non e’ tanto la distanza che ci separa dagli avvenimenti o il cattivo stato dei ritrovamenti, quanto la continua riscrittura dei testi che ad ogni passaggio ha modificato lo scritto precedente a seconda della bisogna, rendendo incomprensibile sia l’originale che la correzione. Da qui, ad ogni decrittazione ne equivale una uguale e contraria ed e’ tanta la baruffa attorno agli argomenti piu’ semplici da renderne impossibile qualsiasi interpretazione che non possa essere tacciata di malafede.
Eppure credo siano maturi i tempi per tentare una sintesi di tutta questa controversa materia anche con l’ausilio delle nuove tecnologie e dei piu’ recenti ritrovamenti.
Per non farci confondere useremo il rasoio di Guglielmo da Occam, il filosofo pragmatico che lo usava per capire di quali argomenti volesse e potesse discutere: tutto cio’ che si poteva tagliare col rasoio era degno di analisi, tutto il rimanente veniva lasciato alla Metafisica.
Useremo altresi’ la tecnica dell’ipertesto, raggruppando cioe’ gli argomenti in schede collegate tra di loro secondo la teoria della destrutturazione di Propp, e useremo solamente quelle che ci saranno necessarie per procedere in una certa tesi. Poi torneremo indietro e tracceremo un altro percorso usando un altro ordine per tentare di dimostrare un’altra teoria. Gli snodi di questi percorsi sono segnati in neretto, per facilitarne il riconoscimento.
Useremo molta prudenza perche’ ci troviamo alle soglie della civilta’ e la demarcazione tra mito e storia e’ labile e incerta. Il filosofo A. Gobineau, che era anche diplomatico, attraverso’ la Persia annotando curiose leggende popolari che si erano la’ formate attorno alla figura di Napoleone Bonaparte a soli quarant’ anni dalla sua morte! Figuriamoci in Medio Oriente, ai tempi di Cesare Augusto, con una consolidata tradizione orale, quando alcuni scribi vogliono fissare con lo scritto tutti i racconti popolari sviluppati nelle varie sette cristiane, tormentate da scismi e da reciproche accuse di eresia, obbligati alla diaspora per la distruzione di Gerusalemme, con materiali scadenti, luoghi impervi e una proprieta’ linguistica precaria. Ecco, che fogli sparsi ad uso cerimoniale vengono raggruppati, catalogati, rilegati con il nome di una testimonianza, di un’attribuzione o solamente dalle prime righe di ogni scritto che fungera’ da titolo. Certo non sara’ facile la decrittazione duemila anni dopo!
Un’ultima avvertenza. Procederemo nell’analisi storica, archeologica e filologica, ma quando ci troveremo alle soglie della Fede, la’ ci fermeremo.
Perche’ siamo buoni cristiani ed oltre quella soglia non ci e’ permesso di procedere.
1.
LA STORIA
Per dissipare la grande confusione che regna nell’interpretazione dei fatti storici avvenuti all’epoca di Cristo credo sia doveroso collocare gli avvenimenti che stiamo analizzando nel loro contesto storico.
Questa e’ una ricostruzione che si avvale del lavoro di molti specialisti e saro’ grato a tutti coloro che mi segnaleranno imprecisioni o inesattezze.
1 - L'epoca di Erode il Grande (37 a.C. - 4 a.C.)
Gneo Pompeo Magno che in precedenza aveva conquistato la Siria, intervenne nella guerra civile in Giudea tra Aristobulo e il sommo sacerdote Ircano II e conquisto’ Gerusalemme nel 63 a.C.
Ircano II resto’ alla guida religiosa e politica del paese mentre amministratore della Giudea venne nominato Antipatro, un idumeo che non fu mai amato dalla popolazione di Gerusalemme ma che in seguito divento’ vicere’ con Giulio Cesare.
Nel 54 a C. il console Marco Licinio Crasso per finanziare la guerra contro i Parti depredo’ il tesoro del Tempio causando la ribellione della popolazione, in un primo tempo soffocata dal suo successore, Cassio Longino che deporto’ a Roma 30.000 schiavi costituendo la prima comunita’ ebraica romana. Seguirono vent’anni di moti e ribellioni.
Antipatro aveva tre figli: Fasael, eletto stratega di Gerusalemme, Giuseppe, prefetto di Masada, ed Erode, stratega di Galilea un uomo ambizioso ed irruento, che seppe costruirsi con i romani una brillante carriera politica. L’occasione la ebbe soffocando una rivolta nel Golan, la regione ai confini della Siria, capeggiata da un uomo che si proclamava il Messia e rivendicava una discendenza regale per se’ e la sua famiglia addirittura da Re Davide. Costui rispondeva al nome di Ezechia.
In quegli anni si era diffusa presso le classi povere della Palestina la convinzione che fossero maturati i tempi per un riscatto dalla dominazione straniera e dalla classe sacerdotale che era piu’ propensa al collaborazionismo con l’invasore che ne garantiva gli interessi piuttosto che alla ricostruzione dell’antico regno di Davide.
Ezechia era di Gamala, o Gamla, una città situata in cima ad una rupe, nei pressi della riva orientale del lago di Kinnereth, (noi lo conosciamo come Genezareth) nel Golan.
Erode sgomino’ la banda di Ezechia, lo porto’ a Gerusalemme e lo fece giustiziare guadagnandosi la stima dei romani e l’odio dei discendenti di Ezechia che vantavano un presunto sangue reale mentre gli erodiani erano saliti al trono senza alcun diritto dinastico.
[Giuseppe Flavio (1)]
Quando Antipatro fu assassinato, Erode fu eletto dai romani tetrarca dì Galilea, nel 42 a.C.
Nel 40 a C. Erode va a Roma dove viene nominato Re dei Giudei ma soltanto nel 37 a.C., dopo alterne fortune e lotte feroci coi componenti della dinastia asmonea, Erode riuscì a farsi eleggere re di tutta la Palestina che resse per trentatre anni cioè fino alla sua morte avvenuta per malattia nel 4 a.C. Fu un Re che contribui’ alla ripresa dei commerci con la Mesopotamia, si impegno’ nella costruzione di imponenti edifici, rese floride le casse dello Stato e soprattutto fu un leale alleato di Roma. Allargo’ il Tempio, costrui’ un acquedotto e un porto sul Mediterraneo guadagnandosi l’appellativo di Erode il Grande. Uomo diffidente e astuto, fece assassinare ogni persona sospettasse di congiura nei suoi confronti. La sua leggendaria crudelta’ gli fece uccidere pure qualcuna delle sue nove mogli con tutti i figli avuti da esse. Forse e’ questo lo spunto della leggendaria strage dei bambini di Bethlemme di cui non si riscontra traccia alcuna tra gli storici suoi contemporanei.
[ Giuseppe Flavio (2)]
2 - Fra Erode e Pilato (4 a.C. - 26 d.C.)
Alla morte di Erode il Grande, i discendenti sì contendevano la successione del regno e per sedare gli animi Cesare Augusto divise la Palestina in quattro tetrarchie e le affidò ai componenti della famiglia. Le regioni Idumea, Giudea, Samaria, furono affidate a Erode Archelao, Galilea e Perea a Erode Antipa; il Golan, Auranitide, Traconitide, furono affidate a Erode Filippo e la quarta regione divenne un possedimento di Salomè.
Il personaggio descritto dei Vangeli e’ dunque Erode Antipa che sebbene venga denominato Re, malgrado le sue pressanti richieste a Caligola, non lo divenne mai, perche’ la sua smaccata adesione ai romani avevano fatto sorgere in Galilea alcuni movimenti di ribelli tra i quali spiccavano gli zeloti. Inoltre aveva ripudiato Areta la figlia del Re d’Arabia per unirsi contro ogni regola ad Erodiade, moglie di suo fratello Erode Filippo. Areta per vendetta mosse guerra ad Erode sconfiggendolo e costringendo i romani a richiamarlo a Roma e quindi a deporlo ( sembra sia finito in Gallia, ai piedi dei Pirenei ma di lui si perdono le tracce).
La fine del lungo regno di Erode accese nuove ribellioni,perche’ molti speravano nella "guerra santa" per la liberazione di Israele.
In questa circostanza si fece notare il figlio di Ezechia: Giuda, detto "il Galileo", citato anche dal Nuovo Testamento e che non era affatto galileo di nascita, era golanita, era cioe’ nato a Gamala, sulla riva orientale del lago di Kinnereth. Qualcuno lo definisce Giuda di Gamala.
Il termine "galileo" era usato comunemente per indicare la setta dei messianisti-davidici che, appartenenti alla stirpe di Ezechia, provenivano dal nord. In realtà la loro vera provenienza era il Golan, ma erano diventati famosi per le loro azioni a Sefforis, in Galilea, e questo aveva valso loro l'appellativo di galilei.
Galilei furono detti anche i primi cristiani, nel primo secolo.
[Giuseppe Flavio (3)]
Dopo la morte di Erode il Grande pero’, nessuna delle rivolte riuscì a modificare la situazione della Palestina, probabilmente perche’ il consenso e la partecipazione del popolo erano limitati.
Dei tre figli di Erode il Grande, che furono posti a capo delle tetrarchie, il primo a perdere il potere fu Archelao, verso il 6 d.C. perché fu deposto dai romani ed esiliato a Vienne, a sud della Gallia. Augusto fece di questa regione una provincia romana governata da un praefectus, (procuratore).
Il primo praefectus inviato da Roma fu Coponio e, in seguito, dal 26 al 36 d.C. fu Ponzio Pilato.
I Giudei si videro governati direttamente da un pagano e, ad aggravare la situazione, si aggiunse anche la decisione imperiale di eseguire un censimento della popolazione, finalizzato naturalmente alla riscossione delle tasse.
È in questa circostanza che il Vangelo di Luca colloca la nascita di Cristo (siamo nel 6-7 d.C.), creando un insanabile contrasto con la data fornita dal Vangelo di Matteo, che fa nascere Gesù più di dieci anni prima, quando era ancora vivo Erode il Grande.
La supervisione del censimento venne affidata al governatore della Siria Publio Sulpicio Quirino, diretto superiore del praefectus romano. Anche questa circostanza fece scoppiare alcune ribellioni: i messianisti videro nel praefectus romano una usurpazione sacrilega da parte di un pagano di una sovranità che spettava solo a Jahvè, e tentarono una sommossa disperata per impedirlo.
[Giuseppe Flavio (4)
Il figlio di Ezechia, Giuda detto il Galileo, che aveva già guidato una sommossa alla morte di Erode il Grande, fu il capo della rivolta contro il censimento. Anche questa insurrezione si concluse con un insuccesso, Giuda e la sua setta vennero sconfitti dai romani a Qumran nel 60 d.C., a Gerusalemme nel 70 d.C. e a Masnada nel 72 d.C. lo stesso Giuda fu ucciso, 2000 rivoltosi furono catturati e crocifissi distruggendo di fatto l’ebraismo e il nuovo movimento cristiano-ebraico che stava nascendo allora.
A cinquantaquattro anni di distanza il padre e il figlio condivisero la stessa sorte, per la stessa causa.
La maggioranza degli studiosi sostiene che a Giuda debba farsi risalire la setta degli zeloti e dei sicari, interpretandola come un movimento distinto dagli altri, in particolare dagli esseni. Altri sostengono che tra il movimento esseno e quello di Giuda vi fossero profonde relazioni. Può darsi, per esempio, che il movimento di Giuda si sia ispirato ai contenuti ideologici e religiosi del pensiero esseno, che si sia affiancato ad esso, che, a sua volta, ne abbia influenzato gli sviluppi.
Risulta difficile identificare l'immagine del movimento di Giuda con l'immagine pacifista degli esseni offerta da Giuseppe Flavio e da Filone Alessandrino, queste difficoltà scompaiono se consideriamo l'immagine degli esseni che scaturisce dal Rotolo della Guerra, trovato nelle grotte di Khirbet Qumran, sulle rive del Mar Morto.
A questo punto possiamo ancora ammettere che si tratti di due movimenti diversi, ma i loro contenuti sono molto simili. Altre interessanti corrispondenze le possiamo individuare tra il movimento di Giuda e la comunita’ che si era sviluppata intorno al Cristo che Pilato fece crocifiggere; mi riferisco alla comunità giudeo-cristiana, quella dei seguaci diretti di Cristo, non al cristianesimo extragiudaico, sviluppatosi in ambienti romani ed ellenistici dai seguaci di San Paolo.
"...vari elementi... sembrano avvicinare le due figure di Giuda di Gamala e Gesù dì Nazareth. Anzitutto l'origine Galilea e laica, intesa non come elemento puramente geografico e sociologico, ma come espressione di una religiosità diversa da quella dell'ambiente sacerdotale di Gerusalemme dal quale provengono gli Zeloti. Giuda e Gesù, prima sicari e cristiani poi. sono stati chiamati entrambi 'Galilei'; fatto che rende talvolta difficile l'identificazione sicura del gruppo religioso indicato nelle fonti con questo nome..."
(Giorgio Jossa, Gesù e i movimenti di liberazione della Palestina, Paideia, 1980).
3 - L'epoca di Ponzio Pilato (26 d.C. - 36 d.C.)
Nel 26 d.C. Ponzio Pilato venne nominato praefectus dall'imperatore Tiberio.
La sua residenza ufficiale era a Cesarea Marittima, una cittadina sulle rive settentrionali della Palestina. In questo periodo si verificarono alcuni disordini e Pilato mostrò la durezza della sua politica. Tentò pure di introdurre in Gerusalemme delle immagini dell'imperatore ma gli ebrei che non tollerano rappresentazioni della figura umana, tanto meno dell'imperatore furono sul punto di compiere una massiccia sommossa e Pilato preferì ritirare le immagini piuttosto che iniziare il suo incarico governativo con un bagno di sangue.
In realtà la sua disponibilità nei confronti degli ebrei durò poco.
[Giuseppe Flavio (5)]
Quando Pilato per sedare una sommossa fece massacrare un gran numero di samaritani, questi sporsero querela presso il legato di Siria, Vitellio, che inviò Pilato a Roma, per rispondere presso Tiberio del suo operato. Quando giunse a Roma Tiberio era già morto, ma Pilato non fece mai più ritorno in Palestina (Giuseppe Flavio Ant. Giu., 18, 4).
L'epoca di Ponzio Pilato è l'epoca in cui si ambienta il racconto evangelico, Giuseppe Flavio non fa menzione di Cristo nella sua "Guerra Giudaica", mentre nelle "Antichità Giudaiche" possiamo leggere quel passo, diventato ormai famoso, che è stato addirittura definito testimonium flavianum.
[Giuseppe Flavio (6)]
Molto tempo fa, quando intorno alle origini storiche del cristianesimo regnava il più assoluto acriticismo, questo passo era considerato come un elemento probante della storicità del racconto evangelico, ma oggi l'opinione degli accademici, anche cattolici, è fortemente cambiata. Riflettendo sul fatto che Giuseppe Flavio aveva tradito il suo paese, verso il finire della guerra degli anni 66-70, aveva rinnegato ogni principio della causa messianista ed era passato dalla parte dei romani ingraziandosi le simpatie dello stesso Vespasiano, da cui aveva ottenuto un incarico a Roma per scrivere la storia degli ebrei e il titolo di Flavius affiancato al suo nome, dobbiamo senz'altro convenire che quelle parole non potevano assolutamente uscire dalla sua penna. In particolare: "...seppure lo si deve considerare semplicemente come un uomo ... egli era il Cristo ... apparve loro vivo e risuscitato il terzo giorno, come i santi profeti avevano preannunciato..." sono affermazioni che costituiscono una autentica professione di fede cristiana e che non potevano essere avanzate a Roma, da un pupillo dell'imperatore, pochi anni dopo che Nerone aveva fatto crocifiggere e ardere vivi i cristiani nelle vie dell'urbe. Esse sono talmente aderenti al catechismo cattolico che si denunciano da sole come interpolazioni di marca cristiana, universalmente riconosciute come tali dai critici delle opere di Giuseppe Flavio. In pratica il testimonium flavianum non solo non depone a favore della storicità dei Vangeli, ma fa capire quanto si sia spinta in avanti la mano dei cristiani nel piegare le verità della storia e nel manomettere i documenti che dovrebbero dare testimonianza delle vicende di quel periodo. In effetti non esistono manoscritti delle opere di Giuseppe Flavio, se non quelli pazientemente ricopiati (o riscritti?) dagli amanuensi della Chiesa, che datano ai secoli X, XI e XII. Chi ci dice, a questo punto, che non siano stati "opportunamente ritoccati" tutti i documenti storici del tempo (che in realtà si contano sulle dita di una mano sola e costituiscono complessivamente poche righe) in cui si parla di Cristo.
(David Donnini: Storia della Palestina )
4 - 30 anni di disordini messianisti (36 d.C. - 66 d.C.)
Nell'anno successivo al termine dell'incarico di Pilato, cioè nel 37 d.C., Tiberio fu assassinato e la carica imperiale fu assunta da Gaio, tristemente noto come Caligola. Costui era intimo amico di Erode Agrippa figlio di quell'Aristobulo che Erode il Grande aveva fatto uccidere nel 7 a.C.
Caligola gli affidò il governo della tetrarchia situata sulla riva orientale del lago Kinnereth che dopo la morte di Erode Filippo (nel 34 d C.) era passata sotto il diretto controllo del praefectus romano. Agrippa, nel 38, lasciò Roma per insediarsi nel suo dominio. Durante il viaggio fece tappa ad Alessandria d'Egitto e qui si svolse un curioso episodio che racconta Filone Alessandrino, (Philonis Alexandrini: Flaccum, VI). Scrive che i greci alessandrini, ostili alla comunità giudaica locale, avevano trascinato nello stadio uno sprovveduto trovato per la strada, lo avrebbero acconciato con una corona di rami intrecciati, lo avrebbero avvolto in un mantello improvvisato, gli avrebbero messo in mano, a guisa di scettro, una canna facendone un re da burla e lo avrebbero sistemato in posizione sopraelevata mentre alcuni giovani ai suoi lati, tenendo dei bastoni come lance, avrebbero rappresentato le guardie. Allora la gente gli si sarebbe avvicinata e lo avrebbe canzonato fingendo di ossequiarlo, di supplicarlo, invocando: "Oh Signore!" e usando per questo il termine che in siriaco (la lingua di Agrippa) era usato per rivolgersi al re.
Questo episodio assomiglia in modo impressionante al versetto 19,2 del Vangelo di Giovanni:
“ Poi i soldati intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e lo rivestirono di un manto di porpora e si avvicinavano a lui e dicevano: “Salve o re dei giudei” e lo prendevano a schiaffi.
Marco 15,19:
“ mentre con una canna gli battevano il capo e gli sputavano addosso e, piegando il ginocchio, gli facevano la riverenza.
Matteo 27,27:
Inginocchiatisi davanti a lui lo percuotevano dicendo: “Salve re dei giudei” E sputando su di lui prendevano la canna e lo colpivano sulla testa.
Cos'era successo nello stadio di Alessandria? Flacco aveva consentito, o addirittura favorito, che alcuni canzonassero gli ebrei sfruttando l'immagine di quel sedicente re dei giudei che pochissimi anni prima aveva lanciato una sfida al potere imperiale, ma era stato catturato, sbeffeggiato e crocifisso. Il ricordo di questo evento era fresco e tutti coloro che avevano in antipatia i giudei trovavano che questi si fossero coperti di ridicolo per aver creduto in una possibile liberazione della Palestina da parte di un gruppuscolo di fanatici yahwisti. Come possiamo capire l'episodio è molto importante, perché dà una collocazione politica precisa alla crocifissione del Messia di Israele, ed arricchisce il quadro degli scritti non cristiani contenenti riferimenti a Cristo. Non a caso questo episodio è volutamente trascurato. Si preferisce ignorarlo per evitare le sue compromettenti implicazioni e conseguenze.
(David Donnini: Storia della Palestina )
Caligola fu ucciso nel 39 e gli successe Claudio che estese il dominio di Erode Agrippa a tutta la Palestina, compresa la parte in cui, dal tempo di Ponzio Pilato, il posto di praefectus era rimasto vacante. Il regno di Agrippa non durò a lungo, poiché costui morì nel 44. Claudio riesumò la carica del praefectus di Cesarea e incaricò per questo Cuspio Fado (44 – 46 d C.).
Il fatto più importante di questo periodo è l'episodio di rivolta messianista di cui fu protagonista un personaggio che non viene mai chiamato per nome, ma soltanto col soprannome di guerra: Taddeo, o Teuda altre volte citato come Addai, Thaddeo, Theudas, Yehuda, Ioudas Zelotes
(R. Eisenman, California State University, -James the brother of Jesus, Penguin Book).
Costui era un combattente messianista ( in greco chrestianos), citato anche negli Atti degli Apostoli insieme a Giuda il Galileo. Di costui hanno parlato sia Giuseppe Flavio che Eusebio di Cesarea.
[Eusebio di Cesarea (1)]
a Cuspio Fado succedette Tiberio Alessandro (46-48), nipote dI Filone Alessandrino.
Durante la sua amministrazione sì verificarono disordini che portarono alla cattura di due figli di Giuda il Galileo: si chiamavano Giacomo e Simone, e furono entrambi crocifissi.
Dopo Tiberio Alessandro venne Ventidio Cumano (48-52), a cui seguì Felice (52-60), durante il cui incarico fu ucciso Claudio e sostituito dall'imperatore Nerone. Fu questo il periodo in cui la situazione in Palestina degenero’ fino a quella che sarebbe diventata la guerra ( 66 - 70 dC.)
[Giuseppe Flavio (8)]
A Felice succedette Festo (60-62) e a questi Albino (62-64), durante il cui incarico fu giustiziato a Gerusalemme Giacomo il Giusto, fratello di Cristo.
Nel 70 dC. Gerusalemme subì un tremendo assedio da parte delle legioni di Tito, figlio dell'imperatore Vespasiano. Fu una delle pagine più atroci della storia del genere umano.
I cittadini morivano di fame. La gente si dava ad episodi di cannibalismo. Alcuni fuggivano in cerca di cibo, ma venivano catturati dai romani e crocifissi seduta stante di fronte alle mura della città. Lo spettacolo era quello di un mattatoio trasformato in teatro degli orrori. Infine i romani ruppero le difese e penetrarono nella capitale. Innumerevoli folle furono passate a fil di spada. Alcuni storici stimano in un milione le vittime del conflitto. Tutto venne distrutto e bruciato. Anche il tempio, il quale venne preventivamente profanato dallo stesso Tito. Egli violò il sancta sanctorum dove solo il sommo sacerdote poteva entrare, prelevò il candelabro a sette braccia e il tesoro intero, poi lasciò che tutto fosse consumato dal fuoco. I superstiti ebrei furono condotti in catene, come una genia sfortunata a cui rimaneva solo un destino di schiavitù o di penosa discriminazione nelle terre straniere.
(Charles Guignebert , Manuel d'Histoire Ancienne du Christianisme);
[Piccola Apocalisse di Marco, McXIII 1-4, 14-19]
[Giuseppe Flavio (7)]
LE TESTIMONIANZE
Giuseppe Flavio (1)
EZECHIA
"... (Erode), che era energico di natura, trovò subito campo per la sua azione. Catturò infatti Ezechia, un capo brigante che con una grossa banda infestava la regione sul confine della Siria, e lo uccise con molti dei suoi. L'impresa fu accolta col più grande favore dagli abitanti della Siria; nelle città e nei villaggi si inneggiava a Erode come al salvatore della pace e dei beni, e questi divenne noto anche a Sesto Cesare, che era parente del grande Cesare e governava la Siria... "
(Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, I - 10,5).
In questo passo la tendenziosità di Giuseppe appare evidente: secondo lui la cattura di Ezechia sarebbe stata accolta da tutti con grande giubilo, ed Erode salutato come un liberatore; ma noi comprendiamo che tale atteggiamento poteva essere condiviso soprattutto da quegli ebrei a cui conveniva un compromesso coi romani, piuttosto che una lotta frontale. La verità è che a Gerusalemme fu contestato il gesto di Erode, ed alcuni volevano addirittura che fosse processato, per avere giustiziato sommariamente Ezechia (David Donnini)
Giuseppe Flavio (2)
ERODE
"...Il re aveva infatti nove mogli, e figli da sette di loro: Antipatro da Doris, Erode da Mariamme, la figlia del sommo sacerdote, Antipa e Archelao da Maltace la Samaritana, e da questa la figlia Olimpiade che fu moglie di suo nipote Giuseppe da Cleopatra di Gerusalemme Erode e Filippo, da Pallade Fasael. Di figlie ne ebbe anche altre: Rossane e Salomè, la prima da Fedra, la seconda da Elpis. Due delle mogli non avevano avuto figli, una sua cugina e una sua nipote. Oltre a queste poi le due sorelle di Alessandro e Aristobulo, nate da Mariamme..."
(Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, I - 28,4).
Gran parte della ferocia di Erode fu riversata sulla sua stessa famiglia, infatti nel 29 a.C. fece uccidere la moglie Mariamme, nipote di Ircano lI, sospettando che essa complottasse contro di lui e, nel 7 a.C., fece uccidere anche i figli che aveva avuto da lei: Alessandro e Aristobulo.
Erode fece compiere molte opere per lo splendore del suo regno; fece iniziare i lavori per la ricostruzione del tempio di Gerusalemme, ma non certo per fervore religioso; fece costruire l'imponente fortezza di Masada, non lontano dalla riva sud-occidentale del Mar Morto; fece costruire nel nord, sulla costa, la città di Cesarea, vicino all'attuale Haifa, che svolse il ruolo di porto di collegamento fra Roma e la Palestina e che, in seguito, fu la residenza ufficiale dei procuratori romani. Erode il Grande morì confermando la sua fama dispotica e sanguinaria, facendo uccidere, fra gli altri anche Antipatro, il figlio che aveva avuto dalla moglie Doris:
"...So che i Giudei faranno festa per la mia morte, ma io ho il modo di farli piangere per altri motivi e ottenere un grandissimo lutto, se voi vorrete eseguire le mie disposizioni. Quando io morirò. fate immediatamente circondare dai soldati e uccidere quelli che stanno rinchiusi (nell'ippodromo), sì che tutta la Giudea e ogni famiglia. anche non volendo, abbiano a piangere per la mia morte..." (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, I - 33,6).
Giuseppe Flavio (3)
GIUDA IL GALILEO
"...Nella Perea Simone, uno degli schiavi del re, facendo affidamento sulla bellezza delle sue forme e sulla prestanza fisica. Si cinse del diadema e. andando in giro alla testa dei briganti che aveva raccolto. appiccò il fuoco alla reggia di Gerico e a molti altri ricchi palazzi, procurandosi con gli incendi facili occasioni di saccheggio. E in breve avrebbe dato alle fiamme ogni abitazione di un certo valore, se non fosse andato ad affrontarlo Grato... il capo della fanteria regia... Simone stesso, mentre cercava scampo attraverso un ripido burrone, fu intercettato da Grato che con un colpo di fianco gli staccò la testa..." (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II, 4).
"...Anche nel contado si verificarono vari disordini, e l'occasione spinse parecchi a tentare d'impadronirsi del potere. Nell'Idumea duemila veterani di Erode, raccoltisi in armi, erano in lotta con l'esercito regio. e contro di loro guerreggiava Achiab, il cugino del defunto re, appoggiandosi alle piazzeforti ed evitando una battaglia in campo aperto. A Sepphoris. nella Galilea, Giuda, figlio del capobrigante Ezechia, che un tempo aveva infestato quel paese ed era stato catturato dal re Erode, avendo raccolto una banda non piccola fece irruzione negli arsenali regi e, rifomiti di armi i suoi, attaccava gli altri che aspiravano al potere..." (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II, 4).
Giuseppe Flavio (4)
RIVOLTA FISCALE
"...Essendo stato ridotto a provincia il territorio di Archelao, vi fu mandato come procuratore Coponio, un membro dell'ordine equestre dei romani, investito da Cesare anche del potere di condannare a morte. Sotto di lui un galileo di nome Giuda spinse gli abitanti alla ribellione. colmandoli di ingiurie se avessero continuato a pagare il tributo ai romani e ad avere, oltre Dio, padroni mortali. Questi era un dottore che fondò una sua setta particolare, e non aveva nulla in comune con gli altri..." (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II, 8).
"...Un certo Giuda il Galileo si precipitò nella sedizione. Egli sosteneva che quel censimento si portava dietro addirittura una servitù totale. e chiamava il popolo a rivendicare la propria libertà. Giuda il Galileo fu il fondatore della quarta setta filosofica. I suoi seguaci s'accordano in generale con la dottrina dei farisei, ma hanno un invincibile amore della libertà, perché giudicano che Dio è il solo capo e l'unico padrone. I più straordinari generi di morte, i supplizi dei loro parenti e amici li lasciano indifferenti, pur di non dover chiamare nessun uomo col titolo di padrone..." (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 18, 4-5).
Giuseppe Flavio afferma che: "...Giuda il Galileo era un dottore, che fondò una sua setta particolare, la cosiddetta 'quarta setta filosofica', che non aveva nulla in comune con le altre...". E molto importante per noi focalizzare bene questa setta, comprenderne i motivi aspiratori e stabilire quali relazioni potesse avere con le altre componenti della società ebraica.
Afferma a questo proposito lo studioso G. Jossa:
"...La predicazione di Giuda il Galileo contiene due elementi fondamentali: l'affermazione intransigente della signoria di Jahvè e della libertà di Israele e l'annuncio imminente del regno di Dio e della liberazione da Roma. Dal primo punto di vista. Giuda è un dottore. un ~rabbì", che ripropone con assoluta radicalità l'ideale etico teocratico di Israele. Al centro della sua predicazione è il richiamo della signoria di Jahvè sul popolo e l'affermazione della sua inconciliabilità con la dominazione romana. Questo presuppone una radicalizzazione dell'idea della libertà di Israele che comporta il rifiuto della signoria imperiale e del pagamento del tributo. Dal secondo punto di vista, Giuda è un profeta un 'nabi', che riprende con assoluta urgenza l'attesa messianica nazionale di Israele. Al centro della sua predicazione è l'annuncio della venuta dal regno di Dio e la richiesta di collaborazione del popolo alla sua realizzazione. Questo significa un invito alla liberazione di Israele dal dominio di Roma che comporta la ripresa del messianismo davidico e la necessità della lotta armata..." (Giorgio Jossa, Gesù e i movimenti di liberazione della Palestina, Paideia, 1980).
Possiamo enucleare questi punti nel pensiero della setta di Giuda:
1) un vero israelita non può riconoscere altro sovrano che Yahweh;
2) il riconoscimento di un sovrano straniero, per di più pagano, è un atto sacrilego;
3) il pagamento del tributo ai romani costituisce un atto esplicito di sottomissione ai pagani, pertanto è una offesa alla sovranità di Yahweh;
4) un vero israelita deve adoperarsi al prezzo della sua stessa vita per contribuire alla restaurazione del regno messianico-davidico, il cosiddetto Regno di Yahweh.
(David Donnini: Storia della Palestina )
Giuseppe Flavio (5)
PONZIO PILATO
"...tempo dopo Pilato provocò un altro tumulto impiegando il tesoro sacro, che si chiamava korbonas, per un acquedotto che faceva arrivare l'acqua da una distanza di quattrocento stadi. La folla ribolliva di sdegno, e una volta che Pilato si trovava a Gerusalemme ne circondò il tribunale con grandi schiamazzi. Quello, che già sapeva della loro intenzione di tumultuare, aveva sparpagliato tra la folla i soldati, armati e vestiti in abiti civili, con l'ordine di non usare le spade, ma di picchiare con bastoni i dimostranti, e a un certo punto diede il segnale. I Giudei furono percossi, e molti morirono per i colpi ricevuti. Molti calpestati da loro stessi nel fuggi fuggi. Terrorizzata dalla sorte delle vittime la folla ammutolì..."
(Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, II, 9).
Giuseppe Flavio (6)
LA PIA FRODE
"...In quel medesimo tempo viveva Gesù, che era un uomo saggio, seppure lo si deve considerare semplicemente come un uomo, tanto ammirabili erano le sue opere. Egli ammaestrava coloro che desideravano essere istruiti nella verità, e fu seguito non solo da molti giudei ma anche da tanti gentili: egli era il Cristo. Poiché alcuni capi della nostra nazione l'avevano accusato davanti a Pilato, costui lo fece crocifiggere. Coloro che lo avevano amato durante la vita non lo abbandonarono dopo la morte. Egli apparve loro vivo e risuscitato il terzo giorno, come i santi profeti avevano preannunciato, dicendo che avrebbe fatto molti altri miracoli. Da lui hanno tratto il nome i cristiani, che noi vediamo ancora oggi..." (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, 18 - 3,3).
L’aggiunta: egli era il Cristo venne denunciata persino da Voltaire nel suo Dizionario Filosofico quale pia frode. Si e’ a lungo dibattuto sull’inserimento di questa appendice da parte di un amanuense e a questo proposito credo che sia illuminante la lettera di HIERONYMUS, (Epistula CVI, 46): "Mi stupisco del fatto che non so qual temerario ha pensato di dover incorporare nel testo una nostra annotazione marginale, che abbiamo scritto per istruzione del lettore [...] Perciò se è stato aggiunto qualcosa a lato per studio, non deve essere incorporato al testo"
Giuseppe Flavio (7)
DISTRUZIONE DI GERUSALEMME
"...Gaio Cesare fu così intemperante verso la fortuna. da voler essere considerato e chiamato dio, da privare la patria del fior fiore della sua nobiltà e da estendere la sua empietà anche fino alla Giudea. Infatti inviò Petronio con un esercito a Gerusalemme per collocarvi le sue statue nel tempio. dandogli ordine, se i giudei non le avessero volute introdurre, di uccidere chi avesse opposto resistenza e di ridurre in schiavitù tutto il resto della popolazione. Ma Dio vegliava contro tali ordini. Petronio con tre legioni e con molte milizie ausiliarie della Siria, mosse da Antiochia contro la Giudea, mentre fra i giudei alcuni non credevano alle voci di una guerra e altri, che ci credevano, non vedevano una via di salvezza; ma ben presto il terrore si diffuse fra tutti perché l'esercito era già arrivato a Tolemaide ... [Petronio] sciolse l'assemblea che lo colmava di benedizioni e, ritirato l'esercito da Tolemaide, ritornò ad Antiochia. Di lì subito informò Cesare circa la sua spedizione in Giudea e le supplichevoli richieste della nazione, concludendo che, se non voleva perdere oltre agli uomini anche il paese, conveniva non violare la loro legge e lasciar cadere l'ordine dato. A questa lettera Gaio rispose in toni tutt'altro che pacati. minacciando di morte Petronio per la lentezza con cui eseguiva le sue disposizioni. Ma a coloro che portavano questo suo messaggio capitò di restare per tre mesi bloccati in mare dalle tempeste, mentre altri messaggeri con la notizia della morte di Gaio non ebbero disturbi durante la loro navigazione. Perciò Petronio ricevette questo secondo messaggio ventisette giorni prima dell'altro contenente le minacce..."
(Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II, 10).
L'episodio è importante perché alcuni studiosi sostengono che di esso esista un preciso riferimento nel Vangelo, in quel passo che viene chiamato solitamente Piccola apocalisse di Marco (Mc XIII). In esso leggiamo:
"...Quando vedrete l'abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge capisca, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai monti".
Colui che ha scritto queste parole si è richiamato ad un passo del Vecchio Testamento in cui si descrive un altro "abominio della desolazione": la profanazione del tempio che fu effettuata allorché in esso fu sistemato un altare a Giove Olimpo. Furono queste le cose che, nel secondo secolo avanti Cristo avevano scatenato la rivolta dei maccabei. Dunque la minaccia di profanazione da parte di Caligola sarebbe l'abominio di cui parla il Vangelo? Vedremo in seguito che questo non è vero. L'abominio è riferito a tutt'altra circostanza alquanto più tarda: e cioè all'ingresso delle truppe di Tito nel tempio, alla profanazione del sancta sanctorum, al saccheggio del tesoro sacro, che fu portato trionfalmente a Roma come bottino di guerra. Tutte queste cose sono avvenute nel 70 d.C. Perché, dunque, molti collegano l'episodio della Piccola apocalisse di Marco alla questione delle statue di Caligola? Per la semplice ragione che molti cristiani vogliono credere, contro molte evidenze, che il Vangelo di Marco sia stato composto negli anni 50-60, pertanto l'unico eventuale riferimento storico del passo in questione può essere fornito solo dalla minaccia di Gaio Caligola, che comunque non è mai stata messa in atto. In seguito riprenderemo il problema e vedremo che le parole di Marco mostrano un preciso riferimento alla distruzione del tempio avvenuta nel 70, dandoci la sicurezza che non può essere stato scritto prima di quella data.
(David Donnini: Storia della Palestina )
Eusebio Di Cesarea (1)
TADDEO IL RIBELLE
"... Ancora negli Atti, Luca accenna a Gamaliele, che durante l'interrogatorio degli apostoli disse che al tempo di cui parliamo si ribellò un certo Teuda, che si vantava di essere qualcuno, e fu ucciso. mentre tutti quelli che gli avevano prestato fede furono dispersi. Ma consideriamo ora anche ciò che Giuseppe scrive di lui. Nell'opera sopracitata riferisce testualmente quanto segue: - Mentre Fado era procuratore della Giudea, un impostore di nome Teuda persuase la maggior parte della folla a prendere con sé i propri averi e a seguirlo fino al fiume Giordano: diceva infatti d'essere un profeta e che a un suo cenno il fiume si sarebbe aperto, offrendo loro facile passaggio. Molti ne ingannò a questo modo. Ma Fado non permise che traessero vantaggio da tale follia e inviò uno squadrone di cavalieri, che piombò su di loro all'improvviso: molti furono uccisi e molti presi vivi; fu fatto prigioniero anche Teuda, cui fu tagliata la testa e portata a Gerusalemme - ..."
(Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiatica II, 12).
Giuseppe Flavio (8)
VENTIDIO CUMANO
E FELICE
"...Dopo la morte di Erode, che aveva regnato su Calcide, Claudio sul trono dello zio mise Agrippa figlio di Agrippa; nel governo del resto della provincia ad Alessandro successe Cumano, sotto il quale ricominciarono i disordini e si verificò una nuova strage di giudei. Essendosi la folla raccolta a Gerusalemme per la festa degli Azzimi, ed essendosi schierata la coorte romana sopra al portico del tempio - giacché usavano vigilare in armi in occasione delle feste, per evitare che la folla, raccolta insieme, desse inizio a qualche sommossa - uno dei soldati, sollevatasi la veste e inchinatosi con mossa indecente, mostrò ai giudei il suo deretano accompagnando il gesto con acconcio rumore. La cosa fece imbestialire la folla che con grandi schiamazzi esigeva da Cumano la punizione del soldato, mentre i giovani con la testa più calda e gli elementi per loro natura più ribelli del popolo si gettarono allo sbaraglio e, afferrate delle pietre, le scagliavano contro i soldati. Cumano, temendo di essere assalito dal popolo intero, fece affluire dei rinforzi. Quando questi arrivarono sotto i portici, i giudei furono presi da un panico irresistibile e, volte le spalle, cercavano di fuggire dal tempio verso la città. Ma la stretta della folla che si accalcava nei pressi delle uscite fu tale, che più di trentamila persone morirono calpestandosi e schiacciandosi fra loro, e la festa si risolse in un lutto per tutta la nazione, con lamenti in ogni casa..."
(Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II, 12).
"...Però, mentre il paese veniva così ripulito, in Gerusalemme nacque una nuova forma di banditismo, quella dei cosiddetti sicari, che commettevano assassini in pieno giorno e nel bel mezzo della città. Era specialmente in occasione delle feste che essi si mescolavano alla folla, nascondendo sotto le vesti dei piccoli pugnali, e con questi colpivano i loro avversari; poi. quando questi cadevano, gli assassini si univano a coloro che esprimevano il loro orrore e lo facevano così bene da essere creduti e perciò non era possibile scoprirli. Il primo ad essere assassinato da loro fu il sommo sacerdote Gionata e, dopo di lui, ogni giorno numerose furono le vittime, ma il terrore era più grande delle uccisioni perché ciascuno, come in guerra, si sentiva ogni momento in pericolo di vita. Si studiavano da lontano le mosse degli avversari e non ci si fidava nemmeno degli amici che si avvicinavano, ma pur fra tanti sospetti e cautele la gente continuava a morire, tanta era la sveltezza degli assassini e la loro abilità nel non farsi scoprire. Oltre a questi si formò un'altra banda di delinquenti: le loro mani erano meno lorde di sangue ma le loro intenzioni non erano meno empie. sì che il danno da essi inferto al benessere della città non restò inferiore a quello arrecato dai sicari. Individui falsi e bugiardi, fingendo di essere ispirati da Dio e macchinando disordini e rivoluzioni. spingevano il popolo al fanatismo religioso e lo conducevano nel deserto promettendo che ivi Dio avrebbe mostrato loro segni premonitori della liberazione. Contro costoro Felice, considerandoli come istigatori alla ribellione. mandò truppe a cavallo e a piedi e ne fece gran strage ...i ciarlatani e i briganti, riunitisi insieme, istigavano molti a ribellarsi e li incitavano alla libertà, minacciando di morte chi si sottometteva al dominio dei romani e promettevano che avrebbero fatto fuori con la violenza chi volontariamente si piegava alla schiavitù. Distribuitisi in squadre per il paese. saccheggiavano le case dei signori, che poi uccidevano, e davano alle fiamme i villaggi, sì che tutta la Giudea fu piena delle loro gesta efferate..."
"...Ma guai ancor maggiori attirò sui giudei il falso profeta egiziano. Arrivò infatti nel paese un ciarlatano che, guadagnatosi la fama di profeta. raccolse una turba di circa trentamila individui che si erano lasciati abbindolare da lui, li guidò dal deserto al monte detto degli ulivi e di lì si preparava a piombare in forze su Gerusalemme, a battere la guarnigione romana e a farsi signore del popolo con l'aiuto dei suoi seguaci in armi. Felice prevenne il suo attacco affrontandolo con i soldati romani e tutto il popolo collaborò alla difesa sì che, avvenuto lo scontro, l'egiziano riuscì a scampare con alcuni pochi, la maggior parte dei suoi seguaci furono catturati o uccisi mentre tutti gli altri si dispersero rintanandosi ognuno nel suo paese..."
(Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II, 13).
Questo egiziano, che anche gli Atti degli apostoli nominano (At XXI, 38), tentò un gesto che era esattamente la replica di quello che fu tentato dal sedicente Messia di Israele catturato da Pilato almeno vent'anni prima. L'episodio ci illumina sulla dinamica di queste rivolte messianiche: il monte degli ulivi era il luogo di raccolta degli insorti ed era la base per l'attacco ai presidi romani. Ci rendiamo conto di quanto siano stati numerosi i tentativi di questo genere, e di quanti Cristi siano apparsi in Palestina nel primo secolo, alimentati dall'attesa angosciosa di un liberatore che ricostruisse il "Regno di Dio".
[Piccola Apocalisse di Marco, McXIII 1-4, 14-19]
Si e’ dibattuto a lungo attorno a questi versetti perche’ indicherebbero la data di realizzazione del Vangelo attribuito a Marco, il primo dei Vangeli secondo la stragrande maggioranza degli studiosi laici, il secondo dopo quello di Matteo a sentire gli studiosi ecclesiastici che fanno riferimento ad un precedente Vangelo di Matteo in aramaico di cui non si e’ mai trovata traccia.
I versetti in questione sono:
(Mc XIII 1-4)
Mentre usciva dal tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta» Mentre era seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: «Dicci, quando accadrà questo...».
(Mc XIII 14-19)
Quando vedrete l'abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge capisca, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai monti; chi si trova sulla terrazza non scenda per entrare a prender qualcosa nella sua casa; chi è nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni! Pregate che ciò non accada d'inverno; perché quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall'inizio della creazione, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà. Crocifissioni di massa
(Mt XXIV 1-3)
Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse loro: «Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata».
(Mt XXIV 15-22)
Quando dunque vedrete l'abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo - chi legge comprenda - allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. Pregate perché la vostra fuga non accada d'inverno o di sabato. Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall'inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, nessun vivente si salverebbe.
(Lc XIX 41-44)
Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata». Il trionfo delle legioni dopo il saccheggio del tempio
(Lc XXI 5-6)
Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta».
(Lc XXI 20-24)
Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli in campagna non tornino in città; saranno infatti giorni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scritto si compia. Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti.
Sembra evidente che la profezia attribuita a Gesu’ Cristo riguardi la distruzione di Gerusalemme e pare logico supporre che i quattro evangelisti a cui vengono attribuiti i Vangeli canonici possano averli scritti dopo il 70 d C. (data della distruzione del Tempio), dalle cui cronache dei contemporanei potrebbero aver attinto per “abbellire” il racconto.
Non sarebbe il primo caso. Persino Luca, medico con letture finissime,
…lascia intravedere alle sue spalle una fonte giudeo-cristiana scritta e orale e su questa base compone un racconto (del Vangelo N.d.A.) di grande ricchezza che riveste di testi profetici, che attualizza nel racconto di esperienze letterarie classiche ed in particolare di reminiscenze di Tucidite. (Pierluigi Baima Bollone: L’identita’ di Gesu’)
C’e’ pero’ quel Quando vedrete l'abominio della desolazione stare là dove non conviene… che non e’ affatto una originalità evangelica ma e’ tratta dal Vecchio Testamento (2 Mac VI, 2; Dn XI, 32) e si riferisce alla profanazione del tempio che fu effettuata nel dicembre del 176 a.C. da Antioco a Gerusalemme, quando fece innalzare un altare a Giove Olimpo al posto dell'altare dei profumi, nel cuore dell'area sacra. E' questo l'abominio, che diverrà espressione simbolica di tutte le profanazioni così gravi delle aree sacre al culto dei giudei.
Secondo gli studiosi che propendono per la stesura dei Vangeli attorno al 40 dC. la profanazione cui si fa riferimento potrebbe essere quella di Caligola che voleva mettere la sua effige nel Tempio, ma questa profanazione non e’ mai avvenuta perche’ l’imperatore venne assassinato prima dell’attuazione di tale progetto come ampiamente testimoniato da Giuseppe Flavio.
Ed è proprio perché i vangeli canonici ne parlano con immagini così pulsanti e drammatiche, primo fra tutti il vangelo di Marco, che noi possiamo essere certi che la loro redazione è un evento che segue nel tempo la tremenda disfatta subita dagli ebrei nel 70. E non solo la segue nel tempo, ma ne è un corollario ideologico, perché questa vicenda fondamentale nella storia degli ebrei e del movimento messianico fondamentalista, che voleva ricostruire il Regno di Dio dopo avere ripulito la casa di Israele dentro e fuori (ovverosia dagli stranieri pagani e dagli ebrei corrotti), convinse ancor più i revisionisti della corrente di Paolo che il messianismo tradizionale era un fallimento sancito dalla storia e che la via da seguire era quella della salvezza spirituale, non quella della salvezza nazional-religiosa di Israele, di cui, invece, l'aspirante Messia giustiziato da Pilato era stato l'eroe e il martire. Forse era già tragicamente concluso anche l'episodio della resistenza degli esseno-zeloti asserragliati a Masada (nel 73), quando Marco mise mano alla penna e tradusse in narrazione scritta l'ideale di un salvatore assai più simile al Soter dei greci, al Saoshyant dei persiani, al Buddha e al Krishna degli indiani, che non al Mashiah degli ebrei. Anzi, gli ebrei, e non i romani, erano i "cattivi" della situazione e questo salvatore, invece che un carismatico rabbi giudeo sembrava piuttosto uno ierofante dei culti iniziatici ellenici, che resuscitava come Attis e come Mitra, dopo tre giorni passati agli inferi, e offriva ai fedeli, come pasto sacrificale, il sangue e la carne del dio incarnato.
(wontolla rsproject@libero.it )
2
I VANGELI SINOTTICI
Tutto quello che sappiamo attorno alla figura di Gesu’ Cristo ci e’ stato tramandato dai vangeli.
Secondo gli studiosi laici il primo di questi sarebbe quello attribuito a Marco, che potrebbe essere stato redatto attorno al 70/80 dopo Cristo, forse a Roma. Segue quello di Matteo e poi Luca scritti una trentina d’anni dopo. Il Vangelo di Giovanni fa corpo a se’ e ne parleremo a parte.
La prima domanda che uno si pone e’: perche’ sono stati scritti cosi’ tardi? Com’e’ mai possibile che testimonianze cosi’ preziose siano state codificate a distanza di generazioni, quando i testimoni oculari non erano piu’ interpellabili e le vicende avevano cominciato a lievitare verso la forma mistica? E poi: com’e’ possibile che un personaggio cosi’ dirompente non abbia attratto l’attenzione di storici suoi contemporanei?
Perche’ se e’ ammissibile che durante tutto il primo secolo nessuno storico ne’ greco, ne’ romano menzionino la figura di Gesu’ Cristo, come giustificare Giusto di Tiberiade, uno storico suo contemporaneo, residente nella stessa area dove aveva operato Gesu’, meticoloso e scrupoloso redattore di una Storia dei re giudici di Giudea che non si e’ accorto di un taumaturgo predicatore che ammassava e sfamava migliaia di fedeli venuti da tutta la Galilea ad ascoltare le sue parabole?
Tale silenzio, per la verita’, dovette sembrare insopportabile per alcuni cristiani del terzo secolo, tanto da spingerli ad inserire un’appendice nelle Antichita’ giudaiche di Giuseppe Flavio, ma l’operazione fu tanto malaccorta ( e forse accidentale) da venire presto scoperta.
Per la verita’ nessuno dei primi Padri della Chiesa, certamente a conoscenza del lavoro di Giuseppe Flavio, ne ha mai menzionato la fonte, segno che forse in origine non c’era. Non lo menzionano ne’ Giustino nel 150 d.C., ne’ Tertulliano nel 200 e nemmeno Cipriano. Contrariamente a quanto si evince dalla lettura del passo manipolato, Origene scrisse che certamente Giuseppe Flavio non era cristiano e il teologo olandese del settecento, Vossius scrisse di aver letto un manoscritto (tradotto dall’arabo) delle Antichita’ dove non risultava esserci il passo incriminato.
Forse la spiegazione a questo fatto e’ piuttosto semplice e si basa su due fatti evidenziati dal teologo Fredrich Heiler. Il primo e’ che in un’area scossa da moti rivoluzionari e guerre civili, con sedicenti messia e condottieri dirompenti, Gesu’ Cristo possa essere sembrato una delle tante teste calde che attraversavano il paese. La sua grandezza potrebbe essere emersa con il tempo e con la devozione dei suoi seguaci.
La seconda ragione emerge dalla lettura dei vangeli il cui unico e peculiare contenuto proto-cristiano era la buona novella annunciante la prossima fine del mondo e il ritorno del Messia che con il Padre avrebbe instaurato un nuovo regno premiando i buoni e giudicando i cattivi. E quando sarebbe avvenuto tutto questo? Non sarebbe passata una generazione.
“ Il fermissimo convincimento di Gesu’ nell’imminente avvento del Giudizio Universale e della fine dei tempi, non viene ormai contestato da nessun ricercatore serio e imparziale. Ebbene, in questa credenza – che fu il cuore del suo insegnamento – non s’inganno’ soltanto il Gesu’ sinottico ma altresi’ l’intera cristianita’ primitiva, trascorrendo giorni e anni dopo la morte del suo Maestro in ansia febbrile, contando tenacemente sul suo ritorno e sull’incombente ed ineluttabile egemonia divina. Questa realta’ e’ documentata attraverso tutta la letteratura protocristiana tanto all’interno quanto all’esterno del Nuovo Testamento, per tutto il secolo secondo.”
(Fredrich Heiler: Der Catholizismus seine idee und seine Erscheinung – Monaco 1923)
Per la verita’, l’idea proto-cristiana della fine del mondo e dell’idea messianica non era nuova perche’ gia’ gli Egizi, i Babilonesi ed i Persiani conoscevano l’aspettativa di una prossima fine del mondo e l’avvento di una beata eta’ terminale era celebrata due millenni prima dagli egiziani con espressioni riprese nella stessa Bibbia. Settecento anni prima, Assurbanipal fu venerato come redentore e figlio di Dio da cui sarebbe venuta una nuova era dell’oro dove:
“ I bimbi cantano, le donne partoriscono senza pena, i malati guariscono, i vegliardi saltellano, gli affamati vengono saziati e gli ignudi rivestiti… e i sacerdoti tripudiano, il tempo e’ compiuto”
Nello stesso periodo Zarathustra predicava il vicino avvento del regno di Dio e l’iraniano Saoscjant, il novello salvatore del mondo, veniva considerato messaggero per eccellenza.
Tutta questa tradizione orale conflui’ nell’Antico Testamento come idea messianica di un salvatore discendente dalla stirpe di Davide che desse inizio al Regno di Dio sulla terra.
I Profeti l’avevano annunciato ma anche le apocalissi tardo-ebraiche, i libri di Daniele, il libro di Enoch con tutti i suoi miti persiani e greci, e certamente gli Esseni e Giovanni Battista.
Il cristianesimo come lo conosciamo oggi, pur nella sua complessita’ e diversita’ condivide tre premesse di base: professa il Credo apostolico, accetta il canone del Nuovo Testamento e riconosce la gerarchia ecclesiastica. Queste premesse pero’ videro la luce solamente verso la fine del secondo secolo. Prima, come attestano molti Padri della Chiesa che li avversavano, circolavano molti vangeli, insieme a scritti di formazione, testi mistici o segreti, poesie e canti attribuiti a Gesu’ o ai suoi apostoli. Coloro che si professavano cristiani si raggruppavano in comunita’ indipendenti, con ritualita’ diverse, praticando l’ecumenismo, senza gerarchia o canone.
Testimonianze contemporanee descrivono comunita’ che si riunivano alla sera per la preghiera e per condividere la cena, ( agape ) durante la quale veniva sorteggiato un sacerdote che leggeva, un ispirato che predicava e un profeta che in preda a delirio mistico descriveva le sue visioni.
Per uno strano scherzo della Storia, notizie attorno a questi movimenti ci sono pervenute solamente dai Padri della Chiesa che li hanno avversati, un po’ come se volessimo raccogliere notizie sulla Resistenza francese leggendo i verbali dei nazisti.
Nel 200 pero’ la situazione era gia’ mutata e il cristianesimo si era incanalato in un’istituzione diretta da una gerarchia formata dai vescovi, preti diaconi che si definivano custodi della vera e unica fede respingendo ogni altro punto di vista come “eresia”.
Il Vescovo di Lione, Ireneo, uno dei piu’ accaniti avversari dei movimenti, scriveva che poteva esistere una sola chiesa, quella cattolica, e che fuori di essa non c’era salvezza.
La svolta avvenne nel 313 con l’editto di Costantino, quando i vescovi che erano stati perseguiti dalla milizia improvvisamente ne divennero i mandanti e basto’ bollare come eretici tutti coloro che non la pensavano come loro per condannare, imprigionare e persino distruggere i testi controversi.
La Chiesa accetto’ come canonici, ossia autentici, solamente i gruppi di scritti attribuiti a Matteo, considerato il primo evangelista poiche’ il suo primo Vangelo scritto in greco viene fatto risalire ad una precedente versione aramaica mai ritrovata, Marco e Luca che con il primo avrebbero
scritto i Vangeli cosiddetti sinottici in quanto si ritrovano passi che li accomunano, e un Vangelo piu’ tardo attribuito all’Apostolo Giovanni che risente della gia’ avvenuta deificazione della figura del Cristo.
Escluse alcune lettere di Paolo, riportate da Luca che era il suo segretario, nessuno dei Vangeli viene ritenuto dagli storici contemporanei autentico e senza manipolazioni. Ma questo non credo sia importante perche’ non ci troviamo in presenza di storiografie, bensi’ di testi ad uso dei sacerdoti per la diffusione della fede e dottori della Chiesa quali Origene e Giovanni Crisostomo, patrono dei predicatori, intervennero energicamente in difesa della menzogna a loro dire necessaria per la salvezza dell’anima.
Furono gli studi dei filologi Karl Lachmann, C.Hermann Weisse e del teologo C.Gottlieb Wilke a dimostrare che il piu’ antico Vangelo e’ quello attribuito a Marco, compagno di Pietro che ne avrebbe riportato i ricordi dopo la sua morte, completandoli con episodi e frammenti patrimonio della tradizione orale cristiana, riordinandoli in un quadro globale rassomigliante ad una storia evangelica. Brani di questa raccolta si ritrovano nei Vangeli attribuiti a Matteo e Luca che ne avrebbero riportati ampi stralci. Nel Vangelo di Matteo, composto da 1068 versetti ben 620, e dei 1149 versetti del Vangelo Luca ben 350 sono attribuiti a Marco. ( Il problema nasce dal fatto che per molti ricercatori Pietro non si e’ mai recato a Roma, e non ne aveva motivo, visto che in quella citta’ si predicava in latino e greco il Vangelo di Paolo, e Pietro ne era il piu’ accanito avversario in lingua aramaica. E’ piu’ probabile, invece, che pure Marco fosse un allievo di Paolo e che il suo Vangelo, in lingua greca, fosse usato come traduzione di una precedente versione aramaica per diffonderne la dottrina. Ma ne riparleremo).
Le concordanze dei Vangeli sinottici deriverebbero quindi solamente dalla comune dipendenza di Matteo e Luca da Marco, perche’ quando il loro racconto si dipana autonomamente le contraddizioni sono notevoli, a cominciare dalla genealogia che non concorda, e nemmeno alcune narrazioni dell’infanzia. Matteo fa risiedere la famiglia di Gesu’ a Bethlemme mentre per Luca e’ Nazareth, la fuga in Egitto e la visita dei Magi non concordano, insomma, come sono costretti ad ammettere anche alcuni teologi tradizionalisti, i due Vangeli, escluso cio’ che e’ attinto da Marco e la Passione, che potrebbe essere un’aggiunta postuma, non concordano pienamente.
Il Vangelo di Marco dovrebbe essere stato composto ed assemblato quarant’anni dopo la morte di Gesù e viene attribuito (Atti degli Ap. XVI 14-20) ad un figlio di quella Maria che a Gerusalemme raccoglieva in casa sua una prima comunità proto-cristiana.
Matteo invece si preoccupa di collegare episodi della vita di Gesù con i passi biblici che ne profetizzano la venuta. I versetti V,17 e X, 5-6 sono in netto contrasto con lo spirito della predicazione di Gesù Cristo e probabilmente per assecondare la comunità ebraica ammettono il divorzio in caso di adulterio. I versetti XVI, 17-19 e XVIII, 15-20 alludono ad una chiesa e alla disciplina ecclesiastica in netto contrasto con quanto predicato da Gesù e persino il Padre Nostro parrebbe una preghiera tardo-cristiana inserita da redattori postumi
Salta all’occhio di qualsiasi critico che né Paolo e nemmeno Marco conoscano la leggendaria nascita di Gesù che invece è riportata nelle raccolte attribuite a Matteo e Luca che risentono del lievitare miracolistico nei racconti orali sulla vita del Cristo.
Una evidente contraddizione in tutti i Vangeli è la figura di Gesù Cristo disposto a liberare virilmente Gerusalemme dal giogo straniero e dalla complicità di una classe dirigente corrotta, per ristabilire un Regno messianico, che contrasta con la remissione con cui si lascia catturare.
Quando lo catturano e i discepoli vorrebbero difenderlo ma lui si oppone dicendo:
Come dunque si avvererebbero le scritture che dicono che così doveva avvenire?
E pure l’ignominia del patibolo che destò nei discepoli doloroso stupore e generale scoramento, viene giustificata da scritti postumi come volontario sacrificio per riscattare le colpe altrui.
E forse se Gesù Cristo si arrese in questo modo cosi’ remissivo, fu solo per salvare i suoi discepoli da una punizione esemplare. Ma pure questa interpretazione è molto incerta.
C’e’ da registrare pure una teoria, molto controversa, secondo la quale i Vangeli sinottici si ispirerebbero tutti ad una raccolta di detti di Gesu’ denominati fonte Q che circolava in epoca proto-cristiana e le cui tracce si ritrovano anche in alcuni testi apocrifi.
Ma di questo parleremo in un capitolo a parte.
Insigni studiosi ebraici dopo una millenaria analisi dei testi hanno concluso che senza dubbio i Vangeli sinottici sono originariamente stati scritti in greco e non derivano da altre traslitterazioni; sono stati redatti da non ebrei conoscitori approssimativi delle usanze ebraiche, per un pubblico non ebreo.
“
Lo dimostrano lo stile, la lingua, e i contenuti alcune volte fortemente antisemitici.
Per esempio, secondo la narrazione attribuita a Matteo, i romani sarebbero stati del tutto innocenti della morte di Gesù. L'autore, invece, ha chiaramente voluto enfatizzare con grande incisività l'infamia degli ebrei: egli ha dichiarato che la colpa gravissima di avere assassinato il figlio di dio è da addebitare completamente agli ebrei. Addirittura questi avrebbero deciso di assumerne coscientemente la responsabilità e di sopportarne le conseguenze: "Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla: «Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli»."(Mt XXVII, 24-25) In pratica l'autore ha gettato le basi del plurisecolare antisemitismo cristiano.
Come potremmo, infatti, dimenticare le nefaste conseguenze di quella frase del vangelo? Essa ha trasformato la discendenza di Abramo in una genia di perfidi giudei, di marrani, di deicidi... disprezzati, discriminati, perseguitati e sterminati per secoli nell'Europa cristiana.
Gli autori dimostrano altresi’ di non avere molta dimestichezza con la Palestina e di non conoscere alcune caratteristiche fondamentali della condotta ebraica. Ad un certo punto compare un branco di maiali, come se nelle fattorie palestinesi questi animali fossero stati comunemente allevati.
In realtà l'ambientazione del racconto non è la campagna laziale, ma quella giudea, e l'autore sembra dimenticare che gli ebrei non avrebbero mai toccato e tanto meno allevato o mangiato un maiale. Anche il racconto del processo a Gesù tradisce la più totale ignoranza delle leggi giudiziarie ebraiche. Mai si sarebbe potuta pronunciare una condanna a morte in quelle condizioni, dopo un incontro informale nel luogo non preposto, di notte, senza rispettare i tempi, senza testimoni regolari. Il luogo avrebbe dovuto essere l'area apposita denominata Beth Din. Il tempo, di giorno.
Le testimonianze avrebbero dovuto essere circostanziate diversamente. La condanna doveva essere pronunciata almeno 24 ore dopo l'istruttoria.
Il fatto poi che nelle intenzioni degli autori lo scritto era destinato a lettori che non appartenevano alla comunità giudaica, è dimostrato dalle parole di Gesù nel corso dell'ultima cena (che pare una celebrazione della Pasqua secondo un calendario che la prevede prima di quella Ebraica). Tutta la circostanza è una evidente distorsione intenzionale, in senso gentile, ovverosia non ebraico, del pasto comunitario di stampo Esseno. Del resto, ciò che Gesù ha annunciato ad una assemblea pasquale di giudei, ovverosia il fatto che il pane fosse la sua carne e il vino il suo sangue, e che i discepoli dovessero cibarsi della carne e del sangue del loro maestro sacrificato, visto come incarnazione divina, sarebbe suonato non solo insolito, ma orrendamente sacrilego, dal momento che queste idee configuravano una tipica concezione appartenente al mondo delle teologie e dei culti gentili, altamente disprezzati dai giudei. In particolare corrispondono a certi culti pagani teofagici (teofagia = cibarsi del dio), fra cui uno molto diffuso nell'area di provenienza di Paolo di Tarso, consistente nell'identificazione di un toro col dio che veniva sacrificato e del quale l'adepto doveva bere il sangue e mangiare la carne.
Sappiamo invece che per gli ebrei il sangue costituisce un forte elemento di impurezza, che non è permesso toccare il sangue senza poi eseguire pratiche purificatorie, figuriamoci bere il sangue; anzi, una delle prescrizioni più rigorose del cibo kosher consiste proprio nell'assicurarsi che l'animale ucciso sia stato ben dissanguato. Storicamente parlando, non possiamo considerare credibile che Gesù, volendo trasmettere una novità teologica, avrebbe cominciato col proporre una formulazione rituale apertamente offensiva nei confronti della sensibilità ebraica e che avrebbe subito suscitato il ribrezzo dei suoi discepoli. Al contrario, varie discipline iniziatiche del mondo ellenistico, cui Roma non era estranea, contemplavano questo rito teofagico, e non avevano alcun genere di pregiudiziale nei suoi confronti.
( Tratto da una pagina Internet: http://spazioinwind.libero.it/bravo/qumran/files/7q5.htm )
3.
IL FIGLIO DELL’UOMO
IL FIGLIO DI DIO
Il Messia, in greco il Cristo cioe’ l’unto del signore, gia’ dai profeti era chiamato il Figlio dell’Uomo, lo stesso Gesu’ riferendosi a se’ stesso, usava lo stesso epiteto e cosi’ viene denominato piu’ volte nei Vangeli.
Che Gesu’ Cristo venga descritto nel Vangelo di Marco come profeta, per diventare un semi-dio in quelli di Matteo e Luca per poi essere addirittura deificato in quello attribuito a Giovanni, non dovrebbe stupire piu’ di tanto.
All’epoca dei Vangeli non era difficile guadagnarsi tale appellativo, erano figli di Dio Pitagora, Platone, Augusto, Apollonio, lo erano stati i Faraoni e lo saranno gli imperatori romani.
In tempi recenti lo sono stati il Negus, l’Aga Khan e l’imperatore del Giappone.
Ora, se centoventi milioni di persone credono che l’imperatore del Giappone sia figlio di Dio e nessuno ha nulla da eccepire, non vedo perche’ dovrebbe essere scandaloso che un altro cospicuo numero di fedeli creda che il figlio di Dio sia invece Gesu’ Cristo.
Materia di riflessione dovrebbe invece essere la concezione morale della nostra societa’ che si dice pacifica e che predica la bonta’ e la tolleranza, ma non la pratica. E se ti capita di essere buono, invece che considerarlo il minimo comune denominatore della convivenza civile, ti mettono sul giornale e ti danno un premio. Se sei buono, ma proprio buono ti danno il Nobel e se lo sei ancor di piu’ ti fanno santo. Ma se lo sei in modo inarrivabile, allora dicono che non puoi essere umano e ti proclamano figlio di Dio.
Ma stiamo divagando.
Gli evangelisti non fanno che contrapporre a tutti gli altri figli di dio il loro Figlio di Dio anche se Marco usa raramente questa espressione. La usa all’inizio in un versetto molto sospetto d’autenticita’, due volte lo dice una voce dal cielo e una volta lo proclama il centurione sotto la croce, anche se il boia redento e’ un motivo letterario diffuso specie nel primo martirologio.
Marco chiama Gesu’ undici volte Maestro e tre volte Rabbi.
Ed e’ sempre Marco a restituire un’immagine di Gesu’ come un virile dominatore, che rimprovera gli scribi, rovescia i tavoli dei cambiavalute nel tempio, che apostrofa il ricco: “Perche’ mi chiami buono? Nessuno e’ buono, soltanto Dio.”
Ad esclusione di Zeus che si accoppiava con le umane assecondando il canone della bellezza ancor prima che della regalita’, nella tradizione mitologica i figli di dio discendevano tutti da un dio e dal sangue reale. Anche l’idea messianica degli ebrei avrebbe dovuto discendere dalla dinastia di Re Davide, ecco perche’ Matteo ( il piu’ attento evangelista all’aderenza profetica) e poi Luca (il segretario di Paolo, il maggior propagatore della deicita’ di Gesu’ Cristo), lo fanno nascere a Bethlemme in Giudea.
Nel Vangelo secondo Giovanni si legge: “ 7,1- In seguito Gesu’ girava per la Galilea. Non girava per la Giudea perche’ volevano ucciderlo… 7,3- …era prossima la festa degli ebrei, quella delle capanne…Gesu’ sali’ al tempio e insegnava… 7,41…Altri dicevano: “Questo e’ il Cristo…Questi e’ veramente il profeta” ma altri osservavano: ” Forse che il Cristo viene dalla Galilea? Non dice la scrittura che viene dalla stirpe di Davide e dal villaggio di Bethlemme?”
E’ probabile qui che ci troviamo dinanzi alla piu’ tipica testimonianza della mutazione del pensiero cristologico nel proto-cristianesimo che possiamo riconoscere in tre parti:
1- Marco non e’ a conoscenza delle aspettative messianiche dei cristiani-ebrei e non reputa neppure necessario accennare alla genealogia di Gesu’ Cristo
2- Tali aspettative pero’ sono presenti nei Vangeli di Matteo e Luca che iniziano con una genealogia ( che peraltro non collima affatto: nella discendenza di un intero millennio solo due nomi coincidono) per dimostrare la discendenza di Gesu’ dal seme di Davide e registrando un improbabile censimento per giustificare uno spostamento geografico cosi’ marchiano. Da notare che la nascita in una grotta appartiene alla tradizione gnostica. In realta’ i sinottici parlano di una Cataluma che è una locanda in cui al piano superiore dormivano le persone e di sotto lasciavano gli animali. Non e’ per niente miracoloso quindi che Maria per difendersi dal freddo sia rimasta di sotto con l’asinello che la trasportava ( il bue viene aggiunto dopo).
3- Nell’ultimo Vangelo, quello che la tradizione attribuisce a Giovanni, la necessita’ di risalire alla stirpe di Davide non sussiste perche’ nel frattempo si era imposto il culto della Immacolata Concezione e Giuseppe non e’ piu’ necessario in quanto il concepimento sarebbe avvenuto per opera dello Spirito Santo. La Chiesa Cattolica nelle sue tesi piu’ tarde fa collimare le profezie con la discendenza da Davide da parte di Maria ma questa e’ una contraddizione perche’ secondo la tradizione giuridica ebraica si contava solamente la discendenza maschile. Ma anche con questo tardivo accorgimento pare impossibile stabilire una genealogia che unisca Maria alla stirpe di Davide.
(Per quet’ultima affermazione vedasi il lavoro di un teologo cattolico: Daniel Rops: Jesus )
Ci troviamo quindi di fronte all’innalzamento di Gesu’ a figlio di Dio in tre fasi: Marco lo fa risalire al battesimo nel Giordano e ad una voce divina, Matteo testimonia che viene generato da una vergine e Luca lo fa riconoscere da Giovanni ancora nel seno materno.
La cosa su cui concordano sia gli studiosi laici che quelli cattolici e’ che il perno centrale della vita di Gesu’ Cristo, il punto focale della sua esistenza rimane la testimonianza del Battesimo nel Giordano ad opera di Giovanni il Battista.
In verita’ la matassa interpretativa e’ intricata piu’ che mai e oltre al fatto che viene stabilita l’eta’ di Gesu Cristo in trent’anni, piu’ in la’ non andiamo. E’ controversa infatti la durata della sua predicazione ( Matteo e Luca la dicono di un anno, Giovanni invece di tre), gli ebrei usano questo episodio per argomentare che se il Cristo fosse stato puro non avrebbe avuto bisogno del Battesimo. La stessa colomba era gia’ per i Fenici il simbolo della divinita’ protettrice della discendenza ed era il simbolo ebraico per antonomasia dello Spirito di Dio. Il fatto che si fermi sul capo di Gesu’ non e’ altro che una copiatura delle antiche saghe d’investitura, con gli uccelli che fermandosi sul capo del prescelto ne indicano con chiarezza la legittimita’.
Per Marco, e’ la discesa della colomba a determinare che Gesu’ sia Figlio di Dio innalzato e proclamato dalla voce divina. “E subito lo Spirito lo spinse nel deserto” certificando in modo incontrovertibile il rapporto tra l’elevazione a Dio tramite lo Spirito Santo e la sua predicazione.
Un’altra obiezione e’ questa: se il Battesimo ha carattere espiatorio, perche’ Gesu’ Cristo si e’ fatto battezzare? Sant’Ignazio e Tommaso D’Aquino espressero l’opinione che con tale gesto Gesu’ volesse santificare l’acqua ma mi pare che seguendo queste dissertazioni andremmo a perderci molto lontano.
Pure Giovanni il Battista che dal carcere chiede a Gesu’ chi sia, dopo aver visto la colomba e udito la voce di Dio durante il Battesimo, e’ imbarazzante. Si toglie dall’impaccio il Vangelo secondo Giovanni con un rapido accenno al battesimo dopo il quale due discepoli di Giovanni seguono Gesu’ durante la sua predicazione, allacciando in questo modo il Battista a Gesu’ e facendolo diventare il docile precursore mentre altre testimonianze lo descrivono come probabile Maestro e quindi rivale di Gesu’ perche’ certamente la setta del Battista non conflui’ nel cristianesimo in quanto credeva che il Messia fosse Giovanni. Continuarono a predicare in Egitto, in Siria in Asia Minore. Ancora oggi i discendenti di quella setta denominati Mandei continuano il loro proselitismo sulle rive dell’Eufrate. Il loro rito iniziatorio si manifesta con una cerimonia comune in cui l’adepto viene purificato con l’abluzione totale del corpo.
4.
GIOVANNI
Nella tradizione cristiana qualsiasi testo controverso o di difficile attribuzione viene denominato come scritto da un certo Giovanni, che nel Vangelo omonimo si definisce il discepolo che Gesu’ amava, che non e’ lo stesso che ha descritto l’Apocalisse e che nei secoli ha rappresentato sempre figure controverse. Si chiamarono Giovanni alcuni papi riformisti, due papi blasfemi, due anticristi, una papessa e persino il Gran Maestro dei Templari si proclamava con tale nome.
E’ curioso constatare che dopo secoli in cui tale nome era stato accantonato dalla Chiesa, Papa Roncalli assurse al soglio pontificio con il nome di Giovanni XXIII, lo stesso nome e persino il numero progressivo che a quel tempo era attribuito al Gran Maestro della setta segreta dei Templari che si diceva fosse nientemeno che Jean Cocteau, poliedrico artista che si distinse, tra l’altro, per aver dipinto una crocifissione dove non appare il volto di Gesu’.
L’'evangelista cosiddetto Giovanni viene di solito rappresentato come un vecchio con la barba, probabilmente perche’ il quarto Vangelo avrebbe visto la luce verso l' inizio del secondo secolo.
La tradizione ce lo tramanda come figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo, pescatore del lago di Tiberiade. A quel tempo le classi colte di Israele, farisei e sadducei, definivano quelli come lui ame ha aretz, i popolani piu’ ignoranti e analfabeti, il cui rispetto delle regole ebraiche di purità religiosa, spesso, lasciava a desiderare.
Eppure, secondo il Vangelo, egli avrebbe fatto molte cose che contrastavano palesemente col suo stato di ame ha aretz. Doveva, oltre che scrivere in un greco colto, essere un individuo introdotto nell'ambiente del tempio di Gerusalemme, cioè conosciuto e fidato ai sinedriti e alle guardie, al punto che, durante l'episodio dell'arresto di Gesù, si sarebbe potuto permettere di lasciar entrare nel cortile lo stesso Pietro.
In realtà, Giovanni era giovanissimo, era un cittadino della Palestina settentrionale, era un pescatore analfabeta; come avrebbe potuto essere un personaggio introdotto e conosciuto nell'ambiente strettamente elitario del tempio? Qualcuno dice che portava il pesce a palazzo e che la consuetudine gli derivava da questo. Sublime ma improbabile.
Giovanni avrebbe dovuto scrivere il quarto vangelo da vecchio, anzi vecchissimo, sicuramente oltre gli ottant'anni, ma anche novanta. Nel frattempo avrebbe dovuto emanciparsi al punto da imparare a scrivere in lingua greca letteraria, avrebbe dovuto acquisire una cultura filosofica coerente con la teoria ellenistica del Logos. E poi, soprattutto, avrebbe dovuto sopravvivere fino a quell'età, mentre varie fonti letterarie, persino una profezia in bocca a Gesù nelle narrazioni evangeliche, testimoniano che egli fu giustiziato prima di raggiungere la vecchiaia.
Insomma, ci sono veramente molte incompatibilità nella attribuzione della paternità del quarto vangelo all'apostolo Giovanni. (David Donnini)
Piu’ semplicemente il Vangelo potrebbe essere stato scritto da un suo discepolo, se come testimoniato dagli Atti degli Apostoli (12,2) egli fu ucciso con il fratello Giacomo nel 44 durante il regno di Erode Agrippa oppure, come certificano altre fonti, insieme a Giacomo fratello di Gesu’ nel 62, pare ovvio che egli non avrebbe potuto scrivere in greco il Vangelo a lui attribuito che risale all’anno 100/120. La critica teologica moderna, comunque gia’ con autori quali David Friedrich, Ferdinand C. Baur, il teologo Hirch solo per nominare i piu’ celebri, ha dichiarato il Vangelo di Giovanni quale strumento di diffusione di una ben specifica concezione dogmatica e che va letto indipendentemente dalla sua realta’ storica ma in senso squisitamente allegorico perche’ esso non rappresenta una fonte della predicazione di Gesu’ Cristo ma piuttosto il canone a cui si dovevano attenere i cristiani postapostolici.
Il quarto Vangelo e’ stato attribuito all’Apostolo Giovanni per la prima volta da Ireneo, vescovo di Lione nel secondo secolo dopo Cristo. Questo vescovo con la sua Confutazione e’ il piu’ accanito difensore della Chiesa cattolica dallo gnosticismo allora molto diffuso e non stupisce che abbia commesso probabilmente un errore ad attribuire all’Apostolo parte dei testi scritti forse dal vescovo Giovanni di Efeso, che:
visse in Efeso attorno al primo secolo, nello stesso periodo di Paolo. Nessuno, nemmeno il vescovo Ignazio, il piu’ famoso esperto delle vicende dell’Asia Minore, nelle sue Epistole cita la presenza dell’Apostolo Giovanni da quelle parti nello stesso periodo. ( E’ certa invece la presenza di Paolo e questo e’ un dato significativo per la formazione della nuova dottrina)
Inoltre, nella seconda e terza epistola che la Chiesa assegna a Giovanni l’Apostolo, l’autore si definisce Presbyter che e’ la qualifica di vescovo e non l’apostolo, un uomo che al momento della redazione del Vangelo avrebbe dovuto avere dai 90 ai 120 anni, essendo stato redatto alla fine del primo secolo.
(W. Bauer in Hennecke: Il Vangelo di Giovanni)
Eppure Gerolamo scrive:
“ Giovanni, l’Apostolo che Gesu’ prediligeva, su richiesta dei vescovi d’Asia scrisse il Vangelo contro Cerinto e altri eretici ma soprattutto contro l’eresia allora insorgente degli Ebioniti, i quali sostengono che Cristo non esisteva prima di Maria. Anche da cio’ egli e’ costretto a proclamare l’origine divina di Gesu’ Cristo. Ma e’ pure riferito un altro motivo per la composizione di questo Vangelo: Giovanni lesse i Vangeli, approvo’ il testo sottolineandone la verita’, ma osservo’ altresi’ che veniva narrato solo un anno di predicazione dopo il martirio del Battista, percio’ tralasciato quell’anno egli volle raccontare i fatti anteriori e posteriori, come risultera’ evidente a chi leggera’ tutti e quattro i Vangeli”
(San Gerolamo : De viris inlustribus IX)
Puo’ darsi che Gerolamo si riferisca a Giovanni l’Anziano
(Pierluigi Baima Bollone: L’identita’ di Gesu’ )
Un’ultima obiezione nasce attorno alla figura di Giovanni l’Apostolo, descritto nei sinottici quale ”figlio del tuono”, missionario tra i giudei, un importante esponente della comunita’ gerosolimitana,
propagatore della parola paolina tra i giudei, che invece scrive il piu’ antiebraico dei Vangeli e si definisce il piu’ mite tra i discepoli, l’apostolo preferito da Gesu’ che per ben due volte ha il privilegio di appoggiare la testa sulle sue ginocchia, e al quale viene affidata Maria ai piedi della Croce?
Molte affermazioni del Vangelo di Giovanni non coincidono con i Sinottici dove per esempio Gesu’ raccoglie i primi discepoli dopo l’arresto del Battista e predica in Galilea un anno mentre in Giovanni li chiama prima e predica in Giudea dai due ai tre anni.
Secondo i Sinottici l’ultima cena avviene il giorno degli Azzimi, quando si sacrifica l’agnello che pare la celebrazione della Pasqua invece per Giovanni la cena avviene il giorno prima del sabato.
Secondo i Sinottici Gesu’ sulla croce rifiuta di bere mentre per Giovanni beve e muore. I romani lasciavano i crocifissi appesi per settimane mentre in questo caso Gesu’ viene deposto dopo solo poche ore. Un soldato trafigge il corpo con la lancia e ne esce sangue e liquido, che per ogni patologo moderno e’ un segnale che il corpo e’ vivo e il cuore pulsa.
( Baigent- Leigh – Lincoln , Il Santo Graal – Mondadori)
L’accettazione del Vangelo di Giovanni nel Nuovo Testamento ebbe una storia travagliata.
Venne prima adottato dagli “eretici” Valentino ed Eraclio, e dai Montanisti mentre non viene citato dai Padri della Chiesa. Solo in seguito venne riconosciuto a questo Vangelo il merito di aver “plasmato” sull’idea della divinizzazione di Cristo, il contenuto dei Sinottici.
Specie i discorsi di Gesu’ sono in questo Vangelo riprodotti con tecniche dogmatiche adatti alla predicazione.
La concezione della Vita Eterna diviene piu’ rilevante del Regno di Dio, la figura del Messia appanna l’idea di un regno messianico e la divinita’ del Predicatore ha il sopravvento sulla narrazione. Mentre nei Sinottici Gesu’ parla relativamente poco di se’ e si raccomanda di non divulgare i fatti miracolistici, in Giovanni alcuni episodi miracolistici minori vengono ignorati, Gesu’ Cristo si mette molto in mostra e compie il miracolo supremo non riportato negli altri Vangeli: la resurrezione di Lazzaro.
Secondo Karlheinz Deschner, nella sua storia critica della Chiesa, se Gesu’ avesse predicato il contenuto dei vangeli di Giovanni non avrebbe certo entusiasmato le folle, tutt’al piu’ sarebbe passato per pazzo. Invece in Giovanni, Lui incede maestoso come l’Agnello di Dio onnipotente e onnisciente. Affronta la cattura e la morte senza batter ciglio, senza neppure uno di quei dubbi che lo angoscia nel Getzemani descritto dai Sinottici. Fa pacati discorsi dalla Croce e persino l’ultimo sospiro che esala e’ compassato: “Tutto e’ compiuto”, allo stesso modo con cui trapassa Eracle uno dei modelli mitologici della figura di Cristo. A commento di cio’ il Padre della Chiesa Gregorio di Nissa nel quarto secolo scrive che: “ alla nascita soprannaturale di Gesu’ corrisponde una morte soprannaturale e che pertanto fu certamente priva di sofferenza.”
Del che, con contrita sottomissione, fieramente dubitiamo.
Ecco quindi che ci troviamo di fronte ad un’operazione effettuata dai quattro evangelisti che trasformano il Gesu’ uomo elevato a Dio in un Dio fattosi uomo…
( Deschner: La Chiesa che mente )
5
I MIRACOLI
Non esiste racconto mitico tramandato dalla tradizione orale che non contempli miracoli o fenomeni soprannaturali e cio’ e logico, in un mondo teso, eccitato e pieno di brame fideistiche, dominato dalla superstizione e da visioni apocalittiche.
Strabone scriveva che: sia necessario condurre al timore di Dio donne e il popolino attraverso favole, storie e miracoli.
Le strade dell’Impero erano affollate da maghi, visionari, veggenti, guaritori, taumaturghi che praticavano la mantica e operavano guarigioni, tutti ispirati dalla forza divina. Ebrei e pagani esercitavano una disciplina esorcistica e cacciavano demoni, guarivano epilettici, isterici e idioti.
Pausania, un grande viaggiatore di quei tempi, a proposito delle guide dei templi scrive:
“ Gli esegeti sanno che non tutto quello che dicono e’ conforme al vero, eppure lo dicono, perche’ non e’ agevole mutare i convincimenti della gente, una volta che prestino fede a qualcosa.
I visitatori non vogliono la verita’ nemmeno gratis”.
Ogni religione allora tramandata, mostrava con miracoli la fondatezza delle proprie dottrine: guarigioni, resurrezioni, moltiplicazione di cibo, viaggi agli inferi, sono patrimonio di molte religioni e vennero probabilmente trasferite a Gesu’ nella tradizione orale proto-cristiana dopo la sua morte.
“…narratori giudaico-cristiani fecero di Gesu’ l’eroe di leggende ben note sui profeti o rabbini. Novellatori pagano-cristiani trasferirono al Redentore storie di dei, salvatori taumaturghi…
(Il teologo Tibelius: Formgeschichte)
…venne trasferito su Gesu’ ogni genere di storie popolari conosciute su questo o quel taumaturgo e furono corredate da tradizionali ingredienti miracolistici, narrazioni evangeliche gia’ in circolazione…
(Il teologo Bousset: Kyrios Christos)
(Lo stesso fenomeno si riscontra nel sesto secolo quando la tradizione islamica trasferisce su Maometto alcuni miracoli gia’ attribuiti a Gesu’.)
Camminare sulle acque non era affatto eccezionale a quei tempi che avevano gia’ registrato simili miracoli con Asclepio, Serapide, e con il Buddha. Nell’Antico Testamento lo fa Elia, e Giobbe che attraversa il Giordano a piedi asciutti, per questo viene definito: Colui che avanza sulla superficie del mare. Un episodio simile accade al Buddha che pero’ non ne rimane affatto scosso. Infatti al bramino che aveva impiegato 25 anni per imparare ad attraversare il fiume senza bagnarsi i piedi disse:
“ Avresti potuto spendere 25 soldi per farti traghettare, ottenendo lo stesso risultato e guadagnando tutto questo tempo per la meditazione”
La tradizione ebraica tramanda leggende di tempeste placate, pure Omero ne descrive una nell’Odissea e nel Nuovo Testamento e’ citato un simile fenomeno ad opera di Giona.
La resurrezione del figlio della vedova di Nain citata da Luca 7,11:
11 In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. 12 Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. 13 Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: “Non piangere! ”. 14 E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Giovinetto, dico a te, alzati! ”. 15 Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. 16 Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo”. 17 La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione.
che appare inserito forzatamente in un altro contesto, e che si riferisce ad un miracolo in Giudea, mentre Luca racconta della predicazione in Galilea, ha la struttura narrativa di altre resurrezioni. Quella narrata da Epidauro, per esempio che riporta alcuni archetipi di questo miracolo: l’irrisione della gente prima del miracolo (succede anche a Gesu’ in occasione della resurrezione della figlia di Giairo) il tocco, l’esortazione, e lo stupore degli astanti.
Pure la moltiplicazione dei pani era patrimonio della tradizione giudaico e pagana. Nella stessa Bibbia, nel secondo libro dei Re (4, 33 ) c’e’ la descrizione della moltiplicazione di cibo per sfamare molte persone da parte di uomini di Dio.
Nella tradizione indiana c’e’ una portentosa moltiplicazione di vivande ad opera di Sariputra e Vimalakirti che moltiplicano il cibo di un banchetto e lo distribuiscono alla folla che ne mangio’ e sazio’ ma ne resto’ ancora come se nessuno ne avesse toccato
Se si legge la biografia del filosofo neopitagorico Apollonio di Tiana, un contemporaneo di Gesu’ Cristo, si riscontrano tante analogie con i Vangeli da essere colti dal dubbio di chi abbia copiato chi. Stessa rivelazione della sua divinita’, stessi miracoli, stesse resurrezioni, cammina sulle acque e placa una tempesta, poi, dopo la sua resurrezione ascende al Cielo. (Filostrato, biografia scritta per l’imperatrice Giulia Domna)
Secondo Tacito, l’imperatore Vespasiano guari’ un paralitico e restitui’ la vista ad un cieco alla presenza di moltissimi testimoni con un gesto comune ai taumaturghi e persino a Gesu’: bagno’ con la saliva un po’ di polvere e la passo’ sulle palpebre dell’infelice.
Pure Svetonio scrive di portenti avvenuti alla nascita di vari imperatori, a dimostrazione che i miracoli erano frequenti nella narrativa di quei tempi.
E’ nell’ambito di questo clima superstizioso che si comprendono le descrizioni dei portenti di Gesu’
del quale traspare nei Sinottici il timore di essere confuso con uno dei tanti ciarlatani, mentre egli era teso ad un discorso piu’ pocalittico. Purtroppo per lui furono i miracoli attribuitigli ad aumentare la sua fama nella regione e ad ammassare masse sempre piu’ consistenti di seguaci.
Ma se Marco riporto’ anche fedelmente i prodigi di Gesu’, fu Matteo che ne amplifico’la portata. E se Marco scrive che attorno a lui si affollano i malati della Galilea, secondo Matteo vennero da ogni parte, pure dalla Siria. Se a Cafarnao Marco dice che Gesu’ guari’ molti, Matteo riporta che guari’ tutti. Se per Marco Gesu’ uscendo da Gerico guarisce un cieco e risana un ossesso, per Matteo sono due. Se Marco e Matteo sono a conoscenza di una sola resurrezione, Luca ne aggiunge una seconda e Giovanni una terza, la piu’ famosa. Se per la moltiplicazione dei pani Marco parla di circa quattromila persone, Matteo parla di circa quattromila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Se dopo la morte di Gesu’ Marco scrive che si squarcio’ il velo del tempio, per Matteo la terra si scosse, le rocce si spezzarono i sepolcri si spalancarono e molti corpi di santi resuscitarono, uscirono dai sepolcri entrarono nella cita’ santa e apparvero a molti. Riprendendo il racconto mitologico della morte di Eracle.
Il fico maledetto, secondo Marco lo scoprono il giorno dopo, per Matteo avviene immediatamente.
Pure le resurrezioni risentono dell’intervento magnificatorio: in Marco la figlia di Giairo e’ appena defunta e sembra che dorma, il figlio della vedova di Nain sta per essere portato al sepolcro mentre Lazzaro, secondo Giovanni, e’ morto da quattro giorni ed e’ in via di decomposizione perche’ come dice Marta: “… gia’ puzza”
Ho riportato questa enfasi nei racconti, questo espandersi della parola e dei prodigi solo per dimostrare il naturale decorso di una testimonianza in un mondo dove tutti credevano nei miracoli e nessuno ne metteva in dubbio l’autenticita’. Persino Celso, cosi’ ostile ai cristiani non ne mette in dubbio l’autenticita’ ma ritiene semplicemente che Gesu’ li abbia appresi dagli Egizi. Nemmeno i miracoli e le profezie dei pagani vennero rinnegati dai Padri della Chiesa; piuttosto vennero attribuiti all’opera dei diavoli cosa che fecero anche gli ebrei nel commentare i miracoli di Gesu’
Gli Atti degli Apostoli ( 8, 9) , Marco ( 9, 38 ) e Matteo ( 12, 27 ) ci informano che persino i farisei ed i nemici di Gesu’ operavano miracoli.
“Ritengo che nulla sia impossibile” dice Apuleio e Celso scrive: “ Quanti eventi miracolosi sono avvenuti all’interno dei sacrari?…Ad alcuni gli dei sono apparsi in carne ed ossa…”
Cicerone testimonia quanto fosse attendibile l’oracolo di Delfo e di Eleusi. Cicerone e’ piu’ cauto e pur non riconoscendo la validita’ dei miracoli li definisce utili per il radicamento della superstizione nella gente comune.
E’ comunque superficiale pensare che soltanto in questo clima di superstizione possano essere comprensibili i miracoli evangelici perche’ ancora ai giorni nostri e’ fiorente una copiosa letteratura miracolistica e affollatissimi sono i santuari taumaturgici di ogni religione praticata.
Una volta chiesi durante uno dei miei viaggi in Africa ad uno stregone, se veramente credesse alla magia che praticava. Mi rispose: “La magia, se ci credi, funziona”
Cosi’ anche la Fede.
6.
NAZARETH
I critici moderni si chiedono se veramente Gesu’ il Nazareno citato due volte da Giovanni e altrettante negli Atti degli Apostoli, debba riferirsi al fatto che Gesu’ abitasse veramente a Nazareth o che non fosse invece Nazareo o Nazarita con riferimento alla setta di appartenenza.
il termine Nazareno [Nazoraios nel testo originale greco] non significa affatto "della città di Nazareth", ma si riferisce a ben altra cosa, che l'evangelista intendeva censurare nella Cristianità, il tema "essere un Nazareno", così come lo rappresentano Marco e Luca, è basato su una traslitterazione dall'aramaico al greco [ar. Nozorai - gr. Nazoraios, ebr. Nozri], attraverso il quale si è tentato di associare il titolo stesso con la città di Nazareth in Galilea (la cui esistenza, in quel periodo, è assai dubbia). In conseguenza di ciò la città viene identificata come il luogo di residenza del Messia che deve venire
prof. A. Eisenman,: "James, the brother of Jesus" (Penguin Books, USA 1998)
"Io penso veramente che i cristiani non possano affermare che l'espressione Gesù Nazareno significhi Gesù cittadino di Nazareth nello stesso modo in cui l'espressione Leonardo da Vinci significa Leonardo cittadino di Vinci..."
"...La forma ebraica per Nazareth è NZRT, che è tarda ed è stata indicata come Nazrat o Nazeret, invece la forma greca Iesous o Nazoraios deriva dall'aramaico Nazorai..."
( prof. Gershenson, in un e-mail inviata dall'Università di Tel Aviv il 12 maggio 1998, nel corso di un forum sull'argomento)
"Le forme Nazoraios, Nazarenos, Nazaraenus, provano tutte che gli scribi ecclesiastici conoscevano l'origine della parola e sapevano benissimo che non era derivata da Nazareth..."
"...il nome storico e la posizione geografica della città natale di Cristo è Gamala... questa è la patria del Nazoreo... la montagna di Gamala è la 'montagna' dell'evangelista Luca, la 'montagna' di tutti i Vangeli, che ne parlano continuamente, senza però mai nominarla..."
prof. Szekely : "The essene origins of Christianity, IBS, USA 1980...
"Gli apostoli che sono stati prima di noi l'hanno chiamato così: Gesù Nazareno Cristo... "Nazara" è la "Verità". Perciò "Nazareno" è "Quello della verità"..."(Vangelo di Filippo, capoverso 47 - testo gnostico del II secolo dopo Cristo);
"Neppure è improbabile che i primi cristiani siano stati detti Nazareni nel senso di Nazirei, piuttosto che in quello di originari della città di Nazareth, etimologia davvero poco credibile e che probabilmente ha sostituito la prima solo quando l'antica origine dall'essenato cominciava ad essere dimenticata"(Elia Benamozegh [Italia, 1823/1900, filosofo ebreo membro del collegio rabbinico di Livorno], Gli Esseni e la Cabbala, 1979);
"La stessa tradizione ha fissato il domicilio della famiglia di Gesù a Nazareth allo scopo di spiegare così il soprannome di Nazoreo, originariamente unito al nome di Gesù e che rimase il nome dei cristiani nella letteratura rabbinica e nei paesi d'oriente. Nazoreo è certamente un nome di setta, senza rapporto con la città di Nazareth..." (Alfred Loisy [Francia, 1857/1940, sacerdote cattolico, professore di ebraico e di sacra scrittura dell'Istituto Cattolico di Parigi, successivamente rimosso dall'incarico], La Naissance du Christianisme);
- Nome? -
- Jeshua - rispose rapido l'accusato
- Hai un soprannome?
- Hanozri -
- -Di dove sei?
- -- Della città di Gamala - rispose l'arrestato indicando con un movimento della testa che
- laggiù, lontano, alla sua destra, verso nord, esisteva una città chiamata Gamala.
- (Michail Bulgakov, [1891-1940,] Il Maestro e Margherita, Einaudi, 1967);
"La piccola città che porta questo nome [Nazareth], dove ingenui pellegrini possono visitare l'officina di Giuseppe, fu identificata come la città di Cristo solamente nel medio evo..." (Charles Guignebert [Francia, 1867/1939, professore di Storia del Cristianesimo presso l'Università Sorbona di Parigi], Manuel d'Histoire Ancienne du Christianisme);
"In realtà, per quel che riguarda Nazareth, gli storici non hanno potuto trovar traccia di una città di quel nome sino al IV secolo d.C.; secondo le fonti ebraiche, bisogna scendere addirittura sino al secolo IX. Nei vangeli non troviamo mai l'espressione Gesù di Nazareth ma soltanto Gesù il Nazoreo, talvolta scritto anche Nazoreno o Nazareno... ora, nessuno di questi appellativi, per quanto si sia cercato di forzarne l'etimologia, può farsi risalire ad un nome come Nazareth... è da questi termini che è derivato il nome della città di Nazareth, e non viceversa" (Ambrogio Donini [accademico, specializzatosi in ebraico e siriaco presso la Harvard University, USA, è stato docente universitario in Italia], Breve Storia delle religioni, 1959);
"El-Nasirah è un villaggio della Galilea, posto a circa quattrocento metri di altezza, nel quale la tradizione cristiana riconosce l'antica Nazareth, patria di Gesù. Secondo vari studiosi, tuttavia, Nazareth - meglio Natzrath o Notzereth - non è mai esistita e l'appellativo Nazareno che accompagna il nome di Gesù negli scritti neotestamentari non indica affatto il suo paese di origine..." (M. Craveri, [autore di numerosi saggi sulla storia delle cristianesimo, tradotti in molte lingue e pubblicati in Italia e all'estero, e curatore di una raccolta di scritti apocrifi] La Vita di Gesù, 1974);
"Le forme Nazoraios, Nazarenos, Nazaraeus, Nazarene, provano tutte che gli scribi ecclesiastici conoscevano l'origine della parola ed erano ben consapevoli che non era derivata da Nazareth... Il nome storico e la posizione geografica della città natale di Cristo è Gamala... questa è la patria del Nazoreo... la montagna di Gamala è la 'montagna' dell'evangelista Luca, la 'montagna' di tutti i Vangeli, che ne parlano incessantemente, senza nemmeno nominarla..." (E.B.Szekely [teologo ungherese che ha frequentato gli studi presso il Vaticano], The Essene Origins of Christianity, USA, 1980);
"...Gesù non era di Nazareth. Un'infinità di prove stanno ad indicare che Nazareth non esisteva ai tempi biblici. E' improbabile che la città sia sorta prima del III secolo. 'Gesù di Nazareth', come molti studiosi della Bibbia sarebbero oggi pronti a confermare, è una cattiva traduzione dell'originale greco Gesù il Nazareno..." Baigent, Leigh, Lincoln [autori di alcuni libri sul cristianesimo antico e sui manoscritti del Mar Morto, fra cui il best seller internazionale "The Dead Sea Scrolls Deception"], L'Eredità Messianica, Tropea, Milano, 1996);
"É stato Matteo per primo a generare l'equivoco secondo cui l'espressione 'Gesù il Nazoreo' dovesse avere qualche relazione con Nazareth, citando la profezia "sarà chiamato Nazareno (Nazoraios)" che, a conclusione del suo racconto sulla natività, egli associa col passo "ritirandosi in Galilea e andando a vivere in una città chiamata Nazareth". Questa non può essere la derivazione del termine, poiché anche in greco le ortografie di Nazareth e nazoreo differiscono sostanzialmente" (R.H.Eisenman [professore di religioni medio orientali e di archeologia, nonché direttore dell'Istituto per lo studio delle origini giudeo-cristiane alla University of California - Los Angeles] James the Brother of Jesus, Penguin Books, 1997);
Nota bene: Le citazioni sopra riportate e le considerazioni attorno agli scavi archeologici di Gamala sono state estratte dall’accurato lavoro “I Manoscritti del Mar Morto e il Cristianesimo primitivo” Storia di Cristo e gli Esseni di Davide Donnini. Maggiori informazioni si trovano sul suo sito: http://spazioinwind.libero.it/bravo/qumran/files/7q5.htm
Nel Vangelo di Marco che Gesu’ fosse di Nazareth lo scrive due volte ma non con estrema chiarezza. ( 1, 9) In quei giorni Gesu’ venne da Nazareth in Galilea e fu battezzato da Giovanni
( 6, 1) Partito da la’ torno’ alla sua patria ed i discepoli lo seguirono. Questo versetto viene titolato: Visita a Nazareth e solo da cio’ si capisce dove sia la patria di Gesu’ ma negli originali i versetti non sono titolati.
Nel Vangelo di Matteo, che come abbiamo gia’ affermato e’ un Vangelo molto attento a collegare la vita di Gesu’ con le Sacre Scritture, si legge:
( 2, 23) Appena giunto ando’ ad abitare a Nazareth perche’ di adempisse quanto detto dai profeti: “Sara’ chiamato Nazoreo” Ma qui c’e’ un errore perche’ i profeti si riferivano a Sansone.
( 4, 13) lasciata Nazareth ando’ ad abitare a Cafarnao nel territorio di Zambulan… ( 21, 11) …e la gente diceva: questo e’ il profeta, Gesu’ Nazareno di Galilea
Ma e’ Luca, il medico al seguito di Paolo che per lui scrive il Vangelo ad uso della comunita’ ellenico-cristiana che poi sara’ quella romana e ortodossa, che scrive di Nazareth ben otto volte e questo, secondo alcuni osservatori, perche’ un vangelo che circolasse nella capitale dell’impero aveva tutto l’interesse a che sparisse anche il minimo sospetto che Gesu’ fosse un agitatore politico piuttosto che un ispirato profeta. Ma quando, nel tentativo di depistare le autorita’ romane, Luca scrive ( 4, 16) Si reco’ a Nazareth e ando’ nella sinagoga… secondo gli archeologi commette una leggera imprecisione perche’ ai tempi di Gesu’ Nazareth era poco piu’ che un agglomerato di case e non aveva una sinagoga. Questa considerazione ci porta inevitabilmente a prendere in considerazione alcuni studi di archeologi ebraici che si recarono sul lago di Tiberiade per fare alcuni scavi che portarono a conclusioni sorprendenti.
Per riuscire a comprendere meglio quanto verra’ qui sotto esposto, occorre immaginare il lago di Tiberiade o di Genezareth come il quadrante di un orologio dove alle ore dodici c’e’ il confine tra il Golan e la Galilea e alle ore sei passa il fiume Giordano che si collega al Mar Morto costituendo una lunga frontiera. In territorio della Galilea troviamo a ore undici Cafarnao, a ore nove Magdala e a ore otto Tiberiade e da qui, tracciando una linea retta in direzione Sud-Ovest troveremo ad una quarantina di chilometri all’interno del territorio, prima Cana e poi Nazareth.
Rimanendo invece sulle sponde del lago di Tiberiade troveremo a ore una Betsaida e sul monte accanto Gamala una zona archeologica scoperta dagli Israeliani solamente in occasione della Guerra dei sei giorni nel 1967.
Dal 1968, la zona fu esaminata da Itzhaki Gal, il quale avanzo’ l’ipotesi che la località segnalata potesse essere quel villaggio chiamato Gamla, o Gamala, che Giuseppe Flavio narrando la storia di una tragica sconfitta subita dagli ebrei, per mano dello stesso Vespasiano, durante la guerra che insanguinò la Palestina negli anni dal 66 al 70 d.C.
"...Da un'alta montagna si protende infatti uno sperone dirupato il quale nel mezzo s'innalza in una gobba che dalla sommità declina con uguale pendio sia davanti sia di dietro, tanto da rassomigliare al profilo di un cammello; da questo trae il nome, anche se i paesani non rispettano l'esatta pronuncia del nome. Sui fianchi e di fronte termina in burroni impraticabili mentre è un po' accessibile di dietro, dove è come appesa alla montagna..."
Il territorio della Galilea attorno a Nazareth e’ un avvallamento composto da morbide colline senza rupi, picchi svettanti o ripide scarpate. E’ qui, in basso, che la tradizione cristiana ha situato il villaggio di Gesu’, dove ora i pellegrini visitano la Basilica dell’Annunciazione.
In una zona archeologica ricchissima di ritrovamenti (Cafarnao, Corazin, Sefforis, Iotapata), a Nazareth non c’e’ traccia archeologica che testimoni costruzioni al tempo di Gesu’ Cristo.
Eppure esistono i resti di altri villaggi in cui Gesù è passato e ha compiuto alcune delle sue opere: a Cafarnao si vedono benissimo case, strade e sinagoga, e poi ci sono anche Korazim e Bet Zayda, a nord, sul lago di Tiberiade; Samaria, nel centro del paese; Betania, Betlemme e Gerico, in Giudea, solo per fare alcuni esempi. Com’e’ possibile che a Nazareth non vi sia un muro, una costruzione, la sinagoga o altro appartenenti all’epoca di Gesu’?
La spiegazione che ne danno gli esperti e’ che si tratti di un errore di attribuzione.
Infatti, escluso i Vangeli, nessuno degli storici coevi da’ notizie di Nazareth. Non ne da’ Giusto da Tiberiade, e nemmeno Filone Alessandrino e Giuseppe Flavio. Quest’ultimo, comandante delle truppe ebraiche in Galilea, nelle sue grandi opere "La Guerra Giudaica" e "Antichità Giudaiche", ha minuziosamente descritto tutto il paese nominando ogni più piccolo centro abitato. Ma di Nazareth non ha fatto cenno alcuno, sebbene a pochi passi dal villaggio sorgessero altri centri, come Sefforis e Iotapata, di cui lo storico ha parlato e di cui oggi si possono ammirare i resti.
Ora, se prendiamo in considerazione l’ipotesi che la residenza di Gesu’ fosse a Gamla o Gamala invece che Nazareth, alcune testimonianze collimerebbero proprio perche’ Gamala e’ situata sul picco di un monte a poche centinaia di metri da un dirupo ma e’ vicinissima al lago di Tiberiade, mentre Nazareth si trova in un avallamento a trentasei chilometri dal lago e la gente avrebbe dovuto camminare parecchio e in salita per andare ad ascoltare le sue prediche.
Vangelo secondo Matteo 5, 1 – Le Beatitudini:
Alla vista delle folle, Gesu’ sali’ sul monte e come fu seduto si accostarono a lui…
Vangelo secondo Matteo 12, 23 – Cammina sulle acque
…ordino’ ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda…Quando ebbe congedato le folle sali’ sul monte per pregare…compiuta la traversata approdarono a Genesaret
Secondo questi due passi, quindi si potrebbe credere che Gesu’ fosse dalla sponda di Gamala con il monte, mentre dopo la traversata si trovava in Galilea.
Vangelo secondo Marco 3, 7 – In riva al lago
"...intanto si ritirò presso il mare (il lago di Tiberiade) con i suoi discepoli e lo seguì molta folla... …salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono con lui... entrò in casa e si radunò attorno a lui molta folla, al punto che non potevano nemmeno prendere cibo... allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo... giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare... di nuovo si mise ad insegnare lungo il mare. E si riunì intorno a lui una folla enorme.. che dovette salire e sedersi su una barca, stando in mare…."
Difficile collocare geograficamente questo episodio perche’ se per casa di Gesu’ ci si riferisce a Cafarnao, dove si era trasferito per predicare, allora e’ improbabile che venisse raggiunto dai suoi parenti. Se invece la sua casa fosse a Gamala, sarebbe piu’ agevole comprendere il monte vicino alla riva e la visita dei parenti.
Vangelo secondo Luca 4, 14 – Nemo profeta in patria
"...Si recò a Nàzaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere... Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. ... All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio...."
Eppure a Nazareth non c’e’ la sinagoga, non c’e’ il ciglio di un monte con un sottostante precipizio ma anzi la citta’ e’ situata in un affossamento della valle. E allora?
Secondo gli archeologi israeliani, se i fatti descritti si fossero svolti a Gamala, che si trova su di un monte, che a quel tempo aveva la sinagoga, ed era in prossimita’ di un precipizio, le cose collimerebbero.
Volendo, con tutta la buona volonta’, prendere per buone queste affermazioni, ci si chiede per quale motivo gli Evangelisti avrebbero dovuto prendersi il disturbo di cambiare la collocazione geografica della predicazione di Gesu’ Cristo. In parole povere: se c’e’ un delitto ( la bugia) ci dev’essere pure un movente. E la domanda che sorge spontanea e’: a chi giova?
La risposta ci viene da Giuseppe Flavio che nelle sue cronache non parla mai di Nazareth ma si dilunga nella descrizione di Gamala e della regione che era la patria originaria della setta degli zeloti, i fondamentalisti di allora, che quali intransigenti messianisti, volevano riportare anche con le armi il nuovo Regno di Davide, secondo le profezie.
A Gamala risiedeva il famoso ribelle Giuda il Galileo e sono di quel periodo alcune monete trovate tra gli scavi riportanti frasi inneggianti alla liberazione di Gerusalemme.
Questo Giuda era figlio di quell’Ezechia sbaragliato da Erode sempre a Gamala e che ne continuo’ le gesta, con ribellioni antiromane che ebbero il loro culmine in una famosa rivolta contro i contributi a Cesare che alcuni storici cattolici fanno coincidere con il censimento di Quirino dove Matteo e Luca ambientano la nascita di Gesu’.
La rivolta venne soffocata nel sangue, Giuda fu ucciso e molti zeloti vennero crocifissi dai romani.
Giuda aveva quattro figli, uno detto il Bar-Rabba’ e i suoi fratelli Simone, Giacomo e Giuda il Gemello che continuarono le attivita’ eversive finche’ furono tutti giustiziati.
Ultimo di questa dinastia messianica sembra essere Menhaem che anni dopo riusci’ ad indossare il mantello rosso di Re dei Giudei poco prima di essere eliminato da fazioni avversarie.
Oltre sessanta anni dopo la distruzione del tempio, ovverosia intorno al 135 d.C., un altro discendente di Giuda il galileo si propose ancora come "figlio di Davide" e avanzò pretese messianiche, si tratta di un certo Simon bar Kokhba (Simone, figlio della stella) che accese una seconda rivolta antiromana, destinata anche questa al fallimento.
Da notare che qualunque sanguinosa rivolta contro il potere, cominciava con raduni di gruppi sul Monte degli Ulivi da dove iniziavano le sommosse. E’ qui che viene catturato anche Gesu’ e dispersi i suoi discepoli ( armati). Il Monte degli Ulivi investe di significato politico la cattura di Gesu’ da parte dei romani.
A questo punto e’ lecito supporre che gli Evangelisti abbiano voluto togliere ogni riferimento politico al loro Messia, lo abbiano spostato da una regione ribelle dominata dal pensiero esseno-zelota e lo abbiano descritto solamente come un profeta ispirato?
La risposta e’ mah…
Ad un certo punto i romani si resero conto che Gamala non poteva continuare ad esistere. Essa, nella storia del dominio romano sulla Palestina, costituisce un perfetto parallelo di quello che, pochi anni dopo, sarà il destino di Masada. E così, come abbiamo già detto, risoluti ad estirpare questo pericolosissimo quartier generale zelota, mandarono Vespasiano, con le sue legioni, a farla finita. In effetti Vespasiano, dopo lungo e doloroso assedio, ce la fece, Gamala fu trasformata in una catasta di macerie e Vespasiano ne ricavò la gloria sufficiente a diventare imperatore.
Poteva il Gesù Cristo dei Vangeli della predicazione antimessianista di Paolo essere riconosciuto come un cittadino di Gamala? Anzi, come un membro della dinastia del vecchio Ezechia? Come il depositario di una eredità messianica per cui si erano sparsi fiumi di sangue ebreo e romano? Si poteva riconoscere che i suoi fratelli, Giacomo, Simone, Giuda il gemello (Toma in ebraico, Thomas in greco, Tommaso in italiano), elencati come apostoli negli elenchi sinottici, erano i figli di Giuda il galileo?
Si poteva riconoscere suo padre come il terribile capo zelota Giuda, della città di Gamala? Si noti, a questo proposito, un fatto curioso e significativo: il vangelo di Marco, capostipite degli altri, certamente utilizzato come base dai redattori dei testi attribuiti a Matteo e a Luca, non conosce Giuseppe il falegname. Il buon uomo non c'é nella narrazione marciana, perché, probabilmente, non era ancora stato inventatato come controfigura di Giuda.
Ecco dunque come si siano potuti ottenere ben... tre piccioni con una sola fava. Spostando la patria di Gesù Cristo da Gamala ad una ipotetica Nazareth di Galilea i redattori dei Vangeli della predicazione antimessianista di Paolo hanno ottenuto ben tre risultati simultanei:
1 - hanno allontanato Gesù da quella città infame che si portava addosso tutta l'eredità della causa messianica,
2 - hanno mascherato il significato settario del titolo Nozri (ebr.), Nazorai (aram.), Nazoraios (gr.),
3 - hanno purgato l'aggettivo galileo, che stava appiccicato addosso ai membri della dinastia del vecchio Ezechia, come indicativo di una militanza rivoluzionaria, poiché le azioni di questo movimento erano iniziate in Galilea e si erano poi svolte in quella regione (a Sefforis per esempio, dove gli arsenali militari erano stati saccheggiati dai ribelli).
Questo è il movente che spiega tutto e che diventa una prova, ancor più di quanto non lo siano tutte quelle cose che abbiamo già detto sopra su Nazareth, sulla montagna, sul precipizio, sulla sinagoga, sul lago, ecc... (Maria Guarini, I manoscritti del Mar Morto parlano ancora)
Adesso cominciamo veramente a capire anche il motivo dello straordinario accanimento persecutorio degli imperatori romani, nel primo secolo, contro i pericolosi seguaci del Messia giudeo. Non si trattava affatto dell'avversione nei confronti del concetto monoteistico, o della teologia della resurrezione e via dicendo. Se i romani avessero avuto questi pregiudizi religiosi avrebbero passato a fil di spada tutti gli ebrei, perché non ce n'era uno fra loro, nemmeno fra i moderati antimessianisti, nemmeno fra i conniventi sadducei, che avrebbe accettato di adorare gli dei romani, o lo stesso imperatore come dio. Questa è solo la scusa, storicamente scorretta, con cui i cristiani moderni cercano di giustificare una persecuzione che, se fosse stata condotta contro di loro per quei motivi, avrebbe dovuto essere condotta anche contro molti altri. In realtà c'erano alcuni ebrei particolari, i messianisti (=chrestianoi in greco; christiani in latino), indottrinati dalle scritture essene o dalle teorie di Giuda
il galileo, che non avrebbero mai dichiarato pubblicamente che il loro padrone era Cesare (kaisar despotes). Ed era per questo, e solo per questo, che essi venivano condannati a morte.
Gli elementi di collegamento fra Gesù e Giuda il galileo sono sorprendenti. Ed è proprio questo fatto che ha determinato un atteggiamento severamente censorio da parte dei redattori dei Vangeli coerenti con l'insegnamento riformista di Paolo. Costoro, nel trasmettere l'immagine di un Salvatore che non avesse relazioni col messianismo classico degli ebrei (esseni e zeloti), erano obbligati a "purgare" completamente l'immagine del loro Messia da ogni connotazione che potesse ricollegarlo con la sua città di origine, col suo movimento, con la sua famiglia.In effetti la relazione fra Giuda e Gesù può essere immaginata ancora più stretta che non la semplice condivisione di una causa politico religiosa. Se notiamo che i fratelli di Gesù hanno nomi uguali a quelli dei figli di Giuda il galileo; non solo, ma che due fratelli di Gesù (gli apostoli Giacomo e Simone) sono stati arrestati e probabilmente giustiziati nello stesso momento in cui sono stati arrestati e giustiziati due figli di Giuda il galileo, di nome, appunto, Giacomo e Simone, allora possiamo avanzare l'ipotesi che Gesù avesse derivato la sua ambizione messianica proprio dal fatto di essere il figlio primogenito del celebre Giuda il galileo.
La città era strettamente giudaica, lo provano la totale assenza di decorazioni che non siano semplicemente geometriche (la religione ebraica vieta la rappresentazione della figura umana), nonché la presenza di una bellissima sinagoga e di numerose miqweh simili a quelle che si possono trovare a Qumran e a Masada. (David Donnini, Gli scavi di Gamala)
"Il padre di Cristo non era l'oscuro e inconsistente Giuseppe dei Vangeli, che è stato rimpiazzato dall'angelo Gabriele e dallo Spirito Santo nel compimento della funzione maritale, ma un uomo austero, di bell'aspetto, che apparteneva ad una nobile famiglia, che era il fondatore del "Messianismo" come setta, da cui, più tardi, sono derivati i "Cristiani"... Il suo vero nome era Giuda il golanita e veniva da Gamala..."
(E. B. Szekely: The essene origins of Christianity, IBS, USA, 1980).
"Giuda è un profeta, un nabi, che riprende con assoluta urgenza l'attesa messianica nazionale di Israele. Al centro della sua predicazione è l'annuncio della venuta del Regno di Dio e la richiesta di collaborazione del popolo alla sua realizzazione ... Vari elementi sembrano avvicinare le due figure di Giuda di Gamala e Gesù di Nazareth. Innanzitutto l'origine galilaica e laica, intesa non puramente come elemento geografico e sociologico, ma come espressione di una religiosità diversa da quella dell'ambiente sacerdotale di Gerusalemme ... Giuda e Gesù sono stati chiamati entrambi 'galilei'; fatto che rende talvolta difficile l'identificazione sicura del gruppo religioso indicato nelle fonti con questo nome..." (G. Jossa, Gesù e i movimenti di liberazione della Palestina, Paideia, Brescia, 1980).
"C'era un certo Giuda, un gaulonita, di una città il cui nome era Gamala..." (Giuseppe Flavio, Antiquitates Judaicae, XVIII, I).
"...Gesù disse, "Nessun profeta è benvenuto nel proprio circondario; i dottori non curano i loro conoscenti... una città costruita su un'alta collina e fortificata non può essere presa, né nascosta"...". (Vangelo Apocrifo di Tommaso, 31 32 )
Quest’ultima citazione, con un riferimento a Gamala e sop

