L'illusione perduta della Cyber-democrazia
L’ILLUSIONE PERDUTA DELLA CYBER-DEMOCRAZIA
E’ uscito Cybersoviet di Carlo Formenti, il terzo suo libro sull’argomento, dopo Incantati dalla Rete e Mercanti del futuro editi da Einaudi.
Lo recensisce in modo denso nelle pagine culturali del Corriere, Sandro Amodeo (purtroppo non riesco a trovare l’articolo on line e sono costretto ad una sintesi) che pare condividere l’opinione dell’autore attorno alla grande illusione della rete che ha creduto davvero che si spalancasse un “aldilà” del monitor che potesse farli approdare in un iperluogo esteso in cui fosse possibile l’articolarsi di una sorta di “quinto stato” capace di democratizzare l’informazione ed i consumi eludendo i vincoli tradizionali (intellettuali, politici, economici, ecc).
Continuo con l’esporvi in grandi linee il pensiero del recensore (e dell’autore) che affermano il fatto che ormai si possa parlare del “passato di un’illusione” di un modo cioè di credere possibile una democrazia più diretta e partecipativa per l’emergente blocco sociale dei fruitori della rete, dimostrato da come la morsa dei governi e delle imprese abbia irreversibilmente colonizzato questa nuova frontiera, assorbendola e piegandola ai propri “valori” e soprattutto ai propri interessi.
Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, afferma l’autore e paragona il fenomeno ai Soviet della Rivoluzione d’Ottobre soffocata dai Bolscevichi, o agli apparati rivoluzionari tedeschi schiacciati dai socialdemocratici, o per venire più in qua nella Storia, i nostri stessi movimenti sessantottini soffocati dal terrorismo o i movimenti anarchici del ’77 osteggiati dalla nomenclatura della sinistra.
Negli articoli in cui cerca di dimostrare l’impossibilità di una democrazia dal basso, cita il mito dell’impenetrabilità della rete violato dalla pervasività degli Stati e dei governi ma addirittura delle imprese che forniscono i servizi. All’idea ultralibertaria delle dinamiche spontanee si contrappone quella ultraliberista delle aziende egemoni. L’utopia della trasparenza come valore assoluto che avrebbe permesso alla rete il controllo di ogni informazione ovvero della vigilanza su politici e imprese, si è rovesciata con i nostri dati utilizzati dal Marketing. E alla controinformazione a cui aspirava la globosfera, si è introdotta una nuova forma di narcisismo esibizionistico.
La presunta giustizia distributiva dei servizi di rete, deve fare i conti con la discriminante operata dal dislivello dell’utenza o dei nuovi Moloc comeE-bay passata sotto l’utenza di governi o Google o Yoy Tube che da una parte difendono il diritto di scaricare e dall’altra collaborano con governi oppressori a rintracciare i dissidenti.
Insomma, una lettura quasi apocalittica ma interessante alla quale vorrei rispondere con un paio di mie noterelle.
La prima.
“Aldiquà” dal monitor o “aldilà” dal monitor mi ricorda un film di Lumet (Quinto Potere) che consiglio tutti di rivedere. C’era un matto che con le sue stravaganze faceva aumentare l’audience televisiva, finchè un giorno questi viene chiamato dall’ad dell’azienda che gli dice pressappoco:
“Le città sono fatte di case e di strade sopra le quali si scontrano miti, ideali, e ideologie. Ma sotto i marciapiedi, scorre senza alcuna differenza, la merda ed il danaro.
Ecco, al di qua del monitor, rimane sempre la merda ed il danaro, e al di là rimane sempre un non luogo che non abbiamo ancora definito.
La seconda
Tornando al nostro amato McLuhan, ogni invenzione dell’uomo può definirsi una protesi. Le armi lo sono dei denti e delle unghie, la ruota del piede, la gru del braccio e così via.
Il computer e conseguentemente la rete invece no. Questi non sono protesi ma CAMPO. Un campo che fa sì che ogni punto della Terra possa diventare una connessione neuronale di un cervello grande come il mondo. E risulta imperfetto il paragone tra l’attuale tecnologia ed i movimenti sociali dello scorso secolo perché quelle erano ideologie, qui stiamo parlando di mezzi di comunicazione. Non importa cosa trasportassero i treni che attraversarono l’America prima della Guerra Civile. La realtà è che essi trasformarono le città, la gente e la stessa guerra.
Perché il mezzo E’ il messaggio e la rete è il mezzo con il quale oggi si tracciano le nuove frontiere.
Se poi, per rimanere attaccati alla rete si deve pagare un abbonamento, ci si deve far collocare cookies o entrare nelle statistiche che orientano la distribuzione dei beni e dei servizi, va bene, è inevitabile. Sono tutte cose “aldiquà” del monitor.
“Aldilà” rimane il progetto.
Il poeta diceva: “I nostri nipoti abiteranno case che noi non abbiamo nemmeno osato sognare…” Infatti non sappiamo cosa ci riserverà la tecnologia dei prossimi quarant’anni, e se l’epistemologia recupererà il terreno perduto di questi anni. Da come stanno andando le cose è probabile che l’immigrazione si fermerà in un mondo “non asfaltato” da dove verrà relegato a procacciare il cibo. Come le antiche civiltà che si dividevano in caste sacerdotali ed elite che conoscevano il calcolo, l’astronomia e la scrittura, e gli umili destinati al lavoro, noi in un’epoca dove il profitto non verrà più dallo spostamento delle merci ma da quello dell’informazione, probabilmente ci divideremo tra chi non sa usare il computer e chi naviga la rete. Oppure no. Chissachilosà.
Cyberdemocrazia o postdemocrazia? Il dibattito è aperto.
di Giulio Gargiullo
Il 20 aprile la Sala Convegni della Facoltà di Scienze della Comunicazione ha ospitato un affascinante dibattito sui processi in corso di cyberdemocrazia e postdemocrazia. Il tema trattato -l’integrazione tra politica, istituzioni, vita pubblica ed espressione su internet – è oggetto di dibattito in tutte le sedi della sfera pubblica, a tutti i livelli, articolato sulla domanda: come cambiano la politica e le sue forme a contatto con la connettività garantita da internet? Ospiti dell’incontro sono stati alcuni tra i principali animatori di questo dialogo internazionale: Pierre Levy, filosofo della comunicazione dell’Università di Ottawa, Derrick de Kerckhove, che di recente ha attivato un insegnamento di Cultura digitale presso l’Università di Napoli, Stefano Rodotà garante della privacy in Italia, in dialogo con i docenti della nostra facoltà Alberto Abruzzese, Sara Bentivegna, Alberto Marinelli, Mario Morcellini, Michele Prospero .Il Prof. Levy ha spiegato le proprie convinzioni e teorie circa il nuovo modello di integrazione “intelligente” tra media e vita pubblica. Secondo questa visione, ai passaggi comunicativi fondamentali dell’umanità - oralità, scrittura, alfabeto a Mass Media - corrisponderebbe sempre un passaggio in avanti verso il miglioramento della vita pubblica e verso l’integrazione di nuovi elementi di valore nella democrazia. Vale a dire che, creando più scrittura e cultura, si potrebbe ottenere un miglioramento nella “Intelligenza collettiva” ( titolo dell’opera più nota e citata di Levy) relativa al sistema di governo e di democrazia, con un miglioramento della qualità della partecipazione e dalla coscienza politica. Con l’integrazione di alcune comunità “deterritorializzate” (non aventi cioè un loco preciso di appartenenza) come ad esempio i blog, i cittadini del mondo avrebbero possibilità di partecipare attivamente alla vita pubblica e al pensiero politico, nella forma di politica on-line detta e-government. Levy assicura che in una o due generazioni, grazie all’uso già presente di voti on-line, città digitali, e-government e agorà virtuali, si potranno avere democrazie perfettamente integrate grazie all’uso di internet. Sempre secondo Pierre Levy tutto ciò avverrebbe grazie al continuo contatto e reciproco scambio di intelligenza collettiva tra giustizia, governo, leggi, globalità ed i già succitati fenomeni in crescita costante di politica, democrazia ed internet. Quindi non solamente un processo di postdemocrazia, ma – auspicabilmente e non utopisticamente - molto di più.
Il dibattito su quanto affermato da Levy viene aperto e mediato dal prof. Morcellini, che illustra le tappe fondamentali del confronto.
La professoressa Sara Bentivegna si chiede se effettivamente ci sia, allo stato attuale delle cose, qualche risultato effettivo nelle democrazie mondiali, dovuto al contatto e alla presenza di forme digitali di partecipazione politica. Da quando esistono le comunità sul web è cambiata la democrazia? E’ sempre quello, in fondo, il nodo del problema, e la nostra docente ne chiarisce i termini: siamo nella cyberdemocrazia o è semplicemente una postdemocrazia, un incrocio tra democrazia di una volta e la rete del world wide web? Molto significativo è poi l’intervento del prof. Stefano Rodotà, che parla di “mix tra vecchio e nuovo” in ambito di democrazia e Web, spiegando l’importanza della tendenza attuale a mettere le informazioni dei governi alla luce del sole, on-line, a garanzia di chiarezza e trasparenza verso il cittadino. Rodotà si dimostra d’accordo con Levy nella sua volontà di non volgere lo sguardo mai indietro, ma di andare avanti: nella tecnologia, nella comunicazione e quindi nella democrazia. Prosegue il dibattito con il prof. Derrick De Kerckhove, direttore del Programma McLuhan di Cultura e Tecnologia e professore del Dipartimento francese all'Università di Toronto, portando vari esempi di e-governement, cyberdemocrazia e trasparenza. De Kerckhove, come del resto Rodotà, parla della tendenza mondiale alla ricerca di trasparenza, irreversibile dopo gli sconvolgenti eventi dell’ 11 settembre a New York.
Conclude ancora Pierre Levy, precisando il proprio metodo: guardare alla cyberdemocrazia ripercorrendo le tappe fondamentali del linguaggio come creatore di democrazia. L’anima di tutto è il desiderio di vedere le nuove generazioni proiettate in un futuro di intelligenza collettiva, sfruttabile ancor più grazie ai nuovi mezzi di comunicazione offertici dal web, luogo di libertà. Di parola, di pensiero, di critica.
Questo incontro e dibattito con vari professori esperti nell’ambito della comunicazione ha mostrato chiaramente una volontà nel cercare di rendere la comunicazione un modo per avvicinare il singolo cittadino al governo. Oggi è importante trovare degli spazi individuali che diano voce ad ognuno di noi. L’idea del professor Pierre Levy è nella possibilità, non troppo lontana, di creare un rapporto intelligente di interazione con i governi, creare sempre più finestre di colloquio tramite il world wide web. Non stiamo parlando soltanto di un’utopia, ma di trovare nuove, concrete strade affinché la democrazia sia davvero un patrimonio di tutti colore che fanno parte di una comunità. Un processo che mira molto più avanti della postdemocrazia e che ha come obiettivo il rendere l’uomo e le sue istituzioni all’altezza delle sue possibilità tecnologiche.
Link correlati
Sul Prof. Pierre Levy : http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/biografi/l/levy.htm
http://hackpolitik.wordpress.com/critical-intro/verso-la-cyberdemocrazia/
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Allegati
- Cyberdemocrazia 1 (91 Kb - Formato doc)
- Cyberdemocrazia 3 (200 Kb - Formato doc)










